.
Annunci online

Spigolature di attualità, politica e religione
6 giugno 2010
Per le sinistre europee che scherzano con il fuoco

 

La milizia politico-religiosa di Erdogan

L'Ihh, l'associazione che ha organizzato la spedizione è lo strumento di pressione nelle mani del premier turco

Guido Olimpio
06 giugno 2010


WASHINGTON – La flottiglia di Gaza è solo l’inizio. Nelle intenzioni del premier turco Erdogan, l’IHH (Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione che ha organizzato la spedizione, deve trasformarsi in uno strumento di pressione. Politica e religiosa.

OBIETTIVO SVIZZERA - Il prossimo obiettivo, per il quale c’è già stato uno stretto coordinamento tra gli attivisti e il governo, sarà la Svizzera. L’IHH, con l’aiuto di Ankara, dovrebbe lanciare una campagna contro il no della Confederazione elvetica alla costruzione di minareti nel Paese. L’idea di Erdogan è di usare l’IHH come un lungo braccio di influenza. E per questo ha garantito pieno appoggio al suo leader Bulent Yildirim. Il governo, come prima mossa, avrebbe deciso di rimborsare l’associazione con due milioni di dollari a coperture delle spese sostenute per acquistare due dei battelli impiegati nella sfida a Israele. Un gesto tangibile che rappresenta un sigillo agli stretti rapporti.

PRIMA DI ERDOGAN - Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata dai servizi turchi con grande sospetto. La polizia e l’intelligence ritenevano che fosse troppo legata ad ambienti radicali. Non solo: c’erano stati fitti scambi di informazione con colleghi occidentali sulla pericolosità del gruppo. E nel 1998 la sede dell’associazione era stata perquisita dalla polizia che cercava delle armi. Ma quando Erdogan è diventato premier tutto è cambiato. Il capo del governo ha visto in Yldirim e nell’IHH un formidabile strumento di propaganda. E’ cresciuta così la collaborazione e sul movimento sono arrivati, senza troppi controlli, anche finanziamenti esterni. In particolare dall’Iran dalle potenti “bonyad” - fondazioni legate al regime – e da associazioni saudite. L’IHH ha potuto in questo modo estendere in modo più “pulito” le attività messe in piedi negli anni ‘90 da alcuni militanti poi entrati nella formazione. All’epoca erano emerse sponde «interessanti» con elementi sospettati di terrorismo.

I CONTATTI CON HAMAS - In vista dell’operazione Gaza, Yldirim ha accentuato i contatti con Hamas e l’IHH ha si è dedicata alla raccolta fondi in favore del movimento palestinese e ampliato l’attività di propaganda. Un asse consacrato da due incontri importanti tra Yldirim e i capi di Hamas. Il primo nel gennaio 2009 con Khaled Meshal e il secondo, sei mesi fa, con Ismail Haniyeh. Consultazioni benedette dai turchi in vista della grande sfida nel Mediterraneo.




permalink | inviato da KRITIKON il 6/6/2010 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 aprile 2010
Il disastro del Tupolev: un'opportunità per Mosca. Insperata?

 


L’incidente che piace ai russi

lunedì 12 aprile 2010 
di Maurizio De Santis



Resta avvolto nel mistero l’incidente del Tupolev 154 che, sabato mattina, ha azzerato l’élite dirigenziale polacca, diretta a Katyn (per commemorare i 22.000 ufficiali polacchi trucidati dai comunisti staliniani).
Per quanto possa sembrare scontata l’ipotesi (subito comunicata) di un errore umano, è piuttosto facile immaginare che, prima dei prossimi quattro o cinque lustri, sarà piuttosto arduo aspettarsi un minimo di certezza.
Come dicevo, secondo le prime constatazioni, il crash del Tupolev 154 che ha causato la morte del presidente polacco Lech Kaczynski avrebbe cause rapportabili ad un errore umano. Immediata, se non precipitosa, l'ipotesi di un attentato o, comunque, di una manomissione.

