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SOCIETA'
13 novembre 2007
Ai musulmani non piacciono usate.....

Belgio: sempre piu' richiesta la ricostruzione di verginita'

Gli interventi sono raddoppiati negli ultimi anni

postato alle 14:09 da ANSA

(ANSA) - BRUXELLES, 13 NOV - E' in crescita in Belgio il numero delle donne che chiede la ricostruzione della verginita' e un certificato medico che lo attesta. Secondo gli ultimi dati disponibili, sono stati recensiti 2.760 casi di ricostruzione dell'imene contro i 1.448 del 2000.
Spesso, la scelta delle donne e' conseguenza di pressioni sociali per 'lavare una colpa' e poi sposarsi. La maggior parte delle richieste viene da magrebine, turche, donne dell'Africa subsahariana.

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Senza parole....




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POLITICA
22 giugno 2007
Turchia 4: l'importanza del peso militare di Ankara
 

UNA POTENZA MILITARE NUMERICAMENTE SUPERIORE ALL’ITALIA

Per l’articolo integrale clicca qui

Per la posizione strategica, che la vede collocata tra Asia ed Europa (geograficamente solo il 3% del suo territorio e l’11% della sua popolazione appartengono all’Europa), la Turchia deve prestare particolare attenzione agli Stati che la circondano.

Tranne i limes a nord-ovest che la mettono a contatto diretto con la Grecia e la Bulgaria (da cui difficilmente potrebbero giungere delle minacce) sono di tutt’altra valenza le vicinanze agli altri confini. A nord-est la Georgia, ad est l’Armenia, l’Azerbaijan e l’Iran, a sud-est l’Iraq e a sud la Siria. Rebus sic stantibus, la Turchia è consapevole che errate valutazioni nella sua politica estera, come in quella di sicurezza le potrebbero essere letali.

La Costituzione della Repubblica turca (fondata nel 1923 grazie al leggendario contributo di Mustafà Kemal Ataturk il Padre della Patria) prevede che nell’organizzazione della struttura difensiva del Paese, il capo di stato maggiore della Difesa sia nominato dal presidente in carica e che sia responsabile davanti al primo ministro. Al contempo il Consiglio dei ministri è responsabile verso il massimo organo assembleare turco denominato Grande assemblea nazionale turca (la quale detiene il potere di dichiarare lo stato di guerra e di inviare task force militari all’estero) per temi afferenti la sicurezza nazionale e la preparazione delle forze armate per la salvaguardia dello Stato.

Il capo di Smd turco è responsabile del buon andamento dello strumento militare come dell’operational readiness delle forze armate.

Alle sue dipendenze si trovano collocati i capi di Sm delle tre forze armate (esercito, marina e aeronautica). Curiosamente (costituisce un unicum tra gli altri Paesi) il ministro della Difesa è posto allo stesso livello del capo di Smd e con quest’ultimo deve lavorare in “close coordination and cooperation to fulfill their respective responsibilities”.

Una situazione del tutto particolare interessa le Gendarmerie forces e la Coast Guard.

Tali forze sono poste alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno in tempo di pace per cambiare cappello in tempo di guerra.

Le stesse forze transitano alle dirette dipendenze dell’esercito, la prima, alle dipendenze della marina la seconda.

Con un territorio esteso quasi quanto tre volte quello italiano, la Turchia dispone di una forza di terra consistente.

Si possono contare dieci corpi d’Armata, sei divisioni ben 40 brigate (meccanizzate e blindate), cinque comandi brigata e cinque brigate addestrative per le reclute e il mantenimento della capacità operativa degli effettivi. Le componenti tecniche e logistiche (come le sezioni legate alle comunicazioni, al genio e ai trasporti) sono inquadrate all’interno dei reparti e hanno funzioni nel complesso marginali.

Anche un osservatore non competente si rende conto che l’arma base (ovvero la fanteria) detiene il ruolo principale.

Al contempo, avendo per confini il Mar Nero tra la Bulgaria e la Georgia, il Mare Egeo e il Mar Mediterraneo tra la Grecia e la Siria, la Turchia non sottovaluta la propria componente navale.

La marina è infatti dotata di una flotta che ha in organico 13 sottomarini, 20 fregate, 21 navi da pattugliamento veloce, 21 dragamine, 52 mezzi da sbarco e 23 elicotteri da ricognizione.

Con una componente così articolata e di discrete dimensioni – per mezzi e personale - la marina turca è in grado di partecipare a operazioni congiunte a carattere internazionali come a esercitazioni in tutto il Mediterraneo.

Da notare come i sottomarini della flotta possano allontanarsi dalla Turchia di 15mila miglia nautiche e ritornare senza necessità di rifornimento (lasciando intuire un ottimo livello tecnologico).

La forza aerea è composta da 19 squadroni da combattimento, da due squadroni da riconoscimento, da cinque squadroni addestrativi, da sei impiegabili nel trasporto e da altre piccole componenti per esigenze minoritarie. Contrariamente a quanto si sarebbe portati a supporre, dopo la US Air Force, l’aeronautica turca presenta il più alto numero di F-16 nel mondo – con tutta probabilità retaggi strategici anti-sovietici risalenti alla Guerra Fredda - che permette al Paese della Mezzaluna di partecipare a tutte le esercitazioni oltremare.

La flotta aerea ha completa capacità di rifornimento in volo e può permettersi di raggiungere esercitazioni in atto nel cuore dell’Europa e ritornare alle proprie basi in Turchia nello stesso giorno.

In aggiunta, il volare direttamente verso gli Usa attraverso l’oceano atlantico e il ritornare in modo del tutto autonomo non è cosa impossibile per la componente aerea turca.

Ankara ha sempre optato per una politica apertamente anti-sovietica e filoatlantista nel corso del tempo.

Tra i membri della Nato è caratterizzata da forze armate convenzionali seconde solo a quelle degli Usa, a detta di molti commentatori (sembra però difficile da credere).

In campo militare ha stipulato recentemente accordi militari con Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakhstan.

Sembra dunque che Ankara guardi con profonda simpatia a occidente, ma non possa sottrarsi dal considerare pure gli altri fronti.




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SOCIETA'
5 giugno 2007
Turchia 3: un'opinione da destra della storia sul Bosforo

Storia
Le radici turche dell’Europa

di Luciano Lanna


Proseguire sulla strada dell’adesione della Turchia all’Unione Europea è un modo “per dimostrare che l’Islam può essere compatibile con l’Europa e i suoi valori, fra i quali i diritti umani”.

Lo ha recentemente ricordato il commissario Ue all’allargamento, Olli Rehn.

Le diplomazie e la politica sono da tempo al lavoro.

Ma – al di là dei processi diplomatici e burocratici degli esperti di Bruxelles – ciò che ha sbloccato le resistenze e cambiato improvvisamente le carte in tavola è stato senz’ombra di dubbio il viaggio apostolico di Papa Ratzinger in Turchia.

“Ho lasciato il mio cuore a Istanbul” ha commentato il Santo Padre al ritorno, rendendo plastica la sua sensazione di affinità con l’Europa del grande paese cerniera tra Occidente e Oriente.

Prima della visita ratzingeriana la stessa Santa Sede si limitava a richiamare l’attenzione sulla questione della libertà religiosa: prima di decidere per l’ammissione di Ankara, l’Unione Europea avrebbe dovuto verificare soprattutto su questo punto la compatibilità della situazione turca con i principi democratici e di libertà condivisi da tutti gli altri Stati membri.

Favorevoli a questa posizione erano soprattutto i cardinali Roberto Tucci e Sergio Sebastiani, quest’ultimo per dieci anni nunzio apostolico ad Ankara.

Dietro di loro il fatto che per l’integrazione della Turchia fossero i vescovi cattolici turchi e il Patriarcato di Costantinopoli, i quali sostenevano che il processo di integrazione avrebbe “ancorato” la Turchia alle democrazie europee e sarebbe stata una chance per la piena maturazione della libertà religiosa nella “troppo laicista” repubblica voluta a suo tempo da Kemal Ataturk.

