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Spigolature di attualità, politica e religione
8 aprile 2010
Cina: non basta un Bob qualsiasi a cancellare il cascame totalitario

 

Cina: oltre Bob Dylan 

giovedì 08 aprile 2010
di Maurizio De Santis




La Cina, indiscussa primatista della poco invidiabile classifica degli Stati vessatori delle libertà individuali, ha provveduto a consolidare la propria immagine deleteria, impedendo a Bob Dylan di eseguire i programmati concerti di Pechino e Shanghai.
La decisione dei boiardi pechinesi, di imbavagliare il mitico Dylan non è tuttavia imputabile alla sola reputazione pacifista del cantante statunitense.
Il vero problema risiede nel fatto che i tecnocrati di Pechino hanno memoria piuttosto elefantiaca. Ed il recente passato non è risultato del tutto tranquillizzante per il governo cinese.
Già nel corso del 2008, durante un concerto a Shanghai, la cantante Björk aveva avuto modo di inneggiare reiteratamente alla libertà per il popolo tibetano. 
Suscitando un vespaio che, lì per lì venne risolto con un’arzigogolato exploit diplomatico. Ma creando un precedente che, come si vede, Pechino non ha remore ad utilizzare per censurare il censurabile.
Più recentemente ancora, nel corso del 2009, era stato il turno del gruppo Oasis vedersi negare il visto di ingresso, perché un loro membro, Noel Gallagher, aveva partecipato nel vetusto 1997, ad un concerto in favore del Tibet libero.
Bob Dylan, ovviamente, non l’ha presa molto bene e, per contrappunto, ha deciso di annullare la tournée asiatica che avrebbe dovuto completare i due concerti cinesi: Taïwan ed Hong Kong.
Che in Cina le cose non vadano bene, per i diritti umani, non è certo un segreto.
Primato planetario nelle esecuzioni capitali (anche di minorenni), più che un sospetto sul traffico di organi con gli stessi detenuti soppressi, persecuzione delle minoranze religiose (in particolare i musulmani uiguri ed i cristiani cattolici), tronfia repressione della popolazione tibetana, intrecci politico-diplomatici piuttosto fraterni con Iran e Corea del Nord…. Insomma, un bel supermercato degli orrori spesso non dovutamente stigmatizzato per mere opportunità geostrategiche (chiamiamole così…).
Eppure, come già venne messo in evidenza dal ministro Tremonti, la Cina gode del silenzio dei governi occidentali in virtù di numeri e cifre che non meriterebbero tanta attenzione.
L’export italiano verso Pechino ammonta a poco più di quello effettuato ogni anno verso la Svizzera e, di converso, le aspettative di un incremento della crescita sono da decenni rimaste “al palo”. Con buona pace di “pacifinti”, industriali, commercianti, diplomatici ecc. ecc.
L’episodio del diniego di ogni permesso a Bob Dylan, dunque, non giunge isolato e sorprendente.
Per mezzo secolo i dirigenti cinesi non hanno mai nascosto che le libertà e i diritti umani fossero viste solo come garanzie per chi stava dalla parte dei "rivoluzionari". Diritti che, ovviamente, erano accuratamente negati ai "controrivoluzionari".
Mao non mancò di usare la mano pesante con chiunque uscisse fuori da questo elementare teorema. Chiedere a chi all’epoca avesse idee un tantino più liberali, come Peng Dehuai.
Da allora, malgrado reiterati cambi di costituzione (in tre diverse occasioni), la sostanza non è granchè cambiata.
Le recenti polemiche con Google si sono autoalimentate da successivi episodi di analoga gravità.
E così, anche un altro gigante americano di Internet (Go Daddy, compagnia che gestisce i domini ondine), ha deciso di abbandonare il mercato cinese.
Volendo, con il “no” a Bob Dylan, si è celebrata una mezza Caporetto. Per un miliardo e fischia di cinesi…




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18 marzo 2010
Dopo l'era Del Ponte, giustizia internazionale nel pantano

 

