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Spigolature di attualità, politica e religione
10 aprile 2010
Pedofilia: non solo nella Chiesa, please

 

Severi con la Chiesa quanto con se stessi?
Scritto da Gianni Pardo


Lo scandalo che sta investendo la Chiesa e perfino il Papa lascia perplessi. Tutto si riassume in questo: alcuni preti hanno commesso atti che in diritto penale si chiamano violenza carnale (quand’anche i minori siano stati consenzienti) e i loro superiori non li hanno denunciati.

Bisogna innanzi tutto sgombrare il terreno da un possibile errore: le gerarchie della Chiesa non sono e non possono essere colpevoli delle azioni di singoli individui. Non più di quanto un generale dei carabinieri sia condannabile se un carabiniere a Olbia o a Tolmezzo si renda colpevole di furto. La responsabilità penale è personale. E infatti la colpa che viene addebitata ai dirigenti della Chiesa non è quella di aver commesso dei reati ma quella di averli coperti: non solo essi non hanno denunziato i pedofili ma spesso si sono limitati a blandi provvedimenti amministrativi. La domanda è: sono veramente da condannare, per questo?

Dal punto di vista dei genitori dei minori (1), certamente sì. Dalla vicenda i ragazzi possono avere riportato gravi danni psicologici e i mancati provvedimenti autorizzano a temere che analoghi danni siano stati provocati, per l’incuria dei superiori, ad altri incolpevoli bambini.

I prelati sono gravemente colpevoli per un secondo motivo: il delitto è talmente abietto, che il codice penale prevede una specifica aggravante (Art. 61 n. 9) nel caso il fatto sia stato commesso “con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto”.

Per molti infine essi sono colpevoli per un terzo motivo, e cioè perché dai sacerdoti ci si aspetterebbe di ricevere un esempio di superiore moralità. Ciò detto, reso omaggio alla verità, ci si può permettere di avanzare qualche argomento nella direzione opposta.

Quale genitore, vedendo il figlio tornare a casa ubriaco, dopo avere guidato l’automobile, andrebbe a denunciarlo alla polizia stradale? Quale genitore, saputo che il figlio ha approfittato di una compagna debole di mente per portarsela a letto, lo denuncerebbe per violenza carnale? Quale genitore, saputo che la propria figlia si è prostituita dentro un’automobile per avere la dose di droga, andrebbe a denunciarla per atti osceni in luogo pubblico? Non è la stessa cosa, applicare l’astratta giustizia agli estranei o alle persone che ci sono vicine.

All’interno delle mura domestiche, quando avviene qualcosa di grave, scoppia un putiferio ma il primo interesse di tutti è quello di “far sì che non si sappia in giro”. Sarà poco bello, ma è umano. Talmente umano che si può chiedere ai mille censori: siamo sicuri che voi vi sareste comportati come quel (leggendario?) padre romano che avendo stabilito una legge condannò a morte il proprio figliolo che l’aveva per primo violata? E non dimentichiamo che questo episodio si svolse in pubblico: quello stesso padre sarebbe stato tanto eccezionalmente severo, se il fatto non fosse avvenuto in presenza di testimoni?

Non c’è ragione di dubitare che le gerarchie della Chiesa, saputi i fatti, siano state scandalizzate ed offese quanto oggi lo sono i benpensanti. Accanto alla necessità di punire il colpevole ed evitare che facesse altri danni, avranno però visto la necessità di proteggere la Chiesa dal discredito. Atteggiamento non lodevole, quello dei prelati: ma comprensibile. Come diceva La Rochefoucauld, tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare. E comunque, siamo sicuri che lo scandalo sarebbe stato minore se la denuncia fosse venuta dalla stessa Chiesa?

È giusto indignarsi per i reati; è giusto richiedere la punizione dei colpevoli e la protezione degli innocenti, ma è da ipocriti esprimersi come se noi, al posto dei parenti reprobi, ci saremmo comportati in maniera ammirevole. Non che questo sia assurdo. Ci sono effettivamente persone che praticano virtù eroiche, e dinanzi a loro è necessario inchinarsi: ma dal momento che la maggior parte di noi è ben lontana da questi livelli, rimane il sospetto che la grande severità di alcuni derivi dal fatto che non si tratta di loro stessi o dei loro cari. Possono mostrarsi moralissimi perché non gli costa nulla.