A bordo del Tupolev 154, schiantatosi alle 10:50 di sabato scorso, non erano certo presenti mezze figure. Il personaggio più importante è senza dubbio il presidente Lech Kaczynski e la coniuge Maria Kaczynska.  Lech Kaczynski era gemello minore di Jaroslaw Kaczynski, e formava un duetto politico senza precedenti, nato all' epoca dell' opposizione anticomunista clandestina e consolidatosi dopo la caduta del comunismo in Polonia, nel 1989.

I gemelli Kaczynski governarono la Polonia dal luglio 2006 a novembre 2007. Lech come presidente della Repubblica e Jaroslaw in qualità di primo ministro.
Ma i “cadaveri eccellenti” non si esauriscono con il presidente polacco. Lech Kaczynsky, difatti, era accompagnato dal presidente della banca centrale della Polonia (NBP), dal capo di stato maggiore polacco Franciszek Gagor, dal generale Bronislaw Kwiatkowski, capo delle forze operative della Polonia (stato membro della NATO), dai generali Tadeusz Buk (capo dell’esercito), Andrzej Blasik (comandante in capo delle forze aeree), Wojciech Potasinki (responsabile delle forze speciali) ed il viceammiraglio Andrzej Karweta (comandante della marina militare polacca). E, come ciliegina sulla torta, citiamo pure l’ex presidente polacco in esilio a Londra, Ryszard Kaczorowski.
Senza contare il gruppuscolo di deputati e notabili che ingrossavano la pattuglia degli 85 membri della delegazione polacca.
Ciò che appare davvero sorprendente è come l'aereo presidenziale fosse, per la maggior parte dei polacchi, oggetto ricorrente di scherzi, tanto guasti e problemi tecnici erano frequenti.
Il 22 gennaio scorso, un caricaturista della stampa polacca ne aveva tratto una curiosa vignetta, raffigurante l’intero staff presidenziale impegnato a spingere un catorcio volante, pur di farlo decollare…

Di qui a caldeggiare la tesi dell'incidente, il passo è davvero agevole.
Ma alcuni analisti polacchi non hanno mancato di rilevare come la pessima reputazione del Tupolev 154 possa costituire una copertura ideale per un sabotaggio.
E non saranno certo gli oltre 40 esperti inviati, in precipitosa rinfusa, da Vladimir Putin, a poter confermare la tesi dell’incidente.
Dove, secondo la versione dei controllori russi, i piloti dell’aereo presidenziale, improvvisamente imbolsiti, magari inesperti di nebbia (sapete, in Polonia brilla un sole, che neanche a Papeete), avrebbero preso ad approcciare la pista alla maniera di un Piper privato qualunque, salvo poi “scappucciare” l’immancabile abete e finire arrostiti con tutto il gotha governativo polacco.

Resta un fatto inconfutabile. Che questo incidente (?) offre a Vladimir Putin la ghiotta possibilità di interferire negli affari interni polacchi. Dove, va ricordato, sia Jaroslaw Kaczynski, sia il presidente della dieta, camera bassa del Parlamento polacco, Bronislaw Komorowski, che il primo ministro Donald Tusk non sembrano più al riparo da un regolamento di conti politico che, c’è da crederci, non mancherà di avere ripercussioni anche all’interno della NATO.




permalink | inviato da KRITIKON il 12/4/2010 alle 5:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
1 aprile 2010
Da Ginevra, un'altra "sberla" alla libertà d'opinione

 