Giustizia e Politica: due treni diversi

giovedì 18 marzo 2010
di Maurizio De Santis




Ma che fine ha fatto la giustizia internazionale?
Passata prima la “buriana” kosovara, con i balletti attorno al morente Milosevic e allo psichiatra matto, Rodovan Karadzic, e poi quella irachena, con l’esemplare condanna del perfido Saddam, il teatrino s’è dissolto.
A dare una “ripassatina” ai corti di memoria c’ha pensato Carla Dal Ponte, il mastino italo-svizzero che, esaurito il compito di cui sopra, gradito a certi circoli politici, è stato poi rimosso dall’incarico. Spedita a ridosso della Terra del Fuoco, sotto pomposo incarico diplomatico, prima che mettesse mano allo scottante dossier del traffico di organi orchestrato dal primo ministro kosovaro Hashim Taci (detto il serpente), dall’impressionante curriculum zeppo di crimini di guerra.
Il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ha pensato bene di procedere con il sistema delle Commissioni d’inchiesta. Strumento che spesso permette di stabilire i fatti e, soprattutto, di ricostruire le catene gerarchiche nei crimini di massa.
Metodo valido per ricostruire pianificazioni di Stato o crimini militari, ma alquanto lacunoso allorquando ci si trova di fronte a violenze tra vicini o, comunque, a massacri sorti su iniziative sporadiche e non legate a progetti preordinati.
C’è poi l’indubbio aspetto diplomatico.
Perché, dunque, applicare la giustizia risulta così problematico?
Forse perché non è tanto la giustizia che disturba, quanto piuttosto fare emergere le mille verità.
Basti vedere che fine abbia fatto un giudice scomodo come Garzon, in Spagna. Un uomo che, volendo aprire vecchi bauli impolverati, ha di fatto scatenato un’infinita diatriba politica sulle reali implicazioni partitiche nella guerra civile in Spagna. Dove emergeva che i vincitori avevano fatto scempio dei vinti. I quali, a loro volta, e contrariamente al canovaccio del buono e del cattivo, non erano affatto stati teneri con i loro compatrioti.
Qualcosa di analogo, con le nostrane foibe, è stato accuratamente “devitalizzato” dai poteri trasversali italioti.
Detto ciò, le pressioni politiche esistono in tutti i sistemi di giustizia, nazionali ed internazionali.
È possibile porre fine all'antagonismo tra la ricerca della pace che passa per la politica e la giustizia internazionale?  
Apparentemente, proprio no.
L’ultimo esempio ci è dato dalla vicenda del presidente sudanese Omar al-Bachir.
Condannato dalla Corte di Giustizia internazionale, per crimini di guerra in terra di Darfur, ha trovato manforte e protezione prima nella Lega Araba, poi dalla stessa OCI (Organizzazione per la Conferenza Islamica). Quasi che essere arabo prima e musulmano poi, potesse dare il diritto di deroga sul divieto di accoppare non arabi e non musulmani.
Dunque, le esigenze politiche e quelle di giustizia viaggiano su binari assolutamente diversi. La prima ha tempi prossimi ad un treno ad Alta Velocità, la seconda è troppo simile ad un locale, che ferma pure dietro casa.
La giustizia lavora sul passato ed il lungo termine, procacciando strumenti preliminari indispensabili alla riconciliazione.
La politica, invece, è strutturata sull’immediato.
Con il risultato che tutto s’è fermato.
“Anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno” (Hesse). Ma questo è troppo.




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11 marzo 2010
Corte di Cassazione: dietro-front sui clandestini
 


Cassazione: clandestini vanno espulsi anche se i figli minorenni vanno a scuola

L'esigenza di garantire la tutela delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei bambini

11 marzo 2010


MILANO - Marcia indietro della Cassazione sugli immigrati: i clandestini con figli minori che studiano in Italia non possono chiedere di restare nel nostro Paese sostenendo che la loro espulsione provocherebbe un trauma «sentimentale» e un calo nel rendimento scolastico dei figli.
Secondo il nuovo orientamento della Suprema corte, che smentisce una propria recente sentenza, l'esigenza di garantire la tutela alla legalità delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei minori.
Una decisione che ha sollevato molte critiche, nella politica tra le file dell'opposizione e nel mondo delle associazioni.
Persino l'Onu ha commentato la vicenda, per bocca dell'alto commissario per i diritti umani Navi Pillay, che ha parlato di «decisione preoccupante». «Devo confrontare tale sentenza con la giurisprudenza già esistente sulla difesa e la tutela dei diritti dei bambini - ha aggiunto - Tuttavia ho ricevuto garanzie e assicurazioni dal ministro Frattini riguardo alla protezione e tutela dei figli di immigrati».

