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Spigolature di attualità, politica e religione
18 marzo 2010
Dopo l'era Del Ponte, giustizia internazionale nel pantano

 

Giustizia e Politica: due treni diversi

giovedì 18 marzo 2010
di Maurizio De Santis




Ma che fine ha fatto la giustizia internazionale?
Passata prima la “buriana” kosovara, con i balletti attorno al morente Milosevic e allo psichiatra matto, Rodovan Karadzic, e poi quella irachena, con l’esemplare condanna del perfido Saddam, il teatrino s’è dissolto.
A dare una “ripassatina” ai corti di memoria c’ha pensato Carla Dal Ponte, il mastino italo-svizzero che, esaurito il compito di cui sopra, gradito a certi circoli politici, è stato poi rimosso dall’incarico. Spedita a ridosso della Terra del Fuoco, sotto pomposo incarico diplomatico, prima che mettesse mano allo scottante dossier del traffico di organi orchestrato dal primo ministro kosovaro Hashim Taci (detto il serpente), dall’impressionante curriculum zeppo di crimini di guerra.
Il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ha pensato bene di procedere con il sistema delle Commissioni d’inchiesta. Strumento che spesso permette di stabilire i fatti e, soprattutto, di ricostruire le catene gerarchiche nei crimini di massa.
Metodo valido per ricostruire pianificazioni di Stato o crimini militari, ma alquanto lacunoso allorquando ci si trova di fronte a violenze tra vicini o, comunque, a massacri sorti su iniziative sporadiche e non legate a progetti preordinati.
C’è poi l’indubbio aspetto diplomatico.
Perché, dunque, applicare la giustizia risulta così problematico?
Forse perché non è tanto la giustizia che disturba, quanto piuttosto fare emergere le mille verità.
Basti vedere che fine abbia fatto un giudice scomodo come Garzon, in Spagna. Un uomo che, volendo aprire vecchi bauli impolverati, ha di fatto scatenato un’infinita diatriba politica sulle reali implicazioni partitiche nella guerra civile in Spagna. Dove emergeva che i vincitori avevano fatto scempio dei vinti. I quali, a loro volta, e contrariamente al canovaccio del buono e del cattivo, non erano affatto stati teneri con i loro compatrioti.
Qualcosa di analogo, con le nostrane foibe, è stato accuratamente “devitalizzato” dai poteri trasversali italioti.
Detto ciò, le pressioni politiche esistono in tutti i sistemi di giustizia, nazionali ed internazionali.
È possibile porre fine all'antagonismo tra la ricerca della pace che passa per la politica e la giustizia internazionale?  
Apparentemente, proprio no.
L’ultimo esempio ci è dato dalla vicenda del presidente sudanese Omar al-Bachir.
Condannato dalla Corte di Giustizia internazionale, per crimini di guerra in terra di Darfur, ha trovato manforte e protezione prima nella Lega Araba, poi dalla stessa OCI (Organizzazione per la Conferenza Islamica). Quasi che essere arabo prima e musulmano poi, potesse dare il diritto di deroga sul divieto di accoppare non arabi e non musulmani.
Dunque, le esigenze politiche e quelle di giustizia viaggiano su binari assolutamente diversi. La prima ha tempi prossimi ad un treno ad Alta Velocità, la seconda è troppo simile ad un locale, che ferma pure dietro casa.
La giustizia lavora sul passato ed il lungo termine, procacciando strumenti preliminari indispensabili alla riconciliazione.
La politica, invece, è strutturata sull’immediato.
Con il risultato che tutto s’è fermato.
“Anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno” (Hesse). Ma questo è troppo.




permalink | inviato da KRITIKON il 18/3/2010 alle 22:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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