E subito dopo la sua elezione al soglio pontificio Papa Ratzinger aveva espresso il suo desiderio di andare in Turchia per far visita al Patriarca di Costantinopoli.

Ma l’invito delle autorità turche ha impiegato sette mesi per maturare e realizzare l’incontro storico tra il pontefice cattolico e il grande paese islamico.


Il grosso delle difficoltà, nelle trattative per la preparazione del viaggio, era forse dipesa da una residua diffidenza, nell’ufficialità e nell’opinione pubblica turca, rispetto ad alcune vecchie opinioni del cardinale Ratzinger sulle radici europee e al più recente, e frainteso a causa di una strumentalizzazione dei media, discorso di Ratisbona sui rapporti tra cristiani e Islam.

Poi, improvvisamente, alla vigilia della partenza del Papa da Roma, il cardinale Tarcisio Bertone fa sapere di auspicare pubblicamente che la Turchia “possa realizzare le condizioni poste dalla Comunità europea per l’integrazione in essa”. Da quelle parole, l’improvvisa accelerazione. Di colpo, il mutamento.

Dietro tutto, la consapevolezza che tra Roma e Istanbul, tra San Pietro e la Moschea Blu si stava giocando una grande partita storica.

“La Turchia – ha spiegato il vaticanista Marco Politiè un balcone naturale affacciato sul Medio Oriente, dove oggi più che mai tutto lo scenario è in movimento e si aprono tra rischi e opportunità pagine impreviste per la Terrasanta e la stessa iniziativa della Chiesa cattolica in regioni dove la presenza cristiana è millenaria”.

Chi può dimenticare, infatti, che proprio la Turchia fu la terra della prima grande evangelizzazione apostolica, della predicazione di San Paolo, nativo di Tarso in Anatolia, e di tanti martiri della fede cristiana?

E chi può sottacere il fatto che l’esasperato laicismo radicale ereditato da Ataturk, che nega il riconoscimento giuridico degli enti ecclesiastici, non era stato pensato originariamente in funzione anticristiana?

Ma che piuttosto fu istituito – nel modo in cui è tuttora gelosamente custodito dalla classe militare che a suo modo “tutela” la Costituzione – soprattutto per bloccare l’influenza sulla politica del clero integralista musulmano?

Ecco perché la Turchia è un mosaico complesso e articolato, la cui identità a più strati non è semplificabile nello schema di un paese islamico. E i nodi da affrontare sono complessi, fors’anche contraddittori al loro interno, ma vanno affrontati con mano delicata e saggezza diplomatica se non si vuole che Ankara – per tanti decenni alleata dell’Occidente – prenda la china del fondamentalismo islamico in voga dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.


Si gioca anche su questo la sfida del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, leader di un partito musulmano ma moderato e europeista, nella difficile ma ambiziosa ricerca di una possibile terza via islamica, oltre sia la deriva fondamentalista che il vecchio e autoritario laicismo kemalista.

La Turchia è oggi un crocevia importante della situazione geopolitica contemporanea e il suo ancoraggio all’Europa è la chiave per delineare una certa idea della globalizzazione e dei rapporti internazionali alternativa al modello improntato allo “scontro di civiltà”.

E in gioco non è tanto l’identità turca quanto, soprattutto, quella europea.

Del resto, la storia e le radici non si cancellano.

Perché non ricordare che proprio in Anatolia si colloca la storia stessa del mito classico di Europa e che, ad esempio, qui era situata la città di Troia, tanto cara alla nostra memoria identitaria?

E perché mettere il silenziatore alla vicenda dei Padri cappadoci o ai tanti secoli dell’impero bizantino?

E chi può negare che, almeno sino al 1956, Istanbul fosse una città europea e occidentale, abitata soprattutto da famiglie italiane, greche e francesi?

Quando parliamo della Turchia alludiamo d’altronde a una grande realtà politica e culturale che, in realtà, ha circa un millennio di vita e un’identità così complessa che non può essere per nulla neanche comparata a quella di un paese arabo o mediorientale.

E la Turchia in Europa c’è già stata, per un millennio e anche più.

Certo, il fatto centrale di oggi non riguarda tanto l’eredità ottomana quanto quella del kemalismo che – va comunque ricordato – è un fenomeno d’impianto europeo e originatosi per emulazione dei nazionalismi d’inizio Novecento.


La rifondazione turca successiva alla fine della Grande Guerra è stata, per opera del cosiddetto padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk, un fenomeno politico ispirato al laicismo e al nazionalismo europei e alla separazione otto-novecentesca tra istituzioni religiose e statualità.

Oltretutto lo stesso kemalismo è stato meno coinvolto di quanto si possa pensare nel genocidio del popolo armeno avvenuto nel biennio 1915-16, che Mustafà Kemal già allora aveva avversato duramente.

Il fatto reale è che il kemalismo mise in piedi un sistema giudiziario autoritario e intollerabile, per cui – ad esempio – è ancora oggi un reato penale dichiararsi curdo o negare la laicità dello Stato.

Ma si tratta di residui di un tormentato passato novecentesco non certo di un dispotismo futuro come vorrebbero far credere tanti turcofobi.

Un passato a cui appartiene anche la “questione di Cipro”, l’isola che dovrebbe invece essere unificata in uno Stato binazionale sul modello svizzero o belga, consentendo finalmente ai profughi greci espulsi nel 1974 di poter tornare a casa.

Sono già passati 47 anni dalla prima richiesta di adesione della Turchia e l’impressione generale è che si continui a tergiversare, dopo aver imposto dei criteri – quelli cosiddetti di Copenhagen – voluti per la sola Ankara, di volta in volta introducendo nuovi ostacoli, alibi ritardanti, paure artatamente introdotte nel dibattito. Prevarrà l’Europa di Ratzinger o quella delle burocrazie di Bruxelles? Sta tutto dentro questa scommessa il futuro della Turchia.
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Luciano Lanna, giornalista e scrittore, direttore responsabile del Secolo d’Italia
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POLITICA
4 giugno 2007
Turchia 2: il passato negato del genocidio armeno.

Opinion leader. Taner Akçam

Il tabù del genocidio degli armeni

intervista di Maurizio Stefanini

 

Il 24 aprile 1915 iniziò il genocidio che portò alla morte di un milione e mezzo di armeni, e che il governo di Ankara ha continuato a negare. Gli intellettuali, in compenso, hanno da tempo iniziato a muoversi.

Il primo che osò violare il tabù fu Taner Akçam: storico, fu arrestato 23enne nel 1976 e condannato a 10 anni di reclusione.

Dopo un anno, però, riuscì a fuggire in Germania. Amnistiato nel 1993, vive negli Stati Uniti, dove insegna alla University of Minnesota.

E a questo tema scottante ha dedicato nel 2004 un testo in inglese che è stato tradotto l’anno dopo in italiano col titolo Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero ottomano alla Repubblica edito da Guerini e Associati “Da una parte – sostiene Akçam – c’è la storiografia turca o filo-turca, che tradizionalmente studia il modo in cui le grandi potenze iniziarono a spartirsi l’Impero Ottomano, fino a provocarne il collasso. Ma non si occupa del genocidio armeno, se non in modo marginale. Dall’altra c’è la storiografia armena o filo-armena, che segue l’approccio esattamente opposto. Il mio tentativo è stato quello di gettare un ponte tra queste due impostazioni, mostrando come il genocidio armeno fu una risposta alla crisi dello Stato ottomano”.

 

Nella storiografia italiana del fascismo c’è una corrente che ha usato la categoria di “autobiografia della nazione”. Questo libro sembra avere un approccio analogo: la negazione del genocidio armeno come autobiografia della nazione turca.

In particolare per la mancanza in Turchia di una moderna borghesia liberale, dal momento che la moderna borghesia turca nasce proprio dalla spoliazione delle borghesie cristiane dell’Anatolia.

