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Spigolature di attualità, politica e religione
16 novembre 2008
Inquietante progetto: spossessare l'educazione dei figli per creare gli adepti di domani
 

Spagna: “la tentazione totalitaria del potere” dei Socialisti

10/11/2008

Tratto da Novopress




MADRID - Alba Rafael Miner, direttore del settimanale spagnolo, denuncia una legge organica d'istruzione (LOE) che il governo socialista di Rodriguez Zapatero vuole imporre alla scuola pubblica e privata in Spagna.

La perla succitata è intitolata, “istruzione per la cittadinanza”, questa direttiva violerebbe gli articoli 16 e 27.3 della costituzione spagnola del 1978.

Il primo “garantisce la libertà ideologica, religiosa e di culto” ed il secondo prescrive ai pubblici poteri “di garantire ai genitori il diritto di dare ai loro bambini la formazione religiosa e morale in accordo con le loro convinzioni”.
Per Rafael Miner, questa nuova morale pubblica serve da ideologia al servizio “del primato dello Stato sui genitori”.
Determina anche “la destrutturazione della famiglia classica fondata sul matrimonio tra l'uomo e la donna”, e, infine, comprende “una nuova etica relativistica che fugge la ricerca della verità sull'uomo, come lo ha segnalato Benedetto XVI”.
Il giornalista iberico cita il suo compatriota, il giurista Jesús Trillo-Figueroa, che scrive nel suo ultimo lavoro, “la tentazione totalitaria”: “Siamo nuovamente in presenza di una tentazione totalitaria del potere, che mette le nostre libertà in pericolo”.

E non soltanto in Spagna, purtroppo…






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SOCIETA'
12 novembre 2008
Riflessione di una femminista sul primato dei valori occidentali

Un punto di vista femminista sugli “accomodamenti” per ragioni religiose

Tratto da Sisyphe

Tradotto da Kritikon


Diana Guilbault ha una formazione in sociologia ed in giornalismo. Ha lavorato in varie organizzazioni comunitarie ed in diversi organismi di difesa dei diritti, come la Commissione per i diritti della gioventù ed il Consiglio dello statuto della donna, per il quale ha redatto, in particolare, “le donne anziane del Québec” (1999) e “le donne immigrate del Québec” (2005). Ha svolto un’intensa attività di beneficenza per molti anni in diversi organismi comunitari nei settori scolastici, comunali e sportivi.




Nel corso degli ultimi cinque anni sono fioriti in Canada moltissimi convegni e dibattiti attorno al ruolo che le varie religioni vorrebbero svolgere nella vita sociale.
In Canada, in particolare, la richiesta dei gruppi radicali musulmani di instaurare tribunali islamici per giudicare cause collegate al diritto della famiglia ha provocato un vasto movimento di protesta in tutto il paese.
Proprio il “caso” Québec, dove si sono registrate vive reazioni dinanzi una serie di deroghe nelle norme sociali comuni, giustificate per mere ragioni d'ordine religioso, rimettenti in discussione l'uguaglianza dei sessi, ha sollecitato il governo a creare una commissione di consultazione nel 2007.
Le udienze di questa commissione, alla fine, si sono rivelate uno storico un esercizio di democrazia.
Tuttavia, se le persone invitate ad esprimersi hanno potuto farlo liberamente, la lettura della relazione dei commissari ha lasciato intendere che non sono state tutte ascoltate con la stessa attenzione e la stessa empatia.
Il punto di vista femminista non ha ricevuto l'accoglienza che avrebbe meritato dato che “ragionevoli compromessi”, accordati in nome di credenze religiose, minacciavano di erodere i diritti delle donne.

Questo libro ha voluto rimediare a quest'occultamento presentando un ritratto globale, che include l'opinione femminista.
Diana Guilbault ci spiega perché le proposte della relazione di questa commissione danno una risposta inadeguata al disagio profondo provato da un'ampia parte della società del Quebec.
La questione delle deroghe e dei compromessi non ha nulla da vedere con l'immigrazione, ma riguarda piuttosto l'adesione che certi individui hanno dato ad una lettura fondamentalista e politica della loro religione.
Questa lettura, associata ad un'errata interpretazione di multiculturalismo, ha condotto ad individuare l'appartenenza culturale ed identitaria in modo strettamente correlato all'appartenenza religiosa.
Tale lettura incita a credere che sia legittimo richiedere privilegi personali a scapito dei diritti collettivi, in particolare i diritti delle donne.