Ginevra, approvata la risoluzione contro la diffamazione delle religioni

di Maurizio De Santis
giovedì 01 aprile 2010




Alla fine, dunque, la lobby oscurantista ce l’ha fatta.
Il Consiglio dei diritti dell’Uomo di Ginevra ha approvato una risoluzione contro la diffamazione delle religioni, presentata illo tempore dall'Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), per iniziativa del Pakistan (paese dove la libertà religiosa eccelle a livelli di basso medioevo).
Una risoluzione adottata con risicata maggioranza, nel formare la quale sono stati decisivi proprio i paesi dell’OCI e del gruppo africano (20 voti).
A fronte dello schieramento clerical-medievalista, hanno fatto risicato muro l'Unione europea, gli Stati Uniti ed alcuni paesi latino-americani, finalmente decisi a passare dall’astensionismo al “no” (17 voti).
Determinanti, invece, le solite astensioni dei paesi “altermondisti” (ben 8), linfa di un movimento di non allineati che, nel concreto, fa molti più danni di quanto si possa immaginare.
Assume particolare rilievo il fatto che, un intero paragrafo del testo approvato, fa esplicito riferimento al freschissimo divieto elvetico dei minareti, classificandolo come una chiara manifestazione di islamofobìa.
Un chiaro “scappellotto” comminato all’elettorato svizzero, il quale in futuro dovrà evidentemente sentirsi democratico, ma solo se votasse nella direzione gradita alla potentissima OCI.
Giunge dunque piuttosto dissonante il commento rilasciato da Julie Gromellon, responsabile della Federazione Internazionale della Lega dei diritti dell'uomo (FIDH), una ONG estremamente attiva nella lotta per l’eliminazione del ricorrente concetto di “diffamazione delle religioni” dalle varie risoluzioni dell'ONU. Che ha avuto l’ardire di classificare detta risoluzione come un buon risultato di compromesso.
Ma compromesso su cosa?
Ha un bel cantare, la signora Gromellon, quando dovrebbe rendersi piuttosto conto che il paragrafo che condanna il (democratico) voto referendario elvetico, rappresenta un avvertimento da parte dell’OCI ai paesi occidentali, segnatamente quelli europei.
Sin dal suo primo utilizzo, il termine “diffamazione delle religioni”, rappresenta un’arma che sovente i paesi a maggioranza islamica amano brandire senza molto ritegno, trasformandola in moneta di scambio nelle più disparate trattative.
Ed è indubbio che, anche in questa occasione, l’OCI abbia dato il meglio di se per alzare la posta. Lo stesso ambasciatore del Senegal, Babacar Ba, (egli stesso rappresentante dell’OCI a Ginevra), ha candidamente confermato che il paragrafo in questione è stato voluto dalla Conferenza Islamica, con il fine di stigmatizzare il voto popolare svizzero.
Ora, anche se le risoluzioni votate in seno al Consiglio dei diritti dell'uomo non hanno capacità costrittiva, è innegabile che esse producono conseguenze diplomatiche sensibili.
Ma nel marasma delle organizzazioni sinistrorse europoidi, così sollecite e presenti nel criticare (a ragion veduta o meno), le istituzioni clericali cristiane (cattoliche e non), manca la lucidità per riuscire a comprendere come fermare questo pernicioso concetto islamico dal sapore neanche tanto vagamente “da santa inquisizione”.
Tanto che c’è voluto un arabo musulmano per suonare la sveglia.
Hossam Bahgat, direttore esecutivo dell'iniziativa egiziana per i diritti individuali, ha dichiarato senza peli sulla lingua che “il concetto della diffamazione delle religioni è un potentissimo strumento per la restrizione delle libertà sulle questioni religiose e contribuisce a dare una legittimità a qualsiasi tipo d'abuso nel mondo arabo”.
Della serie: chi ha il pane, non ha i denti…




permalink | inviato da KRITIKON il 1/4/2010 alle 20:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 marzo 2010
Iraq: elezioni "buone" per forza....

 

Exit strategy




permalink | inviato da KRITIKON il 29/3/2010 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
14 marzo 2010
Qualcosa si muove nel medioevo arabo sunnita
 

Il Capo della diplomazia del Bahreïn: "Israele è sempre esistito ed esisterà per l'eternità"

Tratto da: drzz.info

11 marzo 2010
Tradotto da: Kritikon

L’episodio ha generato moltissimo rumore nel ministero degli esteri.
Se ne parla reiteratamente, spesso a mezza bocca ma, tutti i diplomatici ed i notabili presenti al fatto, confermano ciò che è avvenuto alcuni giorni fa a Washington!
In quella circostanza, il ministro degli esteri del Bahrein, Sheikh Khaled ben Ahmad Al-Khalifeh, ha rilasciato una dichiarazione di quelle che non si scordano facilmente (citazione del Maariv).
In occasione di una riunione a Washington, con rappresentanti delle maggiori lobby israeliane, ecco la dichiarazione a sensazione: “Tutti sanno bene che Israele beneficia di una presenza storica in Medio Oriente e che esisterà per l’eternità”.