 

E’ così. La borghesia liberale nell’Impero Ottomano era composta tutta da cristiani: greci, armeni e balcanici. Sterminandoli o espellendoli la Turchia uccise i propri modernizzatori.

E poi in Turchia c’è stato in comune coi vari fascismi europei il timore di una nazione che si percepisce in pericolo d’estinzione.

E’ vero che poiché c’era di mezzo anche un sentimento di onore nazionale ferito, la vittoria militare di Kemal nel 1922 impedì che in Turchia si affermasse un fascismo vero e proprio.

Però non ci fu neanche quel processo di riflessione che altri paesi hanno vissuto quando il fascismo è caduto. Dunque, questo sentimento di timore per la propria sopravvivenza nazionale in Turchia esiste ancora, e spiega la rimozione del dramma armeno.

 

 

Oltre al suo è stato tradotto in Italia La Turchia contemporanea di Hamit Bozarslan. E’ interessante la convergenza di analisi sull’Akp, il partito islamico oggi al governo. Entrambi ritenete che proprio l’Akp, in quanto estraneo alla lobby militare al potere, possa supplire alla funzione modernizzante propria di una borghesia liberale inesistente.

 

Per la prima volta in 85 anni di storia turca un potere estraneo ai militari ha infranto le regole del gioco. E’ un processo che certamente è interessante osservare. Non credo che l’Akp sia a rischio di involuzione fondamentalista. Questa è propaganda. Più che altro, in questo momento stiamo assistendo a una guerra di simboli.

 

 

Sia lei che Borgaslan concordate anche nel rilevare il paradosso alla radice del nazionalismo turco. E’ un movimento che ostenta un’ideologia laicista, ma che ha costruito la propria definizione della nazionalità turca sulla base della religione.

 

E questo è ancora un problema. Non solo la nazionalità turca si basa sull’Islam, ma sull’Islam sunnita hanafita, con esclusione degli sciiti aleviti e dei curdi shafiiti.

 

 

Altro paradosso: sarebbero i militari e non il partito islamico a opporsi effettivamente all’ingresso della Turchia nell’Ue, al di là delle dichiarazioni formali…

 

Loro sostengono che sarà l’Europa a dirci di no.

La mia opinione è che per questo gruppo dirigente i problemi inizierebbero proprio se l’Europa dicesse di sì.

 

 

Nel libro è ricordata la frase di Voltaire che rimpiange di non potersi arruolare nell’esercito della zarina Caterina per andare a combattere contro i turchi.

In effetti però lui e gli altri illuministi avevano un’idea positiva della tolleranza che l’Impero Ottomano garantiva alle altre religioni, e che ritenevano maggiore di quella dell’Europa della loro epoca.

 

Probabilmente nel XVIII secolo Voltaire non aveva tutti i torti nel ritenere che l’Impero Ottomano fosse più tollerante della Francia.

Ma, appunto, era una tolleranza basata sull’ineguaglianza.

Nel XX secolo l’Europa era già passata a una diversa e più avanzata concezione, basata sull’eguaglianza tra tutti i cittadini qualunque fosse la loro fede. E ciò l’Impero Ottomano non riuscì ad accettarlo.

 

 

Lei ha scritto che nel Codice Penale turco è stato considerato reato menzionare il problema curdo, ma non lo è mai stato parlare del genocidio armeno, è semplicemente questione di impossibilità psicologica. Lei però è stato condannato…

 

Non per la questione armena. Nel Codice Penale turco c’erano due precisi divieti: parlare di classi sociali e parlare dei curdi. Io violai entrambi, e fui accusato sia di propaganda comunista che di propaganda curda. Ora il Codice è cambiato, ma vi restano vari articoli che possono essere usati in modo indiretto per reprimere chi parla del genocidio armeno.

 

 

Lei ha avuto anche problemi per aver detto che Kemal riconobbe il genocidio armeno. Eppure in Occidente c’è la percezione che Kemal sia stato uno dei responsabili.

 

Kemal non stava nei luoghi del genocidio al tempo in cui fu consumato, e poi lo condannò. E’ vero invece che vari organizzatori del genocidio si unirono alle sue forze al momento della creazione del movimento di resistenza contro gli Alleati. Però la condanna di Kemal potrebbe già costituire una buona base per iniziare a rompere il tabù.

 

 

La sua condanna per propaganda comunista è abbastanza sorprendente, visto il tono del suo libro.

 

Io sono stato marxista fino agli anni ’80. Ora mi classifico invece come uno studioso critico di approccio liberale, anche se evidentemente il marxismo ha influito sulla mia formazione.

 

 

La Turchia oggi. E’ democrazia o no?

 

Dipende dal punto di vista da cui la si guarda. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

 

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Maurizio Stefanini, giornalista è collaboratore del Foglio e di Ideazione. Esperto di geopolitica e geo-economia, si occupa con particolare interesse dell’America Latina, dell’Africa e dell’Estremo Oriente.

 

 




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POLITICA
3 giugno 2007
Turchia 1: diesamina strategica

 

 

 

Strategia
Barriera o ponte: i possibili ruoli della Turchia

di Carlo Jean


Durante la guerra fredda la Turchia ha giocato un ruolo essenziale per la sicurezza dell’Occidente. Ha presidiato il fianco Sud della Nato, impedendo la penetrazione sovietica verso il Mediterraneo e, assieme all’Iran dello Shah allora alleato degli Stati Uniti, verso il Golfo. Ha costituito anche un avamposto occidentale verso Est.

Dopo il crollo del muro, il ruolo geopolitico della Turchia è completamente mutato. È divenuto più importante, ma si è differenziato a seconda che venga considerato da un’ottica americana o da una europea. Muterà ancora a seconda che i legami di Ankara con Bruxelles divengano più organici e che la Turchia entri a far parte dell’Ue, oppure che il processo di ammissione nell’Unione rallenti o si interrompa, portando la Turchia ad assumere una posizione geopolitica autonoma nella quale prevarrebbero le sue radici islamiche.

Il primo ruolo geopolitico che può giocare la Turchia è quello di avamposto dell’Europa verso il Medio Oriente, il Golfo e il Caucaso. La possibilità di svolgere tale ruolo è subordinata a diverse condizioni.

Innanzitutto, all’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

Poi, al fatto che l’Europa si risvegli dal suo attuale “torpore” o “paralisi geopolitica” e si metta in condizioni di avere una politica estera veramente comune, dotandosi anche dei mezzi necessari – militari e non – per realizzarla.

Di fatto, queste due prime condizioni sono contraddittorie.

L’ammissione della Turchia nell’Unione consente un’esportazione della stabilità istituzionale, sociale ed economica europea, ma comporta l’importazione di instabilità o, quanto meno, una maggiore disomogeneità in Europa.

Essa renderebbe ancora più difficile una politica comune.

Perché tale pericolo non si materializzi occorre un rafforzamento dei legami transatlantici. L’esperienza del passato ha dimostrato come non solo contro, ma anche senza gli Stati Uniti, l’Unione Europea tenda a dividersi.

Quindi, perché la Turchia possa giocare appieno il ruolo di avamposto occorre che l’Occidente sia in grado di conciliare percezioni ed interessi europei ed americani, che nel Medio Oriente e nel Golfo sono oggi spesso contrapposti.

Evidentemente la Turchia si presterà a giocare tale ruolo solo se avrà benefici politici ed economici, tali da indurla a proseguire nel processo di modernizzazione del paese e a consolidare il secolarismo istituzionale rispetto all’islamismo.

Come già accennato, qualora la Turchia non dovesse essere ammessa all’Unione e si determinasse il prevalere di tendenze nazional-islamiste, essa potrebbe giocare un ruolo inverso: quello di avamposto dell’Islam verso l’Europa.


Il secondo ruolo che può giocare la Turchia sarebbe quello di barriera, cioè di Stato cuscinetto fra l’Europa e il Medio Oriente.