Come disse una volta un automobilista ad un agente della polizia stradale: “Se ha da elevarmi contravvenzione, lo faccia, ma mi risparmi la predica”. È giusto che i colpevoli paghino per il male fatto, ma non ci stracciamo le vesti: lacerandole potremmo mostrare la nostra ipocrisia.




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15 febbraio 2010
Midrash all'italiana.....
 Tratto da: Scettico72


“Un uomo è venuto a trovare il profeta ed ha detto: - Ho trovato una donna bella e di alto rango, ma non puó avere bambini. Devo sposarmi con essa?
Il profeta disse: - No.
Ritornò di nuovo verso il profeta ma glielo proibí nuovamente. Venne una terza volta ed il profeta disse: - Sposa delle donne che sono amanti e prolifiche, in modo che io possa sommergere gli altri popoli grazie a voi. „ (recitato da Ma'qil ibn Yasar, Dawud XI 2045)

Dedicata a tutti i "dialoghisti" miopi. Quelli che, come diceva Totò, multiculturano "a prescindere"...



                                                            Mostapha el Korchi            Clementina Forleo


      Miss Pollastrini                     Massimo l'Ulema             Mario Scialoja



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26 gennaio 2010
Ayaan Hirsi Ali senza peli sulla lingua

 

Non è l'islam ad essere sotto attacco, ma l'Occidente

25.01.2010
di Dino Messina



JAIPUR (India) — Ayaan Hirsi Ali, l'«Infedele», come dice il titolo della sua autobiografia pubblicata nel 2006 da Rizzoli, è arrivata ieri a sorpresa, per ragioni di sicurezza, al Festival letterario di Jaipur.
Nessun cenno nei programmi ufficiali, ma la sala dove la scrittrice somala è stata intervistata ci ha messo poco a riempirsi.
Perché dovremmo distinguere, chiede una giornalista indiana, tra i morti in nome dell'Islam e quelli in nome della democrazia?
Ayaan risponde fredda: «Non vedo morti provocati dall'America in nome della democrazia».
Si ferma, poi riprende: «Gli Stati Uniti sono stati attaccati l'11 settembre 2001 e hanno reagito. Quello che vedo piuttosto nella storia recente americana è il continuo aiuto economico ai Paesi più poveri e l'invito alle nazioni islamiche ad adottare la democrazia. Un'idea che proprio non piace all'Islam».
La giornalista cerca di replicare, ma Ayaan riprende la parola per smontare «il complesso islamico dell'accerchiamento».
L'Islam «non è affatto sotto attacco», sostiene la scrittrice, fuggita in Olanda dopo essere stata costretta a un matrimonio combinato e quindi negli Stati Uniti dopo l'uccisione del regista Theo Van Gogh, al cui ultimo film, «Submission», lei aveva collaborato come sceneggiatrice.
Per rendersi conto di questa realtà «che è sotto gli occhi di tutti — sostiene— non bisogna guardare le cose soltanto dal punto di vista occidentale, americano, ma da una prospettiva globale. L'Islam fondamentalista fa vittime anche in Cina e in India; Cina e India oggi subiscono la stessa offensiva che subisce l'America. Voi lo sapete, vero?».
Essere stata sottoposta alla violenza dell'infibulazione da bambina, aver dovuto subire nozze combinate dal padre ha portato Ayaan Hirsi Ali sulla via dell'ateismo e di un femminismo altrettanto convinto. Perché, dice la scrittrice che in Italia nel 2008 ha pubblicato un altro libro, «Se Dio non vuole», «nell'Occidente donna e uomo sono uguali prima della legge, nell'Islam no, la donna deve obbedire al Corano e al proprio guardiano, l'uomo».




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14 gennaio 2010
Poligamia: il vecchio "vizietto" musulmano non muore mai


Malaysia, nel mirino setta islamica legata a un impero commerciale.