I testimoni sono numerosi.
Presenti i rappresentanti del movimento religioso Habad, dell’ AIPAC, della Commissione ebraico-americana, dell'agenzia Ben Bright, oltre al rappresentante del ADL (Lega anti-diffamazione) e numerose personalità ebree influenti.
Sheikh Khaled avrebbe aggiunto: “Quando tutti saranno coscienti di queste realtà, sarà facile giungere alla pace tra i paesi della regione e Israele”.
L’ambasciatrice del Bahreïn negli Stati Uniti, Hoda Azra Nounou, che voci insistenti vorrebbero ebrea partecipava alla riunione.
Non dimentichiamo che l'anno scorso, il principe ereditario del Bahreïn, Sheikh Salmane Ben Hamad Al-Khalifeh aveva già richiesto del mondo arabo di “scuotersi un po’. Di andare a parlare agli Israeliani nei loro mass media. Se vogliono realmente la pace, perché non parlano? I ministri israeliani non parlano alle nostre reti televisive?”
Purtroppo il Barheïn è messo sotto pressione eterna dei paesi arabo-musulmani che gli proibiscono di firmare un accordo di riconoscimento.
Ma al ritmo con il quale mutano le cose, tutto può cambiare.
E rapidamente!




permalink | inviato da KRITIKON il 14/3/2010 alle 9:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
12 marzo 2010
Dopo la Svizzera, scricchiola anche l'Olanda
 



Olanda: stanchi del politically correct

giovedì 11 marzo 2010
di Maurizio De Santis




Il 12 febbraio 2009, il deputato olandese Geert Wilders venne respinto all'aeroporto di Heathrow, come indesiderabile.
Manco fosse un nipotino di Bin Laden.
Autore di questa squisitezza diplomatica fu Jacqui Smith, ministro dell'interno britannico. Questi, adducendo come motivazione le opinioni espresse dal politico olandese, denunciò di non poter garantire la sicurezza pubblica.
A dargli manforte, nel gesto umiliante, intervenne nientemeno che David Miliband, ministro degli esteri. L’ineffabile David accusò Wilders di aver prodotto una pellicola (Fitna), carica di odio ed islamofobia. Salvo appurare, poi, che non l’avesse neanche visionata …
Il divieto di ingresso in Gran Bretagna, per un reato di opinione, si rivelò un autentico schiaffo alla legalità europea e, piacesse o meno ai sinistrorsi europoidi, costituì un vero e proprio affronto al popolo olandese.
Ma il peggio era di là dal venire.
Il 30 giugno 2008, la Corte olandese annunciò che le dichiarazioni di Geert Wilders sui musulmani non giustificavano alcun luogo a procedere, dato che erano espresse “nel quadro di un pubblico dibattito”.
Ma, il 21 gennaio 2009, la Corte d' appello d' Amsterdam, pressata da una valanga di ricorsi, ordinò alla Corte di perseguire Geert Wilders per “istigazione all’odio ed alla discriminazione”.
Decisivo apparve l’accostamento, fatto da Wilders, tra la religione musulmana ed il nazismo.
Fatto piuttosto singolare per un governo che, in occasione del Kristallnacht (Notte di cristallo) organizzata dagli euro-palestinesi, non proferì favella dinanzi a slogan del tipo: “morte agli ebrei”, “morte ad Israele”, “fuggite come cani sciolti, maledetti Kuffar” (miscredente, in arabo).
Ancor più grave se si considera che l’Olanda è la terra dove, nel nome dell’islamo-comunismo, hanno bellamente accoppato due politici di rilevo: Pim Fortuyn e Theo Van Gogh.
Il recente trionfo di Wilders ed il suo PVV, non solo “bissa” le europee del giugno 2009, ma mette alle corde quella misteriosa legge politica non scritta, che vorrebbe come realmente democratici solo i voti favorevoli al centrosinistra convenzionale.
Così, il 16 per cento degli olandesi si scopre, di colpo, “razzista”. L’europarlamentare socialista, di origine turca, Emine Bozkurt, tuona contro la decadente democrazia olandese (d’altronde, dall’intonsa Turchia…), definendo il voto “scandaloso e deludente”.
Bozkurt dimentica magari che l’Olanda è il paese dove decine di immigrati marocchini (con tanto di duplice cittadinanza), pur ricoprendo cariche importanti nel paese, svolgevano il doppio gioco a favore dei servizi segreti di Rabat.
Per molto meno, in Turchia, ci sarebbe scappata una bella teoria di morti accoppati.
Si sta plasmando un clima politico edulcorato.
Gli intervistati, dinanzi ad un microfono, dichiarano quello che è “politically correct”, salvo poi votare (nel segreto dell’urna), in base alle sensazioni ricavate dal vissuto quotidiano.
Vedi la Svizzera ed il referendum sui minareti. Vedi le clamorose risultanze anti-islamiche, nei sondaggi portati avanti da El Pays (Spagna) e L’Express (Francia).
Meglio tornare a Bismark, che sosteneva come “la politica fosse l’arte del possibile”.
Non dei sogni.