Sarebbe un ruolo analogo a quello che ha svolto durante la guerra fredda nei confronti dell’Urss.

Beninteso, Ankara potrebbe accettare di svolgere tale ruolo solo in cambio di benefici adeguati. Essi dovrebbero essere soprattutto economici con forti sostegni anche finanziari, e configurerebbero quella sorta di special partnership che taluni politici europei hanno proposto in alternativa alla membership turca nell’Unione.

Si tratta di un’eventualità che ritengo alquanto improbabile, anche in relazione all’orgoglio e al nazionalismo turco: l’azione di tali fattori potrebbe travolgere la difesa delle componenti più occidentalizzate della società turca, dalla borghesia imprenditoriale alle forze armate. L’islamismo populista avrebbe quindi grandi probabilità di prevalere.

Il tentativo di strumentalizzare la Turchia, come barriera a protezione dell’Unione, finirebbe quindi per trasformare il ruolo geopolitico turco in quello di avamposto dell’Islam verso l’Europa. Ciò comporterebbe fra l’altro la fine di ogni progetto o speranza di democratizzare l’Islam. Inevitabilmente la Turchia sarebbe risucchiata verso l’Iran e, tramite esso, verso la Cina. La linea di contatto fra Cina e Occidente potrebbe spostarsi addirittura al Mediterraneo Orientale.


Un terzo ruolo geopolitico che gioca la Turchia è quello di ponte.

Tale ruolo di collegamento – che potrebbe essere sia cooperativo che competitivo – è proteiforme.

In primo luogo, la funzione di ponte sarebbe fra l’Europa, il Medio Oriente, il Golfo, il Caucaso e l’Asia Centrale.

In secondo luogo, tale ruolo si esplicherebbe fra gli islamismi moderati, almeno in parte secolarizzati, compatibili con i principi di democrazia e di libertà occidentali.

In terzo luogo, il territorio turco servirebbe da ponte per i rifornimenti energetici dell’Europa. L’Unione Europea potrebbe affrancarsi almeno parzialmente dalla dipendenza dall’instabile area del Golfo da un lato e da quella della Federazione Russa dall’altro, contenendo anche le tendenze di quest’ultima ad utilizzare petrolio e gas come strumenti di pressione politica.

Il Blue Stream fra Baku, Tbilisi e Ceyhan potrebbe essere ulteriormente potenziato per consentire l’accesso al petrolio del Kazakistan e al gas del Turkmenistan.

Con la stabilizzazione dell’Iraq, potrebbe essere ripristinato l’oleodotto fra Kirkuk e Ceylan.

Esso avrebbe un ruolo analogo per il Sud Europa a quello del Baltic Stream di Putin e Schröder per il Nord.

Le royalties che riceverebbe la Turchia faciliterebbero il rafforzamento della sua economia, già peraltro uscita negli ultimi cinque anni dalla crisi che aveva conosciuto nel decennio precedente. Tali tre ruoli della Turchia coesistono nella politica estera di Ankara, con importanza variabile a seconda del contesto interno ed esterno. Il fattore fondamentale al riguardo sarà costituito dall’ammissione o no della Turchia nell’Ue.

Carlo Jean, professore di Studi strategici alla Facoltà di Scienze politiche Luiss-Guido Carli di Roma, è direttore del Centro Militare di Studi Strategici (Cemiss).

 

 




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diritti
11 gennaio 2007
DOSSIER CRISTIANI NELL'ISLAM 1: NUOVE LEGGI IN IRAN PER I CRISTIANI
            Tratto da:
            
             del 05/01/2007
            Tradotto da: Kritikon

Contrariamente alle dichiarazioni di tolleranza islamica, reiteratamente rilasciate dal regime dei mullah, vivere la propria fede quando non si è musulmani non è cosa agevole, specie quando lo si deve fare nella Repubblica islamica dell’Iran.

In occasione delle festività del Natale, i mullah non hanno mancato di profittare dell’evento per mostrare quanto si interessassero della sorte dei cristiani, emettendo dei regolamenti che ottemperassero il modo nel quale i fedeli di Cristo dovessero esercitare la propria fede.

Un atteggiamento non si sa quanto verrà apprezzato dai seguaci del dialogo interreligioso e degli scambi ecumenici.

Secondo il ministro dell’informazione, le chiese ufficiali e non ufficiali (ossia quelle semi-clandestine, a domicilio) sono dora in avanti sottoposte a tre restrizioni:

-         creazione una lista settimanale dei partecipanti alla Santa messa e giustificare ogni incremento o decremento della lista stessa

-         proibizione di instaurare relazioni fra i convenuti

-         divieto di accogliere persone non cristiane nelle chiese

 

Oggi le chiese non ufficiali non hanno nessun diritto di celebrare le cerimonie, salvo autorizzazione concessa dal ministero dell’informazione, peraltro regolarmente rifiutata. Gli individui che vengono arrestati per aver celebrato messa nelle case non hanno diritto di ricevere la visita dei correligionari. Non c’è bisogno di precisare che ogni traffico telefonico, in uscita ed in entrata, è sotto stretto controllo.

Di fatto, i cristiani non rappresentano certo una minaccia diretta per i mullah, sia per numero che per indole. Le autorità della Repubblica Islamica dell’Iran sembrano invece temere molto i rischio di conversioni al cristianesimo, sempre più numerosi tra i musulmani. La conversione viene assimilata all’apostasia che, già di per se stessa, è suscettibile di pena di morte secondo le leggi islamiche del paese.

 

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Difficile da mandare giù quando in Italia soggetti dell'estrema sinistra del governo, come Paolo Ferrero, propongono leggi in tema di fede che appaiono più in funzione anticristiana piuttosto che rispondenti a reali necessità.

Mentre qui si disserta sul sesso degli angeli, in Iran i mullah si permettono di inserire misure draconiane e di spiegare ai nostri sacerdoti quale sia il corretto svolgimento di una liturgia.
Cotanta prepotenza non ci trova certo sorpresi, visto che è già abbondantemente replicata in paesi quali l'Algeria.
E, a ben vedere, si spiega anche la straordinaria simpatia (grossolanamente mimetizzata da apertura verso l'"altro") che hanno i vetero-comunisti spiccioli, da Giordano e Migliore, da Ferrero e Rizzo,  per chi applica oggi metodi che furono cari a Palmiruccio Togliatti.
E poi, ad essere offeso è l'Islam.....

 http://www.iran-resist.org/article2978




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politica estera
28 dicembre 2006
DOSSIER SOMALIA 1: ANALISI DELLO SCENARIO
            Della redazione 28/12/2006

Perché nel ginepraio del Corno d’Africa alle colpe originarie dell’Occidente coloniale vanno sovrapposte altre motivazioni che hanno generato il quadro attuale. Le conseguenze dell’avventura marxista dell’Etiopia con Menghistu. Quanti sono davvero i “cittadini europei” combattenti volontari con Corti islamiche.  La tentazione integralista dell’Eritrea. Il ruolo di Al Qaida e dei Fratelli musulmani nell’area.


Le forze governative somale, appoggiate dall’Etiopia, si avvicinano sempre di più a Mogadiscio dopo la caduta del contrafforte islamico di Jowhar. Nello stesso momento una riunione convocata ad Addis Abeba dall’Unione Africana (UA) tenta di trovare una soluzione politica.

L’avanzata delle forze lealiste, dopo aver superato Jowhar, non ha perso lo slancio travolgente e, complice un ripiegamento (quanto possa essere strategico o disordinato lo si vedrà) delle Corti islamiche, sarebbero giunte alle porte di Balad, a circa 60 km da Mogadiscio.

Il comando islamista, da parte sua, ha indicato che violenti combattimenti hanno luogo a Leggo, circa 120 km. Ad ovest di Mogadiscio.