LE MOTIVAZIONI - Con la sentenza n. 5856 la Cassazione ha respinto il ricorso di un albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori, residente a Busto Arsizio (Varese): chiedeva di poter restare in Italia in nome del diritto del «sano sviluppo psicofisico» dei suoi bambini che sarebbe stato alterato dall'allontanamento del papà.
I supremi giudici hanno risposto che è consentito ai clandestini la permanenza in Italia per un periodo di tempo determinato solo in nome di «gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d'emergenza».
Queste situazioni d'emergenza, però, non sono quelle che hanno una «tendenziale stabilità» come la frequenza della scuola da parte dei minori e il normale processo educativo formativo che sono situazioni di «essenziale normalità».
Se così non fosse, dice la Cassazione, le norme che consentono la permanenza per motivi d'emergenza anche a chi è clandestino finirebbero con il «legittimare l'inserimento di famiglie di stranieri strumentalizzando l'infanzia».
Con questa pronuncia i supremi giudici superano la precedente decisione della stessa Cassazione che aveva dato il via libera alla permanenza di un papà clandestino, definendola «riduttiva in quanto orientata alla sola salvaguardia delle esigenze del minore, omettendone l'inquadramento sistematico nel complessivo impianto normativo» della legge sull'immigrazione.

PD: ERRORE GRAVE - Il verdetto ha sollevato diverse critiche nelle file dell'opposizione. I deputati del Pd Jean-Leonard Touadi e Guido Melis scrivono: «La scuola è un grande fattore di integrazione, che molto bene può operare nel riassorbire i problemi legati all'irregolarità, avviando un percorso di nuova cittadinanza. È un errore gravissimo far prevalere invece le ragioni del respingimento condannando anche i figli insieme con i padri».
Antonio Borghesi (Idv): «Questa sentenza è frutto delle leggi razziste e inutilmente crudeli del governo Berlusconi».
Per Paolo Ferrero, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, «la marcia indietro della Cassazione corrisponde a una sentenza inumana, aberrante e indegna di un Paese civile».
Il Pdci con Maurizio Musolino parla di «sentenza che lascia sbigottiti, un ulteriore passo verso la barbarie»; i Verdi con Cristina Morelli di «sentenza che lascia senza parole, somiglia molto a quella in cui i giudici della Cassazione stabilirono che non poteva esserci stupro se la vittima indossava i jeans». Savino Pezzotta, candidato dell'Udc alle regionali in Lombardia, parla di «un'esagerazione»: «Così non si fa altro che creare tensione».

UNICEF: CAOS - Dal mondo delle associazioni, la Caritas ritiene che la sentenza non rappresenti «un pericolo»: «La Cassazione verifica caso per caso - afferma il responsabile immigrazione Olivero Forti - Penso quindi che in questo specifico caso, abbia verificato che non veniva pregiudicato lo sviluppo psicofisico del minore. Non ho elementi per dire che con questa sentenza viene meno il principio del sano sviluppo del minore rispetto alla posizione irregolare del genitore».
Per l'Unicef aumenta lo stato di caos che esiste in materia: «Il legislatore dovrebbe mettere un po' di ordine. Questa sentenza crea un ulteriore problema» dice Roberto Salvan, direttore di Unicef Italia.
Per Raffaele Salinari, presidente di Terre des Hommes, «con questa sentenza si fa un vistoso passo indietro nel senso civile della nostra nazione e nella coerenza fra politica interna e rispetto delle convenzioni internazionali sulla tutela dei minori, di cui l'Italia è firmataria».








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2 marzo 2010
L'iran prosegue i suoi giri di vite....