permalink | inviato da KRITIKON il 12/3/2010 alle 7:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 marzo 2010
Il tramonto delle democrazie

 
Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo

Tratto da: liberaliperisraele
05/03/2010



In un recente articolo di Sergio Minerbi ho trovato una storia che mi ha molto colpito, tanto da cercarla sul web.
Eccola, nella versione più completa che  ho potuto recuperare: per bocca di "S.E. Mons. Ernesto Vecchi, Vescovo Ausiliare, Vicario Generale, Moderatore della Curia" di Bologna.
"Durante la Seconda Assemblea Speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, S.E. Mons. Giuseppe Germano Bernardini, Arcivescovo di Izmir in Turchia, dove è rimasto per oltre 40 anni e dove i musulmani sono il 99,9%, ha messo in evidenza la persuasione di tanti autorevoli personaggi musulmani così formulata: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.
Tale persuasione fu espressa anche al Cardinale Oddi di v.m., durante il suo servizio diplomatico, da un noto Capo di Stato islamico che gli disse: “Voi ci avete fermato a Lepanto nel 1571 e a Vienna nel 1683. Noi invaderemo l’Europa, senza colpo ferire, grazie alla vostra democrazia”. (
http://www.bologna.chiesacattolica.it/vescovi/vecchi/omelie_discorsi/2009_05_22.php )

A parte le "sue eccellenze" e le "venerate memorie" (questo significano le sigle), vale la pena di riflettere su queste dichiarazioni, perché corrispondono a un problema che non riguarda solo i cattolici, ma tutti: l'uso degli strumenti democratici contro la democrazia, delle garanzie per abolire le garanzie, delle leggi contro la legge.
E' una vecchia abitudine delle forze dittatoriali: Mussolini e Hitler, a capo di movimenti già violenti, conquistarono il potere con le elezioni e istaurarono la dittatura per legge; lo stesso fecero i comunisti in Cecoslovacchia, Hamas nei territori palestinesi e sta facendo Erdogan in Turchia.
Sul piano più vasto il tentativo si ripete in tutt'Europa: si invocano i diritti democratici per il velo, le moschee, la legalizzazione degli immigranti, col solo scopo di abolirli per tutti gli altri e applicare le "leggi religiose islamiche" che stabiliscono l'inferiorità dei "dhimmi", i non musulmani – come accade in tutti i paesi islamici.
La cosa nuova e più preoccupante è che ci sono in Europa e nell'Occidente, volonterosi collaboratori di questa politica: giudici, politici, "cattolici di base", che ritengono loro dovere aiutare gli islamici nella loro lotta, in particolare contro Israele, applicando una giustizia asimmetrica, garanzie in una direzione sola. Insomma, la democrazia è in guerra, ha individuato la propria emergenza, ma in maniera strana.