L’inevitabile balletto delle dichiarazioni fa assumere alla tragedia di guerra un qualcosa di lite da rione, con gli integralisti a dire: “abbiamo perso la città di Jowhar, ma i combattimenti continuano e la ritirata va considerata strategica” e lo Stato maggiore lealista che, per bocca del comandante governativo a Jowhar, Hassan Abdulahi Jiis ribatte: “abbiamo respinto i terroristi verso la capitale, Jowhar è nelle nostre mani e contiamo di avanzare ancora” [1].

In questo contesto, il PAM (Programma Alimentare Mondiale) ha annunciato la sospensione degli aiuti e la temporanea evacuazione di tutto il personale straniero. La Croce Rossa Internazionale, invece, mantiene i suoi presidi medici, contando su un ponte aereo per avere il materiale medico e chirurgico necessario.

 

E’ praticamente certo che l’intero arco della sinistra italiana (un po’ meno quella europea, che comincia a “vivere” la propria realtà sociale al fianco dei musulmani) getterà la croce di questo conflitto (che promette di durare molto a lungo) sull’Etiopia che, guarda caso, è dei paesi del Corno d’Africa l’unico davvero multireligioso (40% musulmano, 40% cristiano copto, 20% animista) e, di fatto, multiculturale. Un’Etiopia ambiziosa, nemica di sempre della Somalia, che a sua volta odia degli etiopi la componente abissina [2] e che ha subodorato il rischio di avere alle porte di casa un movimento radicale che con il multiculturalismo ha davvero poco a che fare.

Sono mesi che si parla di una guerra imminente in Somalia. Basterebbe farsi una passeggiata su google, interrogare adeguatamente e salterebbero fuori le Sibille di un anno fa.

In verità la crisi s’è acuita, poco dopo il 7 dicembre, in coincidenza con l’approvazione da parte del consiglio di sicurezza dell’ONU dell’invio di un contingente di caschi blu. Una scelta che ha trovato una sostanziale approvazione da parte dell’Unione Africana (anche per le fortissime pressioni del Kenya, altro dirimpettaio della polveriera, che da tempo sostiene il disagio dell’invasione di profughi a tutt’oggi quantificati, secondo alcuni, in 500.000 disgraziati [3]) ma che ha provocato la reazione delle Corti islamiche, con la proclamazione della “guerra santa”.

A questo quadro occorre aggiungere il ruolo subdolo dell’Eritrea, che oramai anche ai più non appare certamente come un soggetto capace di assumere nella vicenda un’equidistanza d’alemiana, viste le reiterate e nemmeno troppo nascoste profferte di aiuto logistico (ed umano) fatto alle stesse Corti islamiche.

In verità le Corti islamiche già da tempo non si muovono sole, ma ricevono aiuti tecnologici ed umani. E non solo dall’Eritrea [4]. Il bombardamento degli aeroporti di Mogadiscio e Baledogle non è affatto casuale visto che, tanto il primo quanto il secondo, servivano al traffico di materiale e, soprattutto, di volontari islamisti.

Le forze in campo, d’altronde sono nettamente a favore dell’organizzato esercito etiope, ricco di armamenti di provenienza russa e bulgara (conseguenza del “colonialismo rosso” di Menghistu), israeliana (soprattutto tecnologia delle comunicazioni), britannica e statunitense. La forza aerea, basata su Mig 27 flogger e Mig 29 Fulcrum può fare la differenza nelle operazioni lampo ed ha sicuramente un notevole margine di mobilità, data l’assenza totale di aerei da parte somala.

Le Corti islamiche, invece, contano soprattutto sul controllo del territorio basato sull’organizzazione di cellule assistite da “consiglieri militari” eritrei e pakistani. Gli uomini addestrati alla guerra effettiva (e non solo al massacro di civili che si guardano la partita o sentono la musica) è di circa 15.000 unità. Di questi quelli veramente esperti sarebbero circa 2.000 [5]. Denominati Shabab, si supponeva che fossero costituiti da non più di un centinaio di stranieri, ma la conta dei cadaveri e dei feriti dopo la disfatta integralista di Baidoa ha svelato non poche sorprese [6].

Il problema vero, in questa faccenda, non è la guerra fra Etiopia e Somalia, dato che quest’ultima ha cessato dal 1991 di esistere come Stato di diritto [7], ma le possibili (e probabili) evoluzioni del conflitto in un nuovo scontro fra Eritrea ed Etiopia.

L’Eritrea, nata da una scissione traumatica dall’Etiopia, non è mai riuscita a diventare uno Stato compiuto. E’ oramai gestita da un dittatore Isayas Afeworki che ha da tempo viene corteggiato e minacciato dall’islamismo imperante [8].

Da molti anni il presidente Afeworki attraverso la polizia politica e il potentissimo partito unico, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, ha instaurato nel paese una vera e propria dittatura di stampo militare, costringendo tutti i ragazzi di 18 anni (alcune volte anche meno) all’arruolamento coatto, pena il carcere duro. Le università sono state chiuse in quanto alcuni studenti universitari si facevano bocciare volontariamente per scampare all’arruolamento. Molti ragazzi fuggono all’estero, ma la polizia politica arresta i loro genitori con l’accusa di complicità in diserzione e chiede come riscatto somme equivalenti a 700-2.500 euro per il loro rilascio. Arresta giovani, vecchi, bambini e donne incinte. Li rinchiude in 30-40 in celle anguste che potrebbero contenerne appena dieci, con scarsa possibilità di sopravvivenza se non pagando [9].

Quest’ultimo scenario, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non lascerebbe insensibili i soli sempiterni americani. Una destabilizzazione della regione, in mano alle effervescenze teosofiche dei fondamentalisti non sarebbe gradita né dalla Russia (che ha interessi notevoli in Etiopia), né alla Cina (impegnata in investimenti di non poco conto in Sudan assieme alle reginette di sempre, Gran Bretagna e Francia).

Ma questo nei circoli di soccorso rosso è vietato dirlo. La colpa dev’essere solo occidentale. Se poi magari ci mettessimo in mezzo qualche prete missionario, allora sarebbe tombola!

In tutto questo bailamme brilla l’esile figura di D’Alema (detto D’Ulema lo skipper) che, mentre tutti coloro che contano (davvero) sono già tesi pragmaticamente alla partizione delle zone di influenza di una regione che permette il controllo energetiche che dal Golfo persico, risalendo il Mar Rosso, si dirigono verso il Mediterraneo orientale, farnetica di un possibile ruolo di mediazione dell’Italia [10].

Nel transatlantico romano narrasi di solenni “grattatoni” che i componenti della maggioranza effettuano sottecchi, nella speranza che non si ripeta il “successo” diplomatico già ottenuto in Libano che ha dato all’Italia il raro privilegio di vantare, in quattro e quattr’otto, 2.500 ragazzi spediti nella macelleria Hitzbullah (carne Halal, per carità, secondo la Sacra Scrittura … ma comunque macelleria).


[1] Le Temps.ch del 27/12/2006 – ore 14:43

 

[2] Gli etiopi vengono definiti dai somali “xabashi”, gli abissini. E sono considerati i nemici subdoli di sempre, i loro truci eversori che scipparono la regione dell’Ogaden, ceduta al re etiope Menelik II nel 1887 (che ambiva ad uno sbocco sul mare) dalle grandi potenze a titolo di gratificazione per l’Etiopia in riconoscimento della sua collaborazione alle concessioni coloniali.

 

[3] Le motivazioni dell’esodo sono varie ma comprensibili. Il cambiamento delle condizioni di vita conseguente all’insediamento delle Corti Islamiche non è gradito a un gran numero di persone, dalle coppie di fatto ai giovani che non vedono nulla di male nell’assistere ai mondiali di calcio o masticare il cat, uno stimolante molto blando. In generale si percepisce che l’imposizione di un modello di islam ‘asiatico’ non è bene accetta dopo che, dalla pulizia delle strade e dall’allontanamento delle milizie inizialmente applauditi dalla maggioranza, si è arrivati a una forte limitazione delle libertà personali. Inoltre, chi si occupa di commercio lamenta un prelievo fiscale che, anche se in linea con l'aritmetica tributaria dell’Islam, non è proprio quello a cui i suk somali erano abituati. Cfr. http://www.paginedidifesa.it/2006/.