Nel contesto della mondializzazione, la religione rappresenta un fattore che facilita il ricompattamento delle Comunità “atomizzate”, cosa che spesso favorisce il fondamentalismo religioso.
Il suggerimento dato dalla commissione di “adattarsi per integrare”, che privilegia la relazione non convince l’autrice: un passo verso l’integrazione non può essere realizzato a scapito dei diritti e dei valori comuni della società d'accoglienza. Le persone immigrate hanno anche un ruolo da svolgere nella loro integrazione, in particolare impegnandosi a conoscere meglio la cultura della società nella quale hanno scelto di vivere e rispettando i suoi valori democratici.
Una parte della sinistra canadese, ed in particolare i circoli femministi, associa questa critica al compromesso e alle deroghe, generosamente accordate in nome dell’appartenenza religiosa, ad un atteggiamento chiuso “all’accettazione della diverso”, cosa che limiterebbe la riflessione.

Dinanzi a quelle e coloro che relativizzano la questione dei diritti delle donne invocando il rispetto delle culture e della libertà religiosa, Diana Guilbault riconosce che il bilancio dell'occidente è lungi dall'essere perfetto.
Ma l’Occidente conta al suo attivo valori che occorre rivendicare e difendere con orgoglio: la democrazia, la separazione della religione e dello Stato, come pure l'uguaglianza dei sessi.
Quanto alla questione controversa del velo islamico o a qualsiasi altro abito destinato a rendere le donne invisibile, Diana Guilbault ritiene che non si tratti là di una semplice scelta di abbigliamento.
Questo simbolo è un discorso che traduce la subordinazione delle donne imposta in nome di diktats divini creati, interpretati e rafforzati da uomini in carne ed ossa.
Per le donne indossare questi abiti si accompagna spesso ad altre forme di restrizioni dei loro diritti.





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CULTURA
18 ottobre 2008
Nero, musulmano, ricercatore Tidiane Diaye inchioda l'islam arabo alle sue responsabilità in materia di schiavitù. Da non perdere.
 

Il genocidio velato : uno studioso nero parla della tratta negriera arabo-musulmana

Fonte: Novopress

15/10/2008

Tradotto da Kritikon




Tidiane Diaye è un antropologo, quadro dell'Istituto Nazionale della statistica e degli studi Economici (INSEE) Guadalupa e direttore del settore di ricerca a Sup-de-Co (caraibi).
È l'autore di numerose opere e ricerche sulle civiltà dell’Africa nera. Fa parte di quella schiera di storici originaria dell’Africa nera che, come il ghanese John Alembillah Azumah, osano rompere il tabù sceso sulle vergogne della tratta arabo-musulmana dei neri, oggi sepolta nel dimenticatoio della storia per volontà di una certa corrente politically correct, in una sorta di gigantesca amnesia volontaria.

Un fenomeno, quello della schiavitù gestito dalla civiltà arabo-musulmana, riguardante per un certo periodo di tempo anche le popolazioni europee, che pagarono dazio con più di quattro milioni di persone rapite e vendute e che si esaurì verso il X° secolo solo con l’aumento della potenza militare dei paesi europei.
Tidiane Diaye tiene a dimostrare, per onestà scientifica, come l’organizzazione schiavista arabo-musulmana nel continente nero condusse ad un vero genocidio.
Per la potenza araba la risorsa negriera rappresentò una mucca da mungere che consentì ingenti profitti, ma non risparmiò certi “effetti collaterali”. Così, mentre il commercio dei neri portò da 10 ad 11 milioni di schiavi nei paesi arabo-musulmani, la brutalità “persuasiva” dei razziatori e la precarietà estrema delle condizioni di trasporto ne uccisero tre volte tanti.
Inoltre gli schiavi neri, una volta giunti presso i loro padroni arabi, subivano una castrazione sistematica e ciò spiega la totale assenza di soggetti neri fra la popolazione del Magreb, del Medio Oriente, della Turchia e dell’Iran.