Lo vediamo continuamente, col rapporto Goldstone, coi mandati di arresto dei giudici inglesi contro i politici israeliani, con  le stesse reazioni alla morte del terrorista di Hamas a Dubai.
C'è stata una protesta ufficiale dell'Unione Europea per l'uso di passaporti falsi di presunti membri del Mossad.
Ma con che passaporto viaggiava il terrorista?
E si è mai visto un agente segreto che esibisse il suo passaporto vero?
Magari di un paese non riconosciuto e non ammesso, com'è Israele in tutto il mondo arabo, Dubai incluso? Lo stesso vale, a un altro livello, per il processo Wilders in Olanda. Geert Wilders ha indicato il pericolo antidemocratico dell'ideologia islamista, ma non c'è stato un processo contro chi la professa, è stato incriminato lui.

Sapete la vecchia storia del dito che indica la luna e dello stupido che guarda il dito e non la luna? Ecco, quando qualcuno oggi indica all'Occidente un pericolo e magari prova a difendersene, gli imbecilli considerano pericoloso il dito e cercano di eliminarlo: per lasciare entrare indisturbato il pericolo e "non provocarlo". Di modo che possa tranquillamente usare  le nostre leggi democratiche per invaderci, senza fare troppa fatica.

Ugo Volli Informazione corretta




permalink | inviato da KRITIKON il 5/3/2010 alle 21:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
4 febbraio 2010
BCE ed UE: il tramonto delle sovranità nazionali

 

A Francoforte hanno sepolto la sovranità nazionale
giovedì 04 febbraio 2010
di Maurizio De Santis



Lo scorso 19 gennaio, la BCE (Banca Centrale Europea), ha pubblicato uno studio mirato a valutare le conseguenze giuridiche nell’ipotesi di defezione dal sistema EURO da parte di uno Stato membro.
Nell’introduzione al documento, la BCE ha fatto esplicito riferimento alla recente crisi, argomentando che “i recenti sviluppi economici hanno, probabilmente, aumentato il rischio dell’uscita dal sistema unico da parte di qualche Stato più debole”.
Pur senza alcuna menzione diretta, è chiaro come lo scenario ipotetico fosse riferito alla Grecia, al centro di un attacco speculativo.
Ma, ricordiamolo, potremmo considerare paesi quali il Portogallo (fresco di appostamento “sottocontrollo”), l’Irlanda, la Spagna (in caduta libera) ed il nostrano Stivale.
Volendo essere pedanti, potremmo osservare come la moneta unica non ha affatto protetto i soggetti più deboli.
Anzi, proprio nella zona euro si è registrata la recessione più forte del mondo globalizzato.
E’ l’euro-zona, e non un altro luogo, ad essere entrata per prima in recessione.
Qui, e non altrove, la crescita economica langue da tre lustri.
Ma, al di là della mera critica strumentale all’euro, il documento suscita perplessità per un altro motivo.
Per la prima volta, viene seriamente considerata l’ipotesi di qualche defezione. E si è formulata una minaccia (neanche tanto velata), verso quegli Stati che potrebbero essere sempre più tentati di ritrovare la loro libertà monetaria.
Così, mentre nessun trattato europeo lo prevede, la BCE avverte: l'uscita della zona euro significherebbe l' espulsione immediata dall’UE…
Per gli gnomi di Francoforte, dunque, cinquant’anni di percorso europeo (dalla CEE in poi), avrebbero creato “un nuovo ordinamento giuridico”, che supera “l’obsoleto concetto di sovranità” ed impone, dunque, “una limitazione permanente del diritto statuale”.
Sì, avete letto proprio bene.
La BCE riconosce esplicitamente che il concetto della sovranità, base delle nostre democrazie da almeno tre secoli, è sostanzialmente superato. E nessuno Stato può pretendere un trattamento speciale.
S’è aperta dunque una nuova fase, nella quale i governi nazionali dovranno ineluttabilmente rinunciare a parti progressivamente maggiori del loro diritto.
Resta un’altra perplessità.
Il più delle volte si è preferito perseguire la costruzione dell’UE by-passando la sovranità popolare. Dando così la sgradevole sensazione che gli architetti operino per vie massoniche.
Fino ad oggi, poche volte la gente è stata chiamata ad esprimersi realmente. E, quando è stato, ha spesso manifestato un dissenso (il no di Francia e Olanda alla Costituzione europea, il no danese all’euro, o quello irlandese al Trattato di Lisbona), puntualmente seguito da un nuovo turno referendario dall’esito positivo.
Sarà.
Ma quest’Unione Europea appare sempre più come una struttura voluta a dispetto degli elettori.