 

[4] Da un sito internet usato solitamente dagli islamici il gruppo ha lanciato un appello a tutti i mujaheddin. "Chiediamo a tutti i musulmani di schierarsi al fianco dei loro fratelli in Somalia e aiutarli con denaro, armi e uomini", si legge. Il comunicato prosegue: "I vostri fratelli in Somalia stanno affrontando una battaglia campale contro i nemici crociati che sono in combutta con gli apostati del governo somalo di transizione appoggiato dai paesi dell'alleanza crociata, soprattutto dall'amministrazione americana". Cfr http://www.tgcom.mediaset.it del 27/12/2006. L’organizzazione ‘Stato islamico dell’Iraq’, legata ad al Qaeda, ha chiamato a raccolta i mujaheddin in sostegno delle Corti islamiche sotto assedio a Mogadiscio. Cfr repubblica.it del 27/12/2006

 

[5] Gli altri, armati di armi leggere, sono elementi raccogliticci che non offrono alcuna garanzia di poter portare a buon fine assalti e tanto meno sostenerne, soprattutto se effettuati da truppe etiopiche (www.paginedidifesa.it/2006). 

 

[6] Menes Zewari, il premier etiopico, parlando alla tv nel tardo pomeriggio di ieri ha detto: “L’offensiva in corso ha l’obiettivo di eliminare le forze del terrorismo internazionale; (…) La maggioranza delle milizie non è composta da somali. Ne abbiamo catturati oltre 200: avevano quasi tutti il passaporto britannico”.

Sorge spontaneo un ringraziamento agli utopisti che vogliono concedere la cittadinanza italiana in 5 anni!


[7] Nessuno può chiedere garanzie democratiche, nemmeno i due eroi nazionali Petros Solomon e Haile Woldetensae, finiti in carcere perché accusati di tradimento per aver richiesto una Costituzione.


[8]
Nel gennaio 1991, con la fuga di Siad Barre da Mogadiscio, si è assistito alla velocissima implosione della Somalia. La caduta del regime dittatoriale ha portato alla disgregazione della società somala, con una rapida conferma del carattere particolarmente litigioso delle varie tribù. Così, clamorosamente, al pansomalismo ha fatto seguito una miriade di dichiarazioni di seccessione, dal Somaliland (riconosciuto pure dall’Etiopia, non senza secondi fini) alla Repubblica del Puntland di Abdullahi Yussuf e Jamà Ali Jama (anch’esso, pare, aiutato dall’Etiopia), fino alla Repubblica del Sud-Ovest di Shatiguddud.

 

 

[9] la limitata libertà di movimento che si riscontra in alcune zone è senza dubbio legata alla presenza di gruppi ostili al governo, in prevalenza musulmani, come l’Ena (Eritrean National Alliance) finanziata dai Fratelli Musulmani, mentre la presenza di truppe al confine con il Sudan tenderebbe a impedire che i militanti del Eritrean Islamic Reform Movement entrino nel paese per compiere attentati. Anche la paranoica repressione contro gli intellettuali, gli studenti e i giornalisti sembra mirata a non concedere spazio alcuno all’opposizione.

 

[10] L’Italia intende continuare a fare “la propria parte per una composizione negoziata del confronto in atto” in Somalia che possa garantire “sia la sicurezza dell’Etiopia, sia un governo somalo rappresentativo che goda del sostegno democratico e del più ampio consenso delle varie componenti della società somala”.

Così il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, è intervenuto sulla grave situazione somala, dove l’intensificarsi degli scontri tra governo di transizione e milizie islamiche rischia di destabilizzare l’intero Corno d’Africa. 27 dicembre 2006 alle 07:10 — Fonte: repubblica.it

 




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politica estera
27 dicembre 2006
DOSSIER NUCLEARE 2: LA CORSA ALLA BOMBA ISLAMICA SUNNITA E' COMINCIATA

Della redazione

 

Non è ancora una reazione a catena incontrollabile. Ma il blocco psicologico (e non solo) ereditato dalla guerra fredda presenta oramai vistose crepe. L’Iran e la Corea del Nord, che cercano di dotarsi dell’arma nucleare, hanno aperto una breccia nel muro di non proliferazione nucleare.

Dinanzi alla minaccia iraniana e nord-coreana, molte potenze di medio cabotaggio tentano la scalata nel gotha delle èlites planetarie manifestando la volontà di sviluppo di un proprio programma nucleare. Esse insistono sul carattere pacifico del proprio programma, pur essendo chiaramente difficile non ravvisarvi una malcelata ambizione militare.

A lungo riservata agli Stati Uniti e all’ex U.R.S.S. e quindi alle potenze firmatarie del TNP, Trattato di Non Proliferazione (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia), assistiamo oggi ad una sorta di “democratizzazione” dello strumento di dissuasione nucleare. La nuclearizzazione del mondo subisce una brusca accelerazione.

Il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) a Vienna, Mohamed ElBaradei suona il campanello d’allarme. A questo ritmo non ci saranno più solo 9 Stati con l’arma atomica (i 5 + Pakistan, Israele, India e Corea del Nord), ma piuttosto 30, molti dei quali in grado di sviluppare molto rapidamente l’arma nucleare.

 

Lo scorso 10 dicembre, 6 Stati del Golfo, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, hanno ufficializzato la propria volontà di dotarsi della tecnologia nucleare a scopi civili.

Il 3 dicembre Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia, li avevano preceduti.

Bruno Tertrais, esperto della Fondazione di Studi Strategici di Parigi, sottolinea come tutto questo non sia altro che l’effetto domino della nuclearizzazione iraniana. Tutti i paesi musulmani sunniti giudicano una minaccia reale per la propria sicurezza l’esistenza di una bomba nucleare iraniana (sciita). Con in più, per l’Egitto, la necessità di difendere uno status regionale piuttosto appannato [1].

 

Dinanzi al successo delle ambizioni nucleari sciite, l’Arabia Saudita si sente minacciata. Il paese aveva acquistato missili balistici di concezione cinese circa 15 anni fa. Ma oggi sarebbero obsoleti. Piuttosto, rumors ricorrenti lasciano intendere come l’Arabia Saudita cooperi strettamente con il programma nucleare pakistano, al quale ha destinato ingenti investimenti.

Infine, rileva Bruno Tertrais, “Ryad ha chiesto nel giugno 2005 di essere esentata dalle ispezioni dell’AIEA. E questo ingenera più di un sospetto. Occorre comunque anche relativizzare. L’Arabia Saudita ha in piedi un programma nucleare piuttosto debole ed occorrerebbero almeno dieci anni per avere una tecnologia avanzata. Molto più probabile che il Pakistan fornisca delle garanzie nucleari senza nessun trasfert materiale di armi”.

 

I paesi arabi non sono i soli a reagire alle ambizioni nucleari iraniane. Recentemente il primo ministro israeliano ha messo in imbarazzo più di un addetto diplomatico, commettendo la “gaffe” di confermare in via ufficiale che Israele possiede l’arma nucleare.

Mai lo Stato ebraico aveva fatto un tale “coming out” nucleare. Ma su una questione così strategica, il lapsus di Ehoud Olmert va letto come un “messaggio voluto” [2].

La credibilità dell’esercito israeliano, comunque la si metta, è stata intaccata dalla mancata vittoria su Hitzbullah nella guerra di luglio e la recentissima Conferenza negazionista sull’Olocausto spinge Israele a palesare qualche valido argomento per riaffermare il proprio primato nella regione.

 

In Estremo Oriente è invece la Corea del Nord che, con l’esperimento (quanto riuscito è ancora un mistero) del 9 ottobre scorso, ha rinverdito paure mai sopite e scoperto risentimenti antichi.