tratto da: milleeunadonna


Che dopo una certa età «tutti gli uomini decenti sono sposati o sono gay» è cosa che le single dicono spesso nel mondo.
Che nell' Arabia del profeta Muhammad la poligamia fu legalizzata (anche) perché molti uomini erano morti in battaglia e troppe donne rimaste sole è cosa nota, come lo è che l'Islam l'ha poi sempre accettata, fino a quattro mogli contemporaneamente.
Ma la recente nascita del «Club di poligami» in Malaysia, dove la maggioranza è musulmana e la pratica è poco diffusa ma permessa, sta sollevando una vera tempesta.
Nonostante l'organizzazione dichiari di voler «aiutare le donne ancora sole a crearsi una famiglia» e sostenga di osservare l'Islam, femministe, laici, politici e imam sono scesi in campo per chiuderla, e non solo in Malaysia.
Il Club si sta infatti estendendo oltre i confini nazionali: oggi, dichiarano i suoi capi, è presente anche in Indonesia, Australia, Singapore, Thailandia, nonché in Medio Oriente e in Europa.
Gli aderenti sono più di mille e in crescita.
A dirigere il Club non è infatti una persona qualsiasi: Hatijah Aam, 54 anni, è la moglie (una delle quattro, ovviamente, con 37 figli in totale) di Mohamad Ashaari (foto).



Ovvero del «profeta-imprenditore» più discusso della Malaysia. Fondatore nel 1968 della setta Al Arqam, nel 1994 fu condannato come eretico, costretto a chiudere il gruppo, fece due anni di carcere, ufficialmente rinunciò alla missione profetica e a ruoli pubblici.
Ma ora, sospettano le autorità, dietro la facciata del Club dei poligami e con l'aiuto della numerosa famiglia sta ricostituendo l'organizzazione illegale.
A parte la moglie, il figlio 40enne Mohamad Ikram Ashaari (anche lui con quattro consorti, 17 figli) dirige la multinazionale di cui l' organizzazione pro poligamia è una emanazione.
La Global Ikhwan controlla centinaia di società, con un giro d' affari stimato in miliardi di dollari: call center, supermarket, cliniche, case editrici, agenzie turistiche e di pubblicità, negozi di mobili, ristoranti e quant'altro.




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8 gennaio 2010
Egitto: Natale cristiano "onorato" dall'islam tollerante...
 



Egitto, strage di cristiani copti
Sette morti dopo la Messa di Natale

Aggressione di tre musulmani dopo un presunto stupro. «Preoccupazione anche per cattolici». Frattini: un orrore


CAIRO - È stato un Natale di sangue quello dei cristiani copti a Nag Hammadi, villaggio egiziano nel governatorato di Qena, vicino al sito archeologico di Luxor (mappa). All'uscita dalla chiesa di Anba Basaya, dopo la Messa di mezzanotte, i fedeli sono stati aggrediti da tre musulmani. Sette i morti e nove i feriti. Tra le vittime c'è anche un poliziotto. Alla Messa celebrata da Shenuda III, Papa dei copti, partecipava anche il figlio ed erede designato del presidente Mubarak. La sparatoria è avvenuta intorno alle 23.30 (le 22.30 in Italia), dopo la Messa che segna l'inizio della Natività copta, il 7 gennaio.
POLIZIA - Nell'intera zona è stato imposto il coprifuoco per facilitare le ricerche degli aggressori, ma questo non ha fermato un gruppo nutrito di copti - circa duemila - che la mattina si sono scontrati con agenti di polizia davanti all'ospedale dove erano state portate le salme. I manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze dell'ordine, che hanno risposto con lacrimogeni e idranti antincendio. Alcuni agenti sono stati feriti e alcune finestre frantumate. Il killer sarebbe stato identificato: è un musulmano con precedenti penali. Sull'aggressione circolano diverse versioni, ma secondo un comunicato ufficiale a sparare contro due gruppi diversi di fedeli sarebbero state tre persone da un'auto. Ci sarebbe stato anche un secondo attacco davanti al convento di Badaba, in una zona agricola vicino al villaggio. Nel pomeriggio si sono svolti, tra straordinarie misure di sicurezza, i funerali dei sei copti uccisi all'uscita dalla Messa. La polizia ha fatto entrare in chiesa un numero limitato di fedeli per evitare altre tensioni.

VENDETTA PER UNO STUPRO - Secondo il ministero dell'Interno egiziano, gli attentatori volevano vendicarsi del rapimento e presunto stupro di una dodicenne musulmana della zona per mano di un giovane cristiano. L'episodio, avvenuto a novembre, aveva già scatenato la collera della comunità musulmana e l'arcivescovo di Nag Hammadi ha accusato la polizia di non aver preso sul serio le minacce arrivate a più riprese da integralisti. In ogni caso quello di mercoledì sera è il più sanguinoso scontro religioso in Egitto dagli anni Novanta a oggi. Un Paese dove i copti, la comunità cristiana più popolosa del Vicino Oriente, rappresentano circa il 10% della popolazione. Nonostante il numero considerevole, lamentano di subire discriminazioni sia da parte dei musulmani estremisti che nella vita civile: le tensioni sono particolarmente forti proprio nell'Egitto del sud.