 

Arrestato il regista Panahi,
voce dell'opposizione iraniana


Fermato a Teheran da agenti dei servizi di sicurezza. Nel 2000 vinse il Leone d'oro a Venezia con «Il cerchio»



TEHERAN - Stretta del regime iraniano su artisti e intellettuali dissidenti. L'ultimo a farne le spese è stato Jafar Panahi: il regista de Il Cerchio (con il quale nel 2000 vinse il Leone d'oro a Venezia) e Oro rosso è stato arrestato a Teheran assieme alla moglie e alla figlia.
A darne notizia è stato il figlio, Panah Panahi, che ha raccontato al sito dell'opposizione Rahesabz che alcuni agenti in borghese hanno fatto irruzione nell'abitazione del regista, noto sostenitore dell'opposizione al regime, alle 10 di sera.
La polizia ha portato via anche 15 ospiti che in quel momento si trovavano in casa del regista, una delle voci più critiche del presidente Mahmud Ahmadinejad.

NEDA - Panahi, la moglie e la figlia erano già stati arrestati una prima volta il 30 luglio dell'anno scorso mentre prendevano parte nel cimitero Behesht-e-Zahra di Teheran ad una commemorazione in onore di Neda Aqa-Soltan, la giovane uccisa durante le manifestazioni seguite elle contestate elezioni di giugno. Poche ore dopo i tre erano stati rilasciati.
Ma successivamente al regista è stato impedito di lasciare il Paese per essere presente ai festival cinematografici di Mumbai, in ottobre, e di Berlino, il mese scorso.
Il figlio di Panahi, Panah, ha detto che uomini delle forze di sicurezza in borghese hanno fatto irruzione lunedì sera nella sua casa, da dove hanno prelevato, oltre al regista e alle sue congiunte, 15 ospiti, tra i quali alcuni altri registi e attori.
Successivamente hanno perquisito la casa per cinque ore e hanno portato via diverso materiale, tra cui il computer di Panahi. Jafar Panahi vinse il Leone d'oro nel 2000 con Il cerchio, un film dedicato alla condizione delle donne in Iran. Dello stesso argomento si occupava Offside, pellicola che nel 2006 fu premiata a Berlino con l'Orso d'argento.




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27 gennaio 2010
"Storti umani"....

 
Ah - aaah!....




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19 gennaio 2010
Matrimoni forzati: quanti casi irrisolti per uno sventato?

 

Fano, ritrovata la 17enne pakistana
Arrestati il padre-padrone e la madre


I carabinieri hanno intercettato l'auto sulla a14
19 gennaio 2010

PESARO - Almas è salva. Dopo ore di ansia, è finito bene il sequestro della 17enne pakistana prelevata dal padre-padrone a Fano, davanti al centro di accoglienza dove la ragazza vive. Martedì mattina i carabinieri hanno intercettato l'auto mentre era in viaggio sulla A14, tra Fano e Marotta. «Sta bene ed è stata molto felice di vederci» ha detto un militare.
I genitori sono stati portati, insieme agli altri due figli, al Comando dei carabinieri di Fano: il padre è stato arrestato per sequestro di persona e la madre per concorso in sequestro. I due vengono interrogati in queste ore dal pm Maria Letizia Fucci.
È indagato anche il fratello sedicenne di Almas: la sua posizione sarà valutata dalla procura del Tribunale dei minori. In ogni caso, sia per lui che per la sorella più piccola (14 anni) si apre l'ipotesi di un affido. Almas, che non ha subito violenze anche se è fisicamente provata, è tornata nella comunità di accoglienza.

IL RAPIMENTO - Akatar Mahmood, ambulante di 40 anni, progettava il blitz da mesi.
Forse dallo scorso agosto, quando la Sezione minori della Corte d'Appello di Ancona ha stabilito che Almas, finita in ospedale ad aprile per le botte del padre, doveva stare lontano dalla famiglia.
Lunedì alle 13.30 il sequestro: Almas ha trovato l'auto di famiglia ad attenderla davanti alla comunità Fenice della onlus Cante di Montevecchio, dove vive per disposizione della magistratura minorile. Stava rientrando da scuola, l'istituto commerciale "Cesare Battisti", ed era sola.
Ha tentato di chiedere aiuto ma l'auto è ripartita prima che qualcuno potesse intervenire.
A bordo, oltre al padre, c'erano anche la madre (Aslam, 37 anni) e i due fratelli, il maschio di 16 anni e una femmina di 14.
Alla scena ha assistito un consigliere comunale che ha preso la targa del veicolo e dato l'allarme: le ricerche sono cominciate immediatamente, con posti di blocco e controlli sui cellulari dei componenti della famiglia.
Nelle indagini sono state impegnate centinaia di carabinieri tra Marche, Umbria, Lazio ed Emilia Romagna.
L'auto è stata così seguita attraverso le varie celle.
Akatar Mahmood è però riuscito a raggiungere Roma o una località vicina, appoggiandosi a dei familiari o membri della comunità pachistana.
La famiglia è ripartita per Bologna, intorno alle 3-4 del mattino.
Non si sa dove fosse diretta, ma è probabile che, constatata l'impossibilità di lasciare l'Italia, considerato che c'erano posti di blocco ovunque, il capofamiglia abbia deciso di tornare nelle Marche, a Senigallia, dove la famiglia risiede da una decina d'anni. Di certo i familiari della diciassettenne non avevano messo in conto il clamore che il sequestro ha suscitato.