Il Giappone ha già provveduto a rompere “il tabù”. Secondo numerosi politici nipponici i tre principi cardine sinora riconosciuti (non produrre o detenere o consentire il transito di armi nucleari sul proprio territorio) e garantiti dalla Costituzione non sono più intangibili [3].

 

 

Malgrado sia sottoscrittore del TNP, il Giappone contribuisce ad elevare il tasso di inquietudine che permea il mondo occidentale, tanto più che, per dotarsi di un’arma atomica, ha la tecnologia necessaria per passare da una fase potenziale ad una realizzativi in tempi strettissimi [4].

 

La Corea del Sud si sente maggiormente esposta. Mercoledì 20 ha sottolineato la necessità strategica di sviluppare un proprio sistema difensivo antimissile. Un indicatore di questo indirizzo può essere il rifiuto di Seul di unificare i propri sistemi a quelli nippo-statunitensi, segno di un’evidente mancanza di fiducia nell’ombrello difensivo americano. Perché se le capacità nucleari di Washington non sono mutate, il fiasco iracheno ha invece inciso moltissimo sulla credibilità politica americana e sulla sua reale possibilità di fungere da gendarme planetario.

E’ anche in questo senso che occorre interpretare le reazioni israeliana, egiziana e saudita. La dissuasione nucleare come arma difensiva è oramai un meccanismo ampiamente avviato.

 

In questo trend di nuclearizzazione globale del pianeta, anche paesi non minacciati da Stati problematici contigui, mostrano di voler comunque gonfiare i muscoli.

Come il Brasile, per esempio, che lo scorso Giugno, lontano da ogni clamore internazionale e mediatico, ha aperto a Resende un centro di ricerca, dotato di centrifughe capaci di arrichhire l’uranio e che, sempre sottovoce, ha approvato un piano di sviluppo che contempla la costruzione di 5 centrali nucleari di qui al 2030 [5].

O anche il caso della Gran Bretagna. Il 4 dicembre scorso, Tony Blair ha deciso l’investimento di qualcosa come 30 miliardi di dollari per la ristrutturazione dell’arsenale nucleare[6]. Un passo giudicato ineludibile dal primo ministro britannico al fine di essere pronti per un possibile confronto con un’altra potenza nucleare o contro Stati canaglia nuclearizzati.

 

Oggi come oggi, quasi tutti gli Stati si nascondono dietro la bugia del nucleare per scopi civili. Particolarmente bugiardi possono risultare Stati quali l’Arabia Saudita, l’Iran e l’Algeria che “galleggiano” letteralmente su idrocarburi e gas. E la frontiera fra utilizzo civile e militare appare sempre più tenue. Per questo molti avanzano la necessità tecnica di tornare ai reattori al Torio [7], il più commercializzato negli Stati Uniti.

Questo elemento permetterebbe di evitare la produzione del plutonio e, dunque, di fornire la materia prima per la costruzione dell’arma nucleare.

Un’altra opzione consisterebbe nel creare una “banca del combustibile”, gestita dall’AIEA, che consentirebbe agli Stati desiderosi di accedere all’energia nucleare di acquisire lo status di “utente”.

 



[1] Il primo paese che sembra voler dal seguito alle parole di al-Attiyah è l’Egitto. Ovviamente, come per l’Iran, la ragione è apparentemente legata a esigenze energetiche e si parla di nucleare per “scopi civili”. Così, il 24 settembre 2006, per la prima volta dal disastro di Chernobyl, quando venne interrotto il programma nucleare egiziano, al Cairo si è riunito il Consiglio Supremo dell’energia per deliberare a favore del programma nucleare civile. L’iniziativa dovrebbe concretizzarsi nella costruzione di una centrale nucleare da 1.000 megawatt a al-Dabaa, sulla costa mediterranea del paese. Il costo si aggirerebbe tra il miliardo e mezzo e i due miliardi di dollari.

Per approfondimenti vedi: http://www.quadranteuropa.it/articolo.asp?idarticolo=7154

 

[2] Il premier Israeliano Ehud Olmert, in una intervista al canale tedesco N24 SAT1 ha così commentato le dichiarazioni di Gates:

“Noi non abbiamo mai minacciato di distruzione nessuna nazione, l'Iran invece ha apertamente, esplicitamente e pubblicamente minacciato di spazzare via Israele dalle mappe. Potete dire che sia lo stesso livello, quando aspirano ad avere armi nucleari, come l'America, la Francia, Israele o la Russia?”. Olmert ha poi aggiunto che queste nazioni hanno armi sì nucleari ma non minacciano di usarle contro nessun paese.

 

[3] Il documento governativo sostiene che la Costituzione pacifista del dopoguerra (nata anche dalla tragedia nazionale di Hiroshima e Nagasaki) "non necessariamente vieta al Paese di possedere armi, anche se si tratta di armi atomiche, se sono il minimo necessario per l'autodifesa" (Repubblica, 14 novembre 2006)

 

[4] Fin dal 1960 la politica nucleare del Giappone si è basata su produzione e utilizzo in larga scala di plutonio e nonostante le rassicurazioni del governo giapponese in ordine al possesso delle quantità necessarie esclusivamente per scopi civili e commerciali, affermano gli autori, le riserve sono andate fuori controllo con una previsione della domanda che per il 2010 si aggirerà intorno a 85.000-90.000 Kg. E’ vero che le linee strategiche per lo sviluppo energetico giapponese prevedono una sempre maggiore indipendenza del Paese dal petrolio e, quindi, la necessaria presenza dell’energia nucleare (ma anche di quella eolica e fotovoltaica) in misura massiccia ma ciò che lascia perplessa l’opinione pubblica mondiale è proprio la quantità di scorte di plutonio stoccate e, soprattutto, l’impossibilità di determinare con esattezza la quantità di plutonio posseduta dal Giappone.

Per approfondimenti vedi: http://www.paginedidifesa.it/2006/crovetti_060118.html

 

 

[5] Il 9 maggio 2006 a Resende (Brasile) è iniziato un grosso programma di arricchimento dell’Uranio che viene seguito con estremo interesse in quanto il Brasile detiene la sesta riserva di Uranio al mondo e vorrebbe esportarlo sotto forma di Uranio arricchito.

[6] I Trident D5 sono armi molto potenti, con ampia gittata e notevole precisione. Pesanti 58 tonnellate, possono trasportare fino a 10 testate MIRV (che diventano 6 o 8 se accompagnate da testate civetta), ognuna con una potenza che varia dagli 80 ai 120 kiloton (tanto per capirci Little Boy e Fat man, i due ordigni di Hiroshima e Nagasaki avevano un potenziale di 13 kiloton) ma esse sono “forse” state ridotte a 2-4 per rispettare gli accordi START. La gittata (oltre 8.000 km) è maggiore del tipo precedente e il missile è equivalente ad armi russe come l'SS-N 20, ma più preciso e compatto. I Trident, che hanno un costo unitariodi circa 30 milioni di euro, sono caratteristici in quanto installati a bordo di sottomarini (classe Vanguard)  a propulsione nucleare, che per questo motivo vengono comunemente denominati "sottomarini balistici". Attualmente la Gran Bretagna ha in servizio 4 sommergibili di questo tipo, ognuno dei quali dispone di 16 silos di lancio. Potenzialmente almeno 200 testate nucleari, ma disconoscendo i trattati START sarebbero 640, a spasso per gli oceani.