La tratta negriera transatlantica, sulla quale gli studiosi e mass media europei hanno rivolto attenzioni fino alla nausea, è stata in raffronto meno disumana: e questo perché mentre da un lato riguardò una popolazione complessiva inferiore nel numero, dall’altra non assunse un rilievo di genocidio.
Ma alcune verità disturbano…
E la ricerca non viene facilitata proprio, come dice l’autore, per la diffusione di una certa “solidarietà” religiosa indirizzata a “coprire” il tutto fra i ricercatori arabi (e non arabi) musulmani.
Con il libro “Il genocidio velato” l'antropologo ed economista Tidiane Diaye mette quindi a fuoco lo scottante argomento da un punto focale diverso da quello solitamente apprezzato da una certa (interessata) pubblicistica islamica o marxista.

Nero, musulmano e ricercatore, Diaye ha saputo superare l'enfasi occidentale tipicamente masochista per offrire un'indagine seria e documentata.

Così, è con coraggio (tanto) e chiarezza che conferma la persistenza della schiavitù in alcune regioni, che interpreta, ad esempio, il conflitto del Darfour delle sue informazioni preziose, che denuncia la brutalità “secretata”, odierna e passata, del proselitismo islamico verso le popolazioni africane. Fino a denunciare l’impensabile sinergia di volontà (non solo di una certa retorica musulmana, ma anche di una certa sinistra europea) “di velare” questo genocidio.
Gli Arabi razziarono l'Africa subsahariana in modo ininterrotto per circa di tredici secoli.
Gran parte delle popolazioni deportate (parliamo di milioni di persone) scomparvero a causa dei trattamenti disumani.
Questa pagina penosa della storia d’Africa non è e non può essere seppellita nel dimenticatoio per mero opportunismo geopolitico.

La tratta negriera cominciò quando l'emiro e generale arabo Abdallah ben Saïd impose ai Sudanesi nel 652 un'accordo (Bakht') capestro. Esso contemplava la possibilità di conservare una certa incolumità in cambio di un tributo umano: la consegna annuale di centinaia di schiavi.
La maggioranza di queste sfortunate persone fu prelevata tra le popolazioni del Darfour. Si, proprio quello ancora oggi martoriato fra islamizzazione forzata di Karthoum e jahnjaweed.
E fu l’inizio di una vergogna umana e sociale che si arrestò solo alle soglie del xx° secolo.






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CULTURA
7 ottobre 2008
Interessante pubblicazione (in francese, ahimè) sulle manipolazioni dell'islam.
Islam, nazismo ed apocalittica.

In occasione della pubblicazione di “per Allah fino alla morte”, un'indagine sui convertiti all' islam radicale, Paul Landau evoca per Libertyvox alcuni temi del suo lavoro.

Tradotto da: Kritikon




Islamismo e nazismo: una convergenza dissimulata.

La convergenza tra alcune correnti dell'islamismo contemporaneo ed il nazismo non è fortuita, e permette di comprendere molte dimensioni in gran parte occultate del movimento islamista.
Il ricercatore tedesco Matthias Küntzel ha osservato che i due movimenti - il islamismo ed il nazismo - sono apparsi alla stessa epoca, e che rappresentavano tutti e due un tentativo di rispondere alla crisi economica mondiale del 1929 ed alla crisi politica del capitalismo liberale.
Questa coincidenza storica si accompagna ad una convergenza ideologica, sottolineata da Küntzel, ma sovente passata sotto silenzio dagli specialisti dell’islamismo.

Nel mio libro “Le Sabre et le Coran” (La sciabola ed il corano), viene affrontato il problema della complicità ideologica tra il fondatore dei fratelli musulmani, Hassan Al-Banna, il grande Mufti di Gerusalemme Hadj Amin Al-Husseini, ed il nazismo. Troppo spesso, i legami tra il Mufti - organizzatore “della sommossa araba” nella Palestina mandataria negli anni 1936-1939 - e la Germania nazista sono attribuiti ad un'alleanza di puro opportunismo, ai sensi del principio secondo il quale “i nemici dei miei nemici sono i miei amici”.