PREOCCUPAZIONE PER CATTOLICI - Anche tra i cattolici egiziani c'è forte preoccupazione per l'acuirsi della tensione. «Il clima di avversione nei confronti dei cristiani negli ultimi tempi sembra essere più evidente» scrive L'Osservatore Romano che ha intervistato padre Rafic Greiche, direttore del locale ufficio informazioni cattolico. «Anche noi cattolici, come il resto dei cristiani, siamo preoccupati - spiega il sacerdote -. L'atmosfera, soprattutto nell'Alto Egitto, è più pesante. Al Cairo ci sentiamo tutti più sicuri, ma nei villaggi il clima è diverso. Gli incidenti, gli attacchi nascono sempre da una miscela di odio religioso e pretesti occasionali. La scorsa Pasqua, con le stesse modalità, è stato ucciso un altro cristiano a Hegaza».

FRATTINI: VIOLENZA SUSCITA ORRORE - Dura la condanna dell ministro degli Esteri Franco Frattini: «Le violenze contro la comunità cristiana copta suscitano orrore e riprovazione». Chiede alla comunità internazionale di non restare indifferente né abbassare la guardia di fronte all'intolleranza religiosa, «una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali». L'Italia, ha aggiunto, intende continuare a difendere in tutte le sedi il principio della libertà di culto. Frattini ha annunciato che discuterà della tutela della comunità copta con il ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit durante la sua visita al Cairo in programma la prossima settimana.







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21 dicembre 2009
L'università di al Azhar delizia i fautori del dialogo (eccome no....)
 


L'università al Azhar pubblica un libro che incita al linciaggio dei cristiani


Scritto da Giulio Meotti
18 dicembre 2009

Roma. Si chiama “shirk”, idolatria, il peccato che l’islamismo considera il più imperdonabile da parte di Allah. E’ questa l’accusa terribile che un eminente accademico e teologo dell’Università di al Azhar ha appena scagliato contro il cristianesimo. Secondo la visione islamica fondamentalista, anche solo affermare che “Gesù Cristo è figlio di Dio” è politeismo passibile della pena di morte. Il libro Contro i cristiani, pamphlet inquisitorio dietro alla pretesa di essere un “Rapporto scientifico”, porta la firma di Muhammad Imarah, membro del comitato scientifico di Al Azhar e dell’Islamic Research Academy dell’ateneo, il più prestigioso dell’intero mondo islamico.

Il libello sostiene che la cristianità è “una religione politeista” e che per questo va combattuta. Il 25 giugno il libro ha ricevuto il via libera dell’università. E il quotidiano egiziano Al Destoor scrive che Al Azhar ha già annunciato di sostenere Imarah nel suo attacco al cristianesimo. Al Azhar è da molti anni la centrale ideologica della scomunica islamista.

Con i suoi quattrocentomila studenti, migliaia dei quali arrivano da un centinaio di paesi, al Azhar è una sorta di Vaticano sunnita, ma è anche tenuta d’occhio dai servizi segreti di mezzo mondo. Persino Nagib Mahfuz, il padre della letteratura araba contemporanea, il premio Nobel egiziano pugnalato quasi a morte dai jihadisti, fu costretto a chiedere l’approvazione della potente università per pubblicare un romanzo mai uscito perché ritenuto “blasfemo” dai fondamentalisti. I cristiani d’Egitto vogliono portare in tribunale il libro di Imarah. Il testo esce in un momento a dir poco esplosivo nelle relazioni fra cristiani e musulmani. Chiese assaltate, ammazzamenti di cristiani nelle strade e spesso anche le case in cui si prega clandestinamente sono bruciate. E’ in corso la liquidazione demografica della comunità copta.