MALTRATTAMENTI - Quella di Almas è la storia di un inferno familiare.
Il padre non accettava lo stile di vita della figlia, troppo occidentale, e le sue amicizie e voleva costringerla a sposare un connazionale contro la sua volontà.
La madre, con il suo atteggiamento remissivo, non avrebbe saputo o voluto contrastare l'atteggiamento del marito nei confronti della figlia.
Ciò, hanno spiegato gli investigatori, aveva creato una situazione di «forte disagio psicologico» nella diciassettenne, e da qui era scaturita la decisione dei giudici minorili. Akatar Mahmood è un uomo rigido e violento: tante volte aveva maltrattato la ragazza. Ad aprile l'ha picchiata selvaggiamente e Almas è finita in ospedale.
È quindi scattata una segnalazione ai Servizi sociali e il Tribunale l'ha affidata alla comunità di accoglienza gestita dalla onlus Cante di Montevecchio. Akatar Mahmood ha fatto ricorso in Corte d'appello ma la diciassettenne aveva implorato i magistrati di trovarle una sistemazione alternativa alla famiglia.
Così è iniziata la sua nuova vita.
Quella che il padre ha tentato di troncare con il rapimento e la fuga, senza riuscirci.




permalink | inviato da KRITIKON il 19/1/2010 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 dicembre 2009
A proposito di libertà religiosa.....
 



A chi piace dialogare con chi è sordo? 




giovedì 10 dicembre 2009
di Maurizio De Santis



per approfondire clicca qui




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26 ottobre 2009
Sentenza "originale" della Corte di Assise di Trieste. Se è pure pericolosa, lo dirà il tempo.

 

"Vulnerabile geneticamente", sconto di pena all'algerino omicida


da Il Gazzettino

lunedì 26 ottobre 2009

Uno sconto di pena di un anno, perché ritenuto «vulnerabile geneticamente»: è quanto la Corte d'Assise d'Appello di Trieste ha riconosciuto al cittadinoalgerino Abdelmalek Bayout, portando a otto anni e due mesi di reclusione la condanna per aver ucciso a coltellate nel 2007, a Udine, il colombiano Walter Felipe Novoa Perez.
Attraverso un'indagine cromosomica innovativa è stato accertato il possesso, da parte di Bayout, di alcuni geni, che lo renderebbero più incline a manifestare aggressività se provocato o espulso socialmente. ??
Tale "vulnerabilità genetica" si sarebbe incrociata con «lo straniamento dovuto all'essersi trovato alla necessità di coniugare il rispetto della propria fede islamica integralista con il modello comportamentale occidentale», determinando nell'uomo «un importante deficit nella sua capacità di intendere e divolere». ??
All'origine dell'omicidio - ricorda il presidente della Corte d'Assise d'Appello, Pier Valerio Reinotti, estensore delle motivazioni della sentenza - è stata l'aggressione subita da Bayout da parte di un gruppo di giovani, tra cui Novoa Perez, che lo avevano deriso per avere gli occhi truccati con il kajal, apparentemente per motivi religiosi.??
Primo caso in Italia. Il caso di "vulnerabilità genetica" riconosciuto dalla Corte d'Assise d'Appello di Trieste "è il primo del genere in Italia".
Così il giudice Amedeo Santosuosso, consigliere della Corte d'Appello di Milano, ha commentato lo sconto di pena di un anno riconosciuto a un cittadino algerino condannato per omicidio.?
La sentenza, osserva Santosuosso, applica l'orientamento espresso nel 2002 nel documento britannico diventato da allora il punto di riferimento in merito alle connessioni fra caratteristiche genetiche, comportamento e responsabilità.
Il documento, intitolato "Genetica e comportamento umano: il contesto etico", è stato elaborato dal Nuffield Council on Bioethics. "Le conclusioni di quel documento, in generale condivise, rilevano - spiega Santosuosso - che dalle conoscenze genetiche attuali non emerge una sufficiente evidenza scientifica tale da escludere la responsabilità e assolvere persone con determinate caratteristiche; tuttavia possono verificarsi casi in cui parziali evidenze scientifiche possono essere utilizzate per calcolare la pena". ??
Non è molto chiaro, al momento, che cosa si intenda per«vulnerabilità genetica». Il termine, secondo Santuosuosso, "sembra volersi riferire ad una condizione genetica che rende vulnerabili, sembra di capire sulla base di accertamenti di natura scientifica. Quale sia è tutto da vedere".