In realtà, come ho sottolineato e come dimostrano vari autori, questi legami tradiscono una profonda convergenza ideologica e politica che da allora, malgrado il nazismo sia stato sconfitto come regime politico e la sua ideologia apparentemente sradicata, non ha mai cessato di crescere e diffondersi.

Matthias Küntzel - autore di un lavoro d’avanguardia su quest'argomento (Matthias Küntzel, Jihad and Jew-Hatred: Islamism, Nazism and the Roots of 9/11, Telos, 2007.) - ed altri ricercatori hanno affrontato quest'argomento tabù, mostrando come l'ideologia nazista ed il suo corollario, l’odio per gli ebrei, si sono perpetuati dopo il 1945 nell'ambito del mondo arabo. E come l'antisemitismo europeo si sia trasferito nell'ambito del mondo musulmano grazie alla propaganda nazista, della quale il Mufti Al-Husseini è stato attore importante (in particolare tramite la sua emissione in Arabo sulle onde di radio Berlino). (Pierre-André Taguieff tratta questa scabrosa tematica attraverso l’esempio del mito “dei Sages di Sion”, nel suo libro “Prêcheurs de haine. Traversée de la judéophobie planétaire“ (Predicatori di odio. Traversata nella giudeofobia planetaria”, Fayard 2004.)

Per spiegare il fenomeno delle conversioni all'islam radicale, Farhad Khosrokhavar sottolinea un altro aspetto importante: quello del culto della morte. Elemento fondamentale dell'islamismo jaidista, il culto della morte - che si realizza in particolare con il ricorso ai kamikaze - è diventato in modo paradossale un fattore d'attrazione per numerosi convertiti che vogliono sfuggire alla monotonia ed alla vacuità dell'esistenza nella società consumista occidentale.
Come lo spiega Khosrokhavar: “Morire per una causa santa è un stratagemma che consente di superare la sensazione di vuoto che pervade le classi medie delle società occidentali private di ogni prospettiva di guerra o di un orizzonte “eroico”. Così, la conversione all'islam radicale è allo stesso tempo, come lo fu precedentemente la conversione all'islam mistico, un mezzo per fuggire la noia del mondo occidentale (il famoso “spleen” di cui parlava Baudelaire), e l’ingresso in un mondo nuovo, dove ancora sussiste la dimensione eroica dell'esistenza”.


La dimensione apocalittica dell'islam radicale

Questa è infatti un aspetto importante e poco conosciuto del risveglio dell'islam nel mondo contemporaneo.
Attraversa tutte le pieghe del mondo musulmano: tra sunnismo e sciismo, tra islam tradizionale ed islamismo. Tutte le componenti del movimento islamista contemporaneo, dai fratelli musulmani fino ad Hamas, passando per la nebulosa di Al-Qaida, condividono infatti la speranza di vedere il ripristino del Califfato islamico.
Queste credenze escatologiche sono intrinsecamente legate alla dimensione guerriera dell'islam contemporaneo, cioè lo jihad. Infatti, nella visione apocalittica della fine dei tempi, la vittoria dell'islam deve essere preceduta da uno scontro a tutto campo tra l'islam ed i suoi nemici (l'Occidente in generale, e l'America e Israele in particolare).

Questa convinzione è bene riassunta dall’hadith riportato nell'articolo 7 della Carta del movimento Hamas, passaggio essenziale che illumina la visione del mondo del movimento islamista palestinese: “Il tempo non verrà finché i musulmani non lotteranno contro gli ebrei [e li uccideranno]; finché gli ebrei si nasconderanno dietro le rocce e gli alberi, e questi grideranno: Oh Musulmano! C’è un ebreo che si nasconde dietro di me, vieni e uccidilo!”.

