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POLITICA
3 giugno 2007
Turchia 1: diesamina strategica

 

 

 

Strategia
Barriera o ponte: i possibili ruoli della Turchia

di Carlo Jean


Durante la guerra fredda la Turchia ha giocato un ruolo essenziale per la sicurezza dell’Occidente. Ha presidiato il fianco Sud della Nato, impedendo la penetrazione sovietica verso il Mediterraneo e, assieme all’Iran dello Shah allora alleato degli Stati Uniti, verso il Golfo. Ha costituito anche un avamposto occidentale verso Est.

Dopo il crollo del muro, il ruolo geopolitico della Turchia è completamente mutato. È divenuto più importante, ma si è differenziato a seconda che venga considerato da un’ottica americana o da una europea. Muterà ancora a seconda che i legami di Ankara con Bruxelles divengano più organici e che la Turchia entri a far parte dell’Ue, oppure che il processo di ammissione nell’Unione rallenti o si interrompa, portando la Turchia ad assumere una posizione geopolitica autonoma nella quale prevarrebbero le sue radici islamiche.

Il primo ruolo geopolitico che può giocare la Turchia è quello di avamposto dell’Europa verso il Medio Oriente, il Golfo e il Caucaso. La possibilità di svolgere tale ruolo è subordinata a diverse condizioni.

Innanzitutto, all’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

Poi, al fatto che l’Europa si risvegli dal suo attuale “torpore” o “paralisi geopolitica” e si metta in condizioni di avere una politica estera veramente comune, dotandosi anche dei mezzi necessari – militari e non – per realizzarla.

Di fatto, queste due prime condizioni sono contraddittorie.

L’ammissione della Turchia nell’Unione consente un’esportazione della stabilità istituzionale, sociale ed economica europea, ma comporta l’importazione di instabilità o, quanto meno, una maggiore disomogeneità in Europa.

Essa renderebbe ancora più difficile una politica comune.

Perché tale pericolo non si materializzi occorre un rafforzamento dei legami transatlantici. L’esperienza del passato ha dimostrato come non solo contro, ma anche senza gli Stati Uniti, l’Unione Europea tenda a dividersi.

Quindi, perché la Turchia possa giocare appieno il ruolo di avamposto occorre che l’Occidente sia in grado di conciliare percezioni ed interessi europei ed americani, che nel Medio Oriente e nel Golfo sono oggi spesso contrapposti.

Evidentemente la Turchia si presterà a giocare tale ruolo solo se avrà benefici politici ed economici, tali da indurla a proseguire nel processo di modernizzazione del paese e a consolidare il secolarismo istituzionale rispetto all’islamismo.

Come già accennato, qualora la Turchia non dovesse essere ammessa all’Unione e si determinasse il prevalere di tendenze nazional-islamiste, essa potrebbe giocare un ruolo inverso: quello di avamposto dell’Islam verso l’Europa.


Il secondo ruolo che può giocare la Turchia sarebbe quello di barriera, cioè di Stato cuscinetto fra l’Europa e il Medio Oriente.

Sarebbe un ruolo analogo a quello che ha svolto durante la guerra fredda nei confronti dell’Urss.

Beninteso, Ankara potrebbe accettare di svolgere tale ruolo solo in cambio di benefici adeguati. Essi dovrebbero essere soprattutto economici con forti sostegni anche finanziari, e configurerebbero quella sorta di special partnership che taluni politici europei hanno proposto in alternativa alla membership turca nell’Unione.

Si tratta di un’eventualità che ritengo alquanto improbabile, anche in relazione all’orgoglio e al nazionalismo turco: l’azione di tali fattori potrebbe travolgere la difesa delle componenti più occidentalizzate della società turca, dalla borghesia imprenditoriale alle forze armate. L’islamismo populista avrebbe quindi grandi probabilità di prevalere.

Il tentativo di strumentalizzare la Turchia, come barriera a protezione dell’Unione, finirebbe quindi per trasformare il ruolo geopolitico turco in quello di avamposto dell’Islam verso l’Europa. Ciò comporterebbe fra l’altro la fine di ogni progetto o speranza di democratizzare l’Islam. Inevitabilmente la Turchia sarebbe risucchiata verso l’Iran e, tramite esso, verso la Cina. La linea di contatto fra Cina e Occidente potrebbe spostarsi addirittura al Mediterraneo Orientale.


Un terzo ruolo geopolitico che gioca la Turchia è quello di ponte.

Tale ruolo di collegamento – che potrebbe essere sia cooperativo che competitivo – è proteiforme.

In primo luogo, la funzione di ponte sarebbe fra l’Europa, il Medio Oriente, il Golfo, il Caucaso e l’Asia Centrale.

In secondo luogo, tale ruolo si esplicherebbe fra gli islamismi moderati, almeno in parte secolarizzati, compatibili con i principi di democrazia e di libertà occidentali.

In terzo luogo, il territorio turco servirebbe da ponte per i rifornimenti energetici dell’Europa. L’Unione Europea potrebbe affrancarsi almeno parzialmente dalla dipendenza dall’instabile area del Golfo da un lato e da quella della Federazione Russa dall’altro, contenendo anche le tendenze di quest’ultima ad utilizzare petrolio e gas come strumenti di pressione politica.

Il Blue Stream fra Baku, Tbilisi e Ceyhan potrebbe essere ulteriormente potenziato per consentire l’accesso al petrolio del Kazakistan e al gas del Turkmenistan.

Con la stabilizzazione dell’Iraq, potrebbe essere ripristinato l’oleodotto fra Kirkuk e Ceylan.

Esso avrebbe un ruolo analogo per il Sud Europa a quello del Baltic Stream di Putin e Schröder per il Nord.

Le royalties che riceverebbe la Turchia faciliterebbero il rafforzamento della sua economia, già peraltro uscita negli ultimi cinque anni dalla crisi che aveva conosciuto nel decennio precedente. Tali tre ruoli della Turchia coesistono nella politica estera di Ankara, con importanza variabile a seconda del contesto interno ed esterno. Il fattore fondamentale al riguardo sarà costituito dall’ammissione o no della Turchia nell’Ue.

Carlo Jean, professore di Studi strategici alla Facoltà di Scienze politiche Luiss-Guido Carli di Roma, è direttore del Centro Militare di Studi Strategici (Cemiss).

 

 




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