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POLITICA
4 giugno 2007
Turchia 2: il passato negato del genocidio armeno.

Opinion leader. Taner Akçam

Il tabù del genocidio degli armeni

intervista di Maurizio Stefanini

 

Il 24 aprile 1915 iniziò il genocidio che portò alla morte di un milione e mezzo di armeni, e che il governo di Ankara ha continuato a negare. Gli intellettuali, in compenso, hanno da tempo iniziato a muoversi.

Il primo che osò violare il tabù fu Taner Akçam: storico, fu arrestato 23enne nel 1976 e condannato a 10 anni di reclusione.

Dopo un anno, però, riuscì a fuggire in Germania. Amnistiato nel 1993, vive negli Stati Uniti, dove insegna alla University of Minnesota.

E a questo tema scottante ha dedicato nel 2004 un testo in inglese che è stato tradotto l’anno dopo in italiano col titolo Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero ottomano alla Repubblica edito da Guerini e Associati “Da una parte – sostiene Akçam – c’è la storiografia turca o filo-turca, che tradizionalmente studia il modo in cui le grandi potenze iniziarono a spartirsi l’Impero Ottomano, fino a provocarne il collasso. Ma non si occupa del genocidio armeno, se non in modo marginale. Dall’altra c’è la storiografia armena o filo-armena, che segue l’approccio esattamente opposto. Il mio tentativo è stato quello di gettare un ponte tra queste due impostazioni, mostrando come il genocidio armeno fu una risposta alla crisi dello Stato ottomano”.

 

Nella storiografia italiana del fascismo c’è una corrente che ha usato la categoria di “autobiografia della nazione”. Questo libro sembra avere un approccio analogo: la negazione del genocidio armeno come autobiografia della nazione turca.

In particolare per la mancanza in Turchia di una moderna borghesia liberale, dal momento che la moderna borghesia turca nasce proprio dalla spoliazione delle borghesie cristiane dell’Anatolia.

 

E’ così. La borghesia liberale nell’Impero Ottomano era composta tutta da cristiani: greci, armeni e balcanici. Sterminandoli o espellendoli la Turchia uccise i propri modernizzatori.

E poi in Turchia c’è stato in comune coi vari fascismi europei il timore di una nazione che si percepisce in pericolo d’estinzione.

E’ vero che poiché c’era di mezzo anche un sentimento di onore nazionale ferito, la vittoria militare di Kemal nel 1922 impedì che in Turchia si affermasse un fascismo vero e proprio.

Però non ci fu neanche quel processo di riflessione che altri paesi hanno vissuto quando il fascismo è caduto. Dunque, questo sentimento di timore per la propria sopravvivenza nazionale in Turchia esiste ancora, e spiega la rimozione del dramma armeno.

 

 

Oltre al suo è stato tradotto in Italia La Turchia contemporanea di Hamit Bozarslan. E’ interessante la convergenza di analisi sull’Akp, il partito islamico oggi al governo. Entrambi ritenete che proprio l’Akp, in quanto estraneo alla lobby militare al potere, possa supplire alla funzione modernizzante propria di una borghesia liberale inesistente.

 

Per la prima volta in 85 anni di storia turca un potere estraneo ai militari ha infranto le regole del gioco. E’ un processo che certamente è interessante osservare. Non credo che l’Akp sia a rischio di involuzione fondamentalista. Questa è propaganda. Più che altro, in questo momento stiamo assistendo a una guerra di simboli.

 

 

Sia lei che Borgaslan concordate anche nel rilevare il paradosso alla radice del nazionalismo turco. E’ un movimento che ostenta un’ideologia laicista, ma che ha costruito la propria definizione della nazionalità turca sulla base della religione.

 

E questo è ancora un problema. Non solo la nazionalità turca si basa sull’Islam, ma sull’Islam sunnita hanafita, con esclusione degli sciiti aleviti e dei curdi shafiiti.

 

 

Altro paradosso: sarebbero i militari e non il partito islamico a opporsi effettivamente all’ingresso della Turchia nell’Ue, al di là delle dichiarazioni formali…

 

Loro sostengono che sarà l’Europa a dirci di no.

La mia opinione è che per questo gruppo dirigente i problemi inizierebbero proprio se l’Europa dicesse di sì.

 

 

Nel libro è ricordata la frase di Voltaire che rimpiange di non potersi arruolare nell’esercito della zarina Caterina per andare a combattere contro i turchi.

In effetti però lui e gli altri illuministi avevano un’idea positiva della tolleranza che l’Impero Ottomano garantiva alle altre religioni, e che ritenevano maggiore di quella dell’Europa della loro epoca.

 

Probabilmente nel XVIII secolo Voltaire non aveva tutti i torti nel ritenere che l’Impero Ottomano fosse più tollerante della Francia.

Ma, appunto, era una tolleranza basata sull’ineguaglianza.

Nel XX secolo l’Europa era già passata a una diversa e più avanzata concezione, basata sull’eguaglianza tra tutti i cittadini qualunque fosse la loro fede. E ciò l’Impero Ottomano non riuscì ad accettarlo.

 

 

Lei ha scritto che nel Codice Penale turco è stato considerato reato menzionare il problema curdo, ma non lo è mai stato parlare del genocidio armeno, è semplicemente questione di impossibilità psicologica. Lei però è stato condannato…

 

Non per la questione armena. Nel Codice Penale turco c’erano due precisi divieti: parlare di classi sociali e parlare dei curdi. Io violai entrambi, e fui accusato sia di propaganda comunista che di propaganda curda. Ora il Codice è cambiato, ma vi restano vari articoli che possono essere usati in modo indiretto per reprimere chi parla del genocidio armeno.

 

 

Lei ha avuto anche problemi per aver detto che Kemal riconobbe il genocidio armeno. Eppure in Occidente c’è la percezione che Kemal sia stato uno dei responsabili.

 

Kemal non stava nei luoghi del genocidio al tempo in cui fu consumato, e poi lo condannò. E’ vero invece che vari organizzatori del genocidio si unirono alle sue forze al momento della creazione del movimento di resistenza contro gli Alleati. Però la condanna di Kemal potrebbe già costituire una buona base per iniziare a rompere il tabù.

 

 

La sua condanna per propaganda comunista è abbastanza sorprendente, visto il tono del suo libro.

 

Io sono stato marxista fino agli anni ’80. Ora mi classifico invece come uno studioso critico di approccio liberale, anche se evidentemente il marxismo ha influito sulla mia formazione.

 

 

La Turchia oggi. E’ democrazia o no?

 

Dipende dal punto di vista da cui la si guarda. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

 

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Maurizio Stefanini, giornalista è collaboratore del Foglio e di Ideazione. Esperto di geopolitica e geo-economia, si occupa con particolare interesse dell’America Latina, dell’Africa e dell’Estremo Oriente.

 

 




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11/09/2001