Questo hadith, citato in siti innumerevoli Internet musulmani, significa che “il combattimento contro gli ebrei„ costituisce per Hamas un imperativo non soltanto politico, ma escatologico. Il confronto con Israele non è soltanto il mezzo per conquistare la terra della Palestina, ma è la condizione sine qua non all'arrivo della fine dei tempi…
Quest'osservazione si applica anche al combattimento tra Al-Qaida e l'Occidente.
Farhad Khosrokhavar racconta come questa concezione apocalittica dello jihad sia l'elemento che attira i convertiti all'islam radicale, in preda al vuoto esistenziale nella società occidentale: “La realtà vissuta non galvanizza certo gli spiriti e resta lo spettacolo meschino della vita quotidiana dove, privati di ogni prospettiva di lotta e consegnati alla noia i potenziali convertiti vivono. Aderire ad una visione jihadista dà un senso alla vita, regalando un fine tangibile, una forma di sfida che consuma nella morte questa sensazione di un tempo quasi immobile e di un’immanenza livellata verso il basso”. (F. Khosrokhavar, “Les nouveaux martyrs d’Allah” ( i nuovi martiri di Allah), op. cit., p. 314-315.)

Il culto della morte è indissociabile di questa dimensione apocalittica dell'islam jihadista.
Per illustrarlo, molti osservatori citano una dichiarazione ricorrente nella bocca di numerosi militanti e dirigenti islamisti, da Hamas ad Al-Qaida: quella dell'amore della morte.
“Siamo interamente votati alla causa dell'islam. Amiamo la morte quanto voi amate la vita”, dichiara così uno degli autori degli attentati del 7 luglio 2005 a Londra, citato da Matthias Küntzel.
In realtà è un vero e proprio leitmotiv della filosofia islamista, che possiamo rinvenire da Arafat, così come presso Hassan Nasrallah, capo di Hizbullah, nei terroristi di Madrid e di Londra come in Osama ben Laden. L'origine di questa dichiarazione è di rado citata: si tratta di una citazione di un hadith che qualifica come debolezza l'amore della vita: Un giorno, le nazioni vi assedieranno da ogni lato, come conviviali affamati attorno ad una sola ciotola… Sarete come schiuma di torrente, Dio farà si che i vostri nemici non vi temano più, ed insinuerà la debolezza nei vostri cuori - Cosa dire, o inviato di dio? - L'amore di questo mondo e l'avversione della morte. (Città per G. Kepel (Dir.), Al-Qaida nel testo, op. cit., p.154.)

Il tema dell'amore della morte e “del martirio nella via di Allah” svolge un ruolo importante nella conversione all'islam radicale dei giovani occidentali in ricerca d'avventura, in preda ad un odio sordo della loro terra natale, diventati soldati e quadri della dipendenza djihadiste, sul modello del portavoce americano di Al-Qaida, “Azzam l'americano„. Questi giovani occidentali, convertiti all'islam sotto la sua forma più radicale e la guerriera, sono pronti a sacrificare la loro vita per la loro nuova fede, sul modello dei jihadisti nati musulmani, seguendo “la via di Allah” fino alla morte.


 




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28 gennaio 2008
Un libro interessante sul dibattito fede-laicità in corso in Francia

Non toccare il mio Dio

Ovvero “della sindrome da accerchiamento dei laici di oggi”

Scrittore: Jean-Noël Cuénod, corrispondente a Parigi

Editore: La Tribune de Genève





Come diavoli dinanzi all’acqua santa, i media francesi hanno da tempo iniziato ad agitarsi intorno al concetto di Dio.

O meglio, dinanzi al “nuovo” concetto di Dio che Sarkozy ha esternato pubblicamente durante la visita in Vaticano.

Ed è inutile dire che il mondo laico francese sia molto, ma molto allarmato dai propositi del proprio presidente.

Una reazione che non ha raggiunto i recentissimi livelli isterici italiani ma, bensì, più meditata, forse più matura, in definitiva più costruttiva.

Eppoi, in fondo, la preoccupazione dei laici ha qualche fondamento?

Mah, forse si e forse no.

Vediamo.

La frase “sarkoziana” che ha fatto sussultare i francesi, benché pronunciata in quel di Roma, è stata: Le radici della Francia sono essenzialmente cristiane”.