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13 ottobre 2009
La Consulta invita i giudici a rispettare (loro per primi), la legge.

 La Repubblica

Immigrati, la Consulta blocca i giudici
Basta ricorsi su aggravante clandestinità




La Corte costituzionale rinvia gli atti ai tribunali per una nuova valutazione
"Devono tener conto che nel frattempo l'irregolarità è diventata un reato"



13 ottobre 2009

ROMA - I giudici della Corte Costituzionale, per altro nella stessa seduta nella quale è stato deciso lo stop del Lodo Alfano, hanno deciso di bloccare i numerosi ricorsi dei giudici sull'applicabilità della aggravante di clandestinità decisa oltre un anno fa dal governo. La pronuncia della Consulta è già letta dalla maggioranza come un anticipo di quello che potrà accadere quando la Corte dovrà invece pronunciarsi sul reato di clandestinità vero e proprio, introdotto col Pacchetto sicurezza; reato per il quale il
ministro Maroni ha polemizzato anche di recente davanti ai dubbi costituzionali manifestati da molti giudici chiamati ad applicarlo.

Gli atti al mittente
La Consulta ha per ora giudicato inammissibile il ricorso sollevato dal Tribunale di Livorno, mentre ha deciso per la restituzione degli atti ai giudici di Ferrara e Latina da cui erano partiti altri due ricorsi. La Corte Costituzionale (relatore Gaetano Silvestri) non è entrata nel merito dei ricorsi. Per quanto riguarda il Tribunale di Livorno, i dubbi sulla rilevanza costituzionale dell'aggravante non sarebbero stati sufficientemente motivati; per quanto riguarda gli altri due ricorsi, di Ferrara e Latina, la Corte li avrebbe restituiti per sollecitare una nuova valutazione dei giudici, rispetto alla questione dell'aggravante, che tenga conto dell'intervenuta introduzione del reato di clandestinità.

Il nuovo reato Il reato di clandestinità, fortemente voluto dal governo e contemplato nell'articolo 10 bis del Pacchetto sicurezza, punisce con ammende fino a 10mila euro chi entra o si trova illegalmente nel territorio italiano. Contestatissima dalle opposizioni, la legittimità costituzionale di questa norma - che punisce lo status di una persona più che una sua azione - deve essere ancora valutata dalla Corte che sarà chiamata a pronunciarsi su diversi 'ricorsi'.


L'attesa del verdetto Uno dei primi a sollevare dubbi sulla "ragionevolezza" e la rispondenza ai dettami della Costituzione del nuovo reato è stato il giudice torinese Alberto Polotti di Zumaglia, che aveva accolto la richiesta della procura nel processo a un giardiniere egiziano irregolare. I tempi della pronuncia non sono al momento prevedibili, non essendo stato il ricorso ancora stato iscritto al ruolo delle cause che i giudici costituzionali dovranno affrontare a breve.





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12 ottobre 2009
Primo capolavoro del neo-nobel del "niente": un bel compromesso sulla libertà di espressione.
 


Libertà di espressione: gli alleati che non ti aspetti




lunedì 12 ottobre 2009
di Maurizio De Santis


articolo integrale






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11/09/2001