Naguib Ghobrial, presidente della Egyptian Union of Human Right Organization, ha accusato Imarah di incitare al linciaggio. «Sono andati oltre la Trinità e la moltiplicazione degli dèi, hanno raggiunto l’idolatria in cui Gesù prende il posto del Padre», scrive Imarah nel libro. Imarah accusa il cristianesimo di “takfir”, apostasia, di tradimento del monoteismo, e di essere “adoratori di idoli”. Il takfir è il marchio di sedizione per cui è stato ucciso il presidente egiziano Anwar al Sadat ed è stato perseguitato lo scrittore Salman Rushdie, è l’accusa per la quale sono stati giustiziati gli ambasciatori algerino ed egiziano in Iraq e prima di loro e con loro decine di migliaia di altri musulmani sono stati squartati nelle periferie di Algeri. Sempre dall’Università di Al Azhar, Suad Saleh, preside della Facoltà di studi islamici dell’ateneo, aveva legittimato con una fatwa la condanna a morte del neocristiano Hegazi perché non si era limitato ad abbandonare l’islam, «si è perfino fatto fotografare insieme alla moglie con in mano il Vangelo». Nella mistica takfir è lecito uccidere tutti gli “infedeli”, compresi i musulmani che non seguono la sharia. Persino i bambini, “perché non pecchino in futuro”.

Per questo nella nuova costituzione dell’Iraq, la prima antifondamentalista del mondo arabo, è incisa la proibizione del takfir, il cardine del fratricidio terroristico e anticristiano. Da settimane cristiani caldei, assiri e copti vengono assassinati dalla cometa sanguinaria di al Qaida. Molte chiese sono state distrutte ultimamente dalla furia fondamentalista. L’arcivescovo di Kirkuk ieri ha detto che è in corso una “pulizia etnica” dei cristiani.




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18 dicembre 2009
Egitto: ritorno al medioevo

 
Sentenza del tribunale del Cairo ribalta la decisione del ministro

16 dicembre 2009
tratto da: Mille e una donna




La decisione del ministro per l'Insegnamento egiziano, Hani Hilal, di vietare il niqab nelle università è stata annullata dal tribunale amministrativo del Cairo. Il provvedimento del ministro è stato giudicato anticostituzionale, in quanto la legge egiziana tutela la libertà personale e di fede religiosa. Inoltre, già in passato il Consiglio di Stato si era pronunciato negativamente in situazioni simili. Durante il processo, come riporta il quotidiano al Gomhoreya, le studentesse interpellate hanno testimoniato la difficoltà di dover scegliere tra lo studio e la fede religiosa. Ora però si dicono pronte a facilitare ogni procedura di identificazione all'ingresso degli edifici universitari.





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19 ottobre 2009
Somalia: donne frustate per aver indossato un reggiseno.

 Più che le tette potè la frusta...




18 ottobre 2009
Fonte: novopress.info

Persuasi che indossare il reggiseno costituisca un insulto al sacro insegnamento dell'islam, i militanti del gruppo islamico somalo Al-Chabab, giovedì scorso hanno pensato bene di frustare in pubblico molte donne che indossavano il satanico supporto.
Per i musulmani osservanti(ssimi) il petto di una donna deve essere naturalmente sodo. O anche piatto. Tutt’al più cadente fino alle ginocchia, ma mai edulcorato da un reggiseno! ,

La spettacolare "frustata di piazza", comunque, è stata la giusta occasione per ricordare ai musulmani più birichini che, se le donne non hanno il diritto di portare reggiseno, gli uomini, in compenso, hanno l'obbligo di farsi crescere la barba…

E pure alla svelta, altrimenti la frusta dei militanti di Al-Chabab torna in azione.

E così, tra piedi tagliati, mani mozze (pena contemplata per i ladri), divieto assoluto di recarsi al cinema, stesso diniego per il calcio (giocato o goduto in TV), lapidazione per chi osa cantare o, strapeggio, danzare, l'islam somalo contribuisce a propagandare nel mondo la propria vocazione alla tolleranza, alla pace e all’amore …..




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2 ottobre 2009
L'Occidente si ostina a non "vuoler" comprendere le sublimi ragioni di una cultura planetaria

 