 

[7] Nondimeno, il ciclo combustibile del torio può essere potenzialmente utile sul lungo periodo, data la sua possibilità di produrre combustibile senza dover ricorrere a reattori a neutroni veloci. Il torio è significativamente più abbondante dell'uranio, si trova in piccole quantità nella maggior parte delle rocce e dei suoli, dove è circa tre volte più abbondante dell'uranio, ed è circa comune quanto il piombo, risultando quindi un fattore chiave per la sostenibilità dell'energia nucleare. L'India possiede ingenti riserve di torio ed ha quindi pianificato un ambizioso programma nucleare che ambisce ad escludere l'uranio come materia prima. Per approfondimenti specificatamente tecnici: http://scienzapertutti.lnf.infn.it/risposte/ris134.html




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politica estera
23 dicembre 2006
DOSSIER NUCLEARE 1: Il mercato nero mondiale del nucleare
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Una società austriaca, strettamente sorvegliata dalla CIA, che fornisce a Teheran tecnologia nucleare, un programma di nuclearizzazione dei paesi arabi sunniti che fa perno su Dubai ed una miriade di ingegneri e faccendieri coinvolti. Non è un romanzo. E’ l’anticamera ed il prodromo di Armaghedon.



Abdul Qadir Khan, lo scienziato pachistano al centro di un tentacolare “mercato nero mondiale del nucleare”, vive sotto sorveglianza speciale nel suo paese. Ma molte delle terminazioni della rete messa in piedi da lui, permangono attive [1].

Da quando nel febbraio 2004 rivelò l’esistenza di un vero e proprio “mercato nero mondiale del nucleare”, i servizi segreti occidentali hanno scatenato una caccia all’uomo di dimensioni planetarie. Da quanto riportato dal quotidiano austriaco “Kleine Zeitung” la polizia austriaca ha arrestato lo scorso mese di agosto in Stiria (sud dell’Austria) un uomo d’affari per “complicità e diffusione di armi di distruzione di massa” e sta attivamente ricercando il direttore generale di un’importante società import-export accusata di vendere all’Iran equipaggiamenti suscettibili di essere associati al programma nucleare [2].

Con sede a Graz, la società Daniel Frosch Export era strettamente sorvegliata dalla CIA da molti mesi: forniva a Teheran acceleratori e componenti elettronici, parimenti utilizzabili sia per il confezionamene di un ordigno nucleare. Questo, senza aver richiesto l’abituale autorizzazione preventiva alle autorità austriache.

Sentendo il cappio stringersi, il direttore generale della società, Daniel Frosch, s’è eclissato, rifugiandosi negli Emirati Arabi Uniti, non prima di avervi trasferito sede legale e beni dell’impresa. Una scelta oculata da parte sua, visto che non esiste accordo per l’estradizione fra Vienna e Dubai [3].

Per il procuratore di Graz, Manfred Kammerer, gli acceleratori e le centrifughe rientravano nelle tecnologie radiate dal commercio verso i paesi sospetti.

Il padre del fuggiasco, Eric Frosch, è stato arrestato con il capo d’accusa di “complicità nella produzione e diffusione di armi di distruzione di massa”. Accusa giudicata “grottesca” dal suo avvocato difensore, Gerald Ruhri.

 

Frattanto, in Pakistan, il dottor Khan è tutt’ora chiuso nel silenzio [4].

Dallo smantellamento ufficiale della “rete Khan”, nel 2004, i sospetti maggiori sussistono nella lotta al traffico illegale di tecnologia nucleare verso i cosiddetti Stati canaglia, come Iran, Corea del Nord e Libia [5]. Gli ispettori dell’AIEA non hanno ancora ricevuto il permesso di interrogare il dottor Khan, consegnato al silenzio da Islamabad. Secondo l’esperto statunitense nella non proliferazione Leonard Weiss questo episodio non lascia alcun dubbio: “Alcune filiere della rete sono tutt’ora attive”.

Ma in questa caccia all’uomo planetaria le informazioni permangono incomplete. Si scopre così che uomini d’affari iraniani hanno acquistato nel 1993 un piccolo terreno per l’aviazione leggera a Hartenholm (Germania), a 50 Km da Amburgo, per favorire il transito di pezzi di ricambio di “tecnologie sensibili” in piena discrezione. Dal 1994 al 2004, Dubai è servita da punto d’appoggio per la rete Khan, ove agiva il “cassiere” e riciclatore in capo, l’uomo d’affari dello Sri Lanka Buhary Syed Abu Tahir [6]. Questi ha fatto assemblare componenti di centrifughe il Malesia, poi caricate su containers per l’Iran, la Libia e la Corea del Nord.

Quest’anno si è aperto a Mannheim (Germania) il processo a Gottard Lerch, arrestato nel novembre 2004 [7], uomo d’affari tedesco che avrebbe contribuito alla realizzazione e sviluppo del programma nucleare libico, fino al suo abbandono nel 2003. Come per i suoi colleghi ingegneri, gli svizzeri Daniel Geiger e Friedrich Tinner [8], anch’essi implicati nella rete Khan, la motivazione principale era economica

[1] Abdul Qadir Khan, eroe nazionale e padre della bomba, nel febbraio 2004 ha affermato quello che le autorità pakistane avevano sempre negato: il Pakistan ha effettivamente contribuito alla proliferazione nucleare in Libia, Iran e Corea del Nord.

La proliferazione veniva condotta senza l'avallo delle autorità, che dal canto loro hanno denunciato questa «iniziativa privata» motivata dalla sete di guadagno e, quindi, hanno «perdonato» il colpevole. (Le Monde diplomatique, giugno 2004)

 

 

[2] Poussières d’Empire, 21/12/2006: http://poussieresdempire.blogspot.com/

 

[3] Le Temps.ch – 21/12/2006

 

[4] Nato in India, a Bhopal, Khan negli Anni Settanta ha studiato metallurgia e tecniche industriali in Germania ed in Olanda. Il presidente Bhutto nel ’76 lo mise a capo del’intero progetto di armamento atomico pakistano. La superbomba pakistana debuttò nell’84. Costretto ora ai «domiciliari» in completo isolamento, Khan avrebbe già subìto una serie di attacchi cardiaci senza essere ricoverato in alcuna struttura sanitaria (La Gazzetta del Mezzogiorno, 19/12/2004).

 

 

[5] Il progetto clandestino dal Pakistan in favore per la Libia aveva anche un nome in codice, “Project Machine Shop 1001”. La direzione del progetto era stata affidata, tramite la Gulf Technical Industries, società di Dubai (Emirati Arabi) ad un ingegnere britannico : Peter Griffin. Lo stesso Tahir dichiarò che Griffin era l’istigatore del progetto. Proprio lui, personalmente, organizzò in Spagna la formazione di 8 tecnici libici.Le Monde, 21/02/2004

 

[6] Dai documenti di spedizione rintracciati nel porto di Taranto nell’ottobre 2003, gli agenti di Cia ed MI6 sono risaliti ad un uomo d’affari dello Sri Lanka, che viveva a Dubai (Emirati Arabi) dove girava in una Rolls Royce: Buhary Syed abu Tahir, 40 anni. Venne arrestato nel novembre 2003 dalla polizia malese perché riconosciuto come il mandante che organizzò la spedizione dei macchinari a Gheddafi su un cargo, la «Bbc China», seguita da un satellite-spia al suo ingresso nel Mediterraneo dalla Cia e poi dirottata a Taranto.

La nave è poi misteriosamente affondata.

 

[7] Gotthard Lerch, oggi 63 anni, è un tecnico il cui studio è stato perquisito a fondo dagli investigatori. L’intera operazione è stata svolta a livello mondiale senza troppa pubblicità, ma i vari passaggi sono ricostruibili leggendo vari «flash» diffusi da testate giornalistiche estere (il "Los Angeles Times", la "DPA - Deutsche press agentur", la televisione "Al Jazeera", la "Bbc News") nel corso dell’anno.

 

[8] Nello stesso periodo, il pachistano (Buhary Syed Abu Tahir) era entrato in contatto con Friedrich Tinner, un ingegnere svizzero. Il figlio di quest’ultimo, Urs Tinner, anche lui ingegnere, era stato delegato presso la Scope per sovrintendervi la costruzione delle centrifughe. La famiglia Tinner ha sempre negato di essere a conoscenza della destinazione dei prodotti – Le Monde, 21/02/2004






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11/09/2001