Essenzialmente?

Cosa dovremmo intendere per essenza? Che la Francia sia nata cristiana? Che il cristianesimo sia la causa prima della sua formazione?

Obiettivamente sarebbe una bugia.

La Francia è nata dalla Gallia (ciao Cesare!!!), non sarà stata quella spiritosa di Asterix ed Obleix, ma era indiscutibilmente antecedente a Cristo!

Probabilmente Sarkozy voleva dire che la Francia è soprattutto cristiana”.

Il che sarebbe meno sbagliato (o più giusto, fate vobis).

Perché se è fuori discussione che il cristianesimo abbia cresciuto la Francia, così come la maggior marte (se non la totalità) dei paesi europei, è altrettanto fuor di dubbio che nel “soprattutto vada rapportata la cifra non indifferente della cultura greco-romana, così preponderante nella formazione della giurisprudenza e del pensiero europeo.

E come disconoscere che il cristianesimo non esisterebbe senza il giudaismo?

Che, anzi, a detrimento della propria giudeofobìa è legato alla religione ebraica a doppio filo?

Che le fonti del nostro diritto moderno, oltre alla struttura di quello romano, sono anche quelle dei dieci comandamenti della Torah?

E per onestà totale, come disconoscere il ruolo importante dell’islam nella trasmissione della filosofia greca, per mezzo delle sue traduzioni, in tutto il continente europeo?

Allora il soprattuttosarkoziano assume un valore diverso, meno assoluto.

D’altronde, riconoscere le proprie radici non dovrebbe significare un ritorno al Sacro Romano Impero.

Non deve replicarsi l’errore grossolano nel quale si è infognato in modo terribile l’islam contemporaneo, ossessionato dal mitico califfato.

Pensiero utopico, storicamente mai esistito e reso ancor più improponibile da una dimensione sociale contemporanea molto complessa che, da tempo, ha resa obsoleta la semplificazione fra terra d’islam e terra di infedeli.

Per ora, solo in francese.

Salut a tout le monde!!!




 




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19 dicembre 2007
A volte libro vecchio fa buon brodo....

Uno splendido libro, un pò datato (e perciò non del tutto agevole da scovare), che propone una lettura particolarissima della figura di Giuda.
Zullino, invero, è stato nell'occasione dell'uscita dell'opera al centro di un fuoco incrociato fra clericali ortodossi e storici patentati.
Di fatto l'autore propone uno scenario assai diverso da quello tramandatoci dalla "tradizione".
Proponendo una dissacrante interpretazione delle scritture, lavorando sulle contraddizioni e le lacune che esse denunciano (e in parte confermate da opere successive a questa) lo scrittore torinese riesce a sollevare ilg erme del dubbio nel lettore.
Si incontra allora un gruppo di apostoli diviso ed in competizione, una responsabilità dei romani assai più rilevante di quella confezionata poi dagli evangelisti e, soprattutto, una dissacrante identificazione dell'assasino di Giuda.
Vi assicuro che è godibilissimo.
Cercatelo.


Pietro Zullino, "Giuda", Ed. Rizzoli 1988




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CULTURA
25 gennaio 2007
QUESTO L'AVEVO PROPRIO DIMENTICATO....

Bernard Lewis
I musulmani alla scoperta dell'Europa
Rizzoli


Sistemando la biblioteca m'è "ricicciato" fuori questo volume di Bernard Lewis che mi accompagnò al mare la scorsa estate.
L'ho trovato interessante per l'originalità dell'approccio ad alcune tematiche storiche. Magari, per carità, può apparire "pretenziosetto" nel voler analizzare i momenti "forti" del confronto islamico-cristiano dal cosidetto punto di vista arabo (prima) e turcomanno (poi). Spinge alla riflessione l'invito a pensare ad un'Europa medievale, arretrata ed incivile, che si riflette nelle opere e nella cultura islamica.
In particolare trovo difficile condividere il concetto di "dialogo", visto che spesso trattavasi di un monologo impreziosito dalla munificiente concessione del vincitore sui vinti.
Atteggiamento, questo, che emerge solo a tratti.
Ad un'attenta lettura appare allora che la famosa "apertura" islamica apparisse tale solo a causa dell'intransigenza cristiana. I primi applicavano il precetto del dhimmi, i secondi sterminavano i vinti.
Poi la storia è andata avanti.
L'Occidente ha superato la teocrazia e le monarchie elette da Dio. L'Islam è ancora li.
Ma il libro merita.