Perché l’islam ufficiale legittima i matrimoni con le minori





giovedì 01 ottobre 2009
di Maurizio De Santis



Lo scorso anno, il teologo marocchino Cheikh Maghraoui, giustificò i matrimoni fra adulti e bambine.
Colti da intestinale imbarazzo, i “dialogatori” nostrani sdrammatizzarono, rilevando come ci si riferisse ad una teologia al tramonto. Non paghi, precisarono quanto fosse meglio parlare di “minori”, piuttosto che di “bambini”.
Come se maritare una ragazzina di 13 anni fosse accettabile per la “nostra” civiltà, che qualifica come “ragazze”, donne che hanno palesemente superato le 35 primavere.
Ma tant’è. Ounni soit qui mal y pense…
Ora, è successo che domenica 14 settembre, il succitato islamista, dal suo sito cheikh Mohamed ben Abderrahman Al-Maghraoui, ha ribadito ai fedeli musulmani il permesso di sposare “ragazze” musulmane minori, ancorché di solo 9 anni.
All’immancabile lamento degli europoidi scandalizzati, ha risposto: “Il matrimonio di “ragazze” dell'età di 9 anni non è vietato. E questo perché gli hadith (resoconti che riportano un atto o una parola del Profeta), attestano che il Profeta, all'età di 52 anni, sposò Aisha. Che di anni ne aveva soltanto 6 (o 7 per alcuni interpreti ottimisti). E che con essa ebbe rapporti sessuali una volta raggiunta l'età di 9 anni”.
Cheikh Maghraoui, ha snocciolato le imprescindibili fonti, in Sacro Arabo Chiaro:
Sahih Bukhari 5:58: 234, 5:58: 236, 7:62: 64, 7:62: 65, 7:62: 88
Sahih Muslim 8:3309, 8:3310, 8:3311
Sunnan Abu Dawud 41:4915, 41:4917
Maometto è “modello virtuoso” (Corano dixit), che i retti musulmani dovrebbero imitare. Anche impalmando “ragazze” dai 9 ai 13 anni.
Dall’alto del proprio “superiority complex”, i multiculturalisti di scuola “Metropoli” (braccio delatorio dell’italiota medio, con uscita domenicale, targato La Repubblica), ci hanno sempre assicurato che tali costumanze ci scandalizzano perché non sappiamo porci dal punto di vista dell’”altro”.
Incapaci di dialogare (noi…).
Hai voglia a festeggiare, su “Metropoli”, matrimoni misti fra musulmani e non islamici. Obliando, volutamente, il dettaglio che i convertiti siano sempre “gli altri”. Mai i musulmani.
Perché, in casa “La Repubblica”, sanno bene che parlare di un matrimonio con protagonista un musulmano apostata significherebbe maledirlo. Egli cesserebbe di vivere in pace, esponendosi ad un’esistenza prossima a quella di un pentito di mafia.
Ma questo è  poco “multiculturale”. Meglio omettere…
Dunque silenzio anche sulle migliaia di famiglie poligame. O sui matrimoni combinati. E, semmai se ne parlasse, farlo sempre presentandone i lati positivi (tranquilli, in redazione sono capaci di trovarne, anche nella poligamia).
Sono le stesse menti che palesano “bocche a cul di gallina”, non appena si verificano tragedie poco multiculturali come quelle di Hijna e Sanaa.
O paradossi clamorosi come quello della scuola Pisacane, ridotta ad essere un Istituto ghetto da un manipolo di “multiculturalisti a senso unico”, bravissimi nell’intento di far scappare tutti i genitori dei bambini italiani.
Ovviamente, tutti razzisti!




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16 settembre 2009
Algeria: il medioevo alle porte di casa

 
ALGERIA: ARRESTI PER NON RISPETTO DIGIUNO RAMADAN




ALGERI, settembre 2009 (ANSA) - Dieci giovani sono stati arrestati in Algeria, a Setif (300 km ad est di Algeri) perche' sorpresi a fumare durante la giornata infrangendo cosi' il digiuno del mese
sacro del Ramadan.
Secondo quanto riferisce El Watan, sei persone, tra cui due ragazze minorenni, sono state arrestate all'inizio della settimana nel quartiere periferico di Larassa, a Setif dove altri quattro giovani sono stati fermati per lo stesso motivo mentre si trovavano in un parco nel centro della cittadina.
Ad Algeri, altre due persone, erano state arrestate durante la prima settimana dal Ramadan perche' stavano mangiando durante la giornata. Dopo 24 ore di carcere, precisa la stampa algerina, ''sono state rilasciate grazie all'intervento di un personaggio importante''.
La legge algerina non condanna espressamente il non rispetto del digiuno del mese sacro, ma prevede da 3 ai 5 anni di carcere e multe tra i 50 mila e i 100 mila dinari (tra i 500 e i mille euro) per chiunque ''offenda il Profeta o uno degli inviati di Dio o denigri i dogmi e i precetti dell'Islam''.






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11/09/2001