permalink | inviato da KRITIKON il 4/2/2010 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 gennaio 2010
H1N1: gli affari d'oro dei soliti noti.

 


H1N1: Cento di questi virus! 

giovedì 28 gennaio 2010 
di Maurizio De Santis




Quando la dott.ssa Anne Schuchat (controllo e prevenzione delle malattie degli USA), spiegò come il virus H1N1 fosse una sintesi di quattro virus diversi, il timore di una nuova “influenza spagnola” attanagliò gli spiriti di ogni dove.
I governi, colti dal panico, inscenarono un colossale, disordinato, “acciaccapesta” negli atri delle maggiori case farmaceutiche mondiali.
Un miracoloso metodo permise, alle grandi sorelle del farmaco, di sviluppare in tempo record (tre mesi) i vaccini contro il temibile virus H1N1.
Voci, “non allineate”, reciterebbero che questa “mission impossibile” sia stata resa possibile dal provvidenziale sviluppo di un ceppo principale, detto “A/California/07/2009”, isolato nell'aprile 2009 in Messico.
Le stesse voci che, senza mezzi termini, oggi denunciano come le autorità sanitarie occidentali sapessero bene come si fosse certi della diffusività della pandemia, ma non della sua letalità.
Le polemiche che divampano nello Stivale, sull’opinabilità del contratto sottoscritto dal ministero della sanità con i fornitori di vaccini, non sono affatto un’esclusiva nazionale.
La Francia (65 milioni di abitanti), per esempio, è arrivata ad ordinare qualcosa come 94 milioni di dosi. Una commessa, per circa 869 milioni di euro, fatta a quattro diversi laboratori: Glaxo-Smith-Kline, Novartis, Sanofi-Pasteur e Baxter. Forti dell'avallo dell'agenzia europea delle medicine (EMEA).
Però, dall'inizio della campagna preventiva, lanciata il 21 ottobre, solo 5 milioni di francesi si sono vaccinati.
Oggi, dopo il flop, Parigi ha iniziato a rivolgersi verso l'estero per smaltire i suoi stock. Fra i primi acquirenti, manco a dirlo, gli immancabili amici arabi. Così, il Qatar ha già acquistato 300.000 dosi mentre, di converso, l'Egitto ne ha prenotate 2 milioni.
Ma l’eccedenza, come capirete, resta ingente.
E che dire del Canada? Alle prese con un’eccedenza di 9 milioni di dosi ed un contratto con la Glaxo-Smith-Kline per 33 milioni di dosi.
O del Belgio, dove il ministro degli affari sociali e della sanità pubblica, Laurette Onkelinx, ha potuto raggiungere un accordo con la ditta Glaxo-Smith-Kline (e tre!), per una revisione al ribasso della commessa del vaccino Pandemrix (originarie 12,6 milioni di dosi).
E mentre la Germania prova a disfarsi delle sue eccedenze vendendo a Kiev il 5%, delle 50 milioni di dosi prenotate, l’Olanda, per non essere da meno, tenta di piazzare 19 delle 34 milioni di dosi (per 16 milioni di abitanti!), incautamente commissionate.
Al confronto con queste cifre, l’Italia appare la più prudente, con solo 24 milioni di dosi, acquistate dalla Novartis. Ma ultima in profilassi: 800 mila vaccinati, ossia il 3% delle dosi acquistate.
Costo: 184 milioni di euro.
E, beninteso, tutto “a norma di legge”.
Chi non pensa a male è uomo bennato e ricco di fede.
Marc Gentilini, specialista di immunologia ed ex presidente della Croce rossa francese, non fa sconti. Per lui questo pasticcio era prevedibile.
Avrebbe concordato, con lui, il suo connazionale. Il caustico Nicolas De Chamfort“A certe cose è più facile dare veste legale che legittima”.