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CULTURA
25 novembre 2006
Una scorciatoia per capire il mondo ebraico





 

Elio Toaff ed Alain Elkann
Essere Ebreo
Tascabili Bompiani
Ottimo


Elio Toaff
è un indiscutibile monumento al dialogo e al confronto. Non c’è intellettuale, almeno decente, che non possa sottoscrivere quest’affermazione.

Il libretto è agilissimo, piacevole, leggero. Svolto sul canovaccio di un’intervista (condotta da Alain Elkann) sembra all’inizio apparentemente dispersivo e piuttosto indirizzato ad un formale resoconto della vita dell’intervistato.

E tuttavia pagina dopo pagina arricchisce notevolmente il lettore, fornendo tutta una serie di indicazioni e di inedite novità che aiutano ad uscire dallo stereotipo diffusissimo che si ha del mondo ebraico.

Con sorprese niente male. Come quella di scoprire che la più antica comunità ebraica in Europa è proprio quella italiana.
Emerge prepotente la personalità di Toaff, che sa trasmettere una testimonianza di fedeltà al proprio credo religioso malgrado controversie, lutti ed amarezze (anche all’interno della stessa comunità ebraica).

Ho apprezzato soprattutto la capacità innata di saper proporre un dialogo aperto restando ancorato alla propria fede. Senza cioè quell’atteggiamento prono, dimesso, relativista, che caratterizza oggi la maggior parte dell’occidente europeo. La fermezza di chi ha ben presente il peso della storia ed il valore di una Parola che ha attraversato (che piaccia o no agli atei) l’umanità sino ad oggi.

E questa è secondo me la cifra autentica del volume, trasmettere la conoscenza del mondo ebraico con un suggerimento da cogliere: l’orgoglio della propria fede e della propria cultura. Senza pretendere di “ebreizzare” il mondo.




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CULTURA
25 novembre 2006
Un dizionario interessante





            Dizionario dell'Islam
            Massimo Campanini
            Biblioteca Universale Rizzoli
            Milano, 2005

            Ottimo.
            

L'Islam è una religione monoteista, la seconda del pianeta per numero di aderenti, che reclama una concezione onnicomprensiva del mondo e della realtà. E’ vero che, storicamente, su essa si nutrono preconcetti  e che a tutt’oggi si continua a non conoscerla a sufficienza, ma è anche vero che qualche grattacapo ciclicamente torna a regalarcelo.

Questo dizionario fornisce un’informazione aggiornata e puntuale sugli aspetti più importanti dell'Islam in quanto religione e concezione del mondo, sotto il profilo storico, teologico, filosofico e giuridico, onde consentire al lettore di poterlo conoscere.

Il volumetto, all’apparenza corposo, è invece di facile lettura, senza cioè appesantimenti teologici o sofismi irraggiungibili.

Ha il pregio di dare una corretta divulgazione dei principi basilari senza cadere nella tentazione dell’apologia (vizietto molto diffuso, soprattutto da chi è convertito, mentre gli autori musulmani restano più credibili).

Io l’ho letto.

Lo ritengo utile, ben fatto.

A mio parere mira alla qualità più che alla quantità dell'informazione e perciò alcune delle voci si configurano come dei veri e propri piccoli saggi. Tuttavia, alcune di esse (mi riferisco nel dettaglio a Donna, Diritti umani, Matrimonio per citarne alcune) richiedono necessariamente il ricorso ad un approfondimento assai più esaustivo.

Non toglierà i dubbi sulla fattibilità di un dialogo sincero fra cristianesimo ed islam, né sul pericolo potenziale derivante dalla corrente totalitarista che indiscutibilmente cresce nei paesi musulmani.

Ma non è il suo scopo.

            



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11/09/2001