permalink | inviato da KRITIKON il 28/1/2010 alle 21:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 gennaio 2010
India: sicurezza impone stop al delirio religioso

 


India, niente documenti alle donne islamiche che non si tolgono il velo


del 24/01/2010


Non più carte di identità o certificati elettorali per le donne musulmane che in India rifiuteranno di farsi fotografare senza il burqa o il niqab, i due tipi di velo che nascondono più o meno totalmente il volto. Lo ha deciso la Suprema Corte indiana a seguito del ricorso di un uomo musulmano contro la Commissione elettorale dello stato meridionale del Tamil Nadu che aveva sostenuto che la fotografia di chi va a votare senza velo sulla carta di identità è condizione essenziale per poter esercitare il diritto di voto, in quanto consente la certezza dell’ identificazione, altrimenti impossibile. Nel ricorso l’uomo sosteneva che la foto della moglie senza velo per i documenti ufficiali era una violazione della legge islamica in forza della quale la donna credente musulmana, dalla pubertà in poi, può mostrare il volto solo al marito e ai stretti familiari.

Ma la sentenza della Corte suprema indiana è stata inflessibile: «Se queste persone vogliono essere cosi ligie al loro credo - è il verdetto - allora rinuncino ad andare a votare e al diritto di avere una carta di identità con foto». Immediate sono scoppiate le polemiche nel mondo musulmano in India, circa 120 milioni di persone, spaccato a metà. Da una parte gli integralisti islamici, fedeli a una lettura rigida del Corano sull’obbligo delle donne a coprirsi il capo: la Corte suprema ha violato - sostengono - l’articolo 25 della costituzione che garantisce il diritto di tutti i cittadini indiani di poter praticare una qualsiasi religione a propria scelta. Gruppi di musulmani moderati hanno invece dichiarato di appoggiare le decisione della Corte Suprema indiana. «Se già si consente che le donne musulmane possano essere fotografate senza velo per il passaporto - ha detto Kamal Faruqui, membro della Commissione legislativa musulmana indiana - non si capisce perché dovrebbe ora rappresentare un problema consentire le fotografia per la carta di identità o per il certificato elettorale. Sono certo che anche gli integralisti capiranno in seguito l’importanza della cosa e finiranno per accettarla».

La decisione della Suprema Corte pare destinata comunque ad acuire i mai totalmente sopiti contrasti tra la minoranza musulmana, 120 milioni sul miliardo di abitanti dell’India, e la maggioranza induista. Soprattutto in seguito agli attentati che sconvolsero Mumbai nel novembre 2008, il mondo induista guarda con sempre maggiori sospetti rispetto al passato i membri della comunità musulmana, ritenuta in qualche modo collegata alla strage. L’esigenza di una maggiore sicurezza, l’intensificarsi di tutti i controlli soprattutto negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie e negli altri luoghi pubblici considerati strategici hanno contribuito a sollevare il problema delle donne musulmane che, indossando il burqa o il niqab, rendono difficile, se non spesso impossibile, la loro identificazione.




permalink | inviato da KRITIKON il 26/1/2010 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
aprile       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

                                   

 































11/09/2001