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Spigolature di attualità, politica e religione
SOCIETA'
29 novembre 2006
DALLA TUNISIA UNA LEZIONE DI REALPOLITIK


Un articolo di specchiata obiettività (ed è il secondo che "pesco" in Tunisia in cinque giorni) che andrebbe fatto leggere a chi insiste ancora nel credere di poter gestire l'immigrazione alla "volemose bene". Tratta dell'evoluzione delle società occidentali (nel merito Canada ed Olanda) e delle clamorose controindicazioni (sopratutto per i musulmani) scaturite dalla politica iniziale del riconoscimento di deroghe a pioggia per tutte le varie minoranze.
Un avvertimento per i fanatici dell'immigrazione massiva (Ferrero e Giordano) o per chi (Bertinotti) lavora per l'introduzione del matrimonio islamico. Che "derogherebbe" agli articoli sulla parità di diritti e doveri dei coniugi, surrogati nell'occasione da quelli dal Corano. Un vero e proprio schiaffo in faccia.
 Perchè anche a Tunisi dimostrano di avere molto più buon senso di loro.



Le Temps du monde (tunisie)

Lo choc delle inciviltà

Di  Ridha Kéfi

27 novembre 2006

 

In Canada, paese di immigrazione per eccellenza, la legge permette alle minoranze etniche e religiose, nel nome del rispetto dei diritti della persona, “dei ragionevoli accomodamenti”, ossia dei diritti specifici che non sono contemplati ai cittadini come dire “ordinari”, “bianchi” o, se preferite, “autoctoni”.

Esempio: nel 2004, l’ospedale di Santa Giusta di Montréal ha accettato che la comunità ebrea di rito Hassidim installasse, a proprie spese, un frigorifero per disporre di alimento kasher nel giorno del Sabbat. Gli hassidim sono degli ebrei fondamentalisti. Circa 25.000 persone nella sola capitale del Quebec, che annovera da sola qualcosa come 80 diverse comunità etniche o religiose.

Altro esempio: nel marzo 2006 la corte suprema del Canada ha dato ragione ad un giovane Sikh, permettendogli di portare a scuola, bene in vista nella propria cintola, il proprio kirpan, il pugnale di rito Sikh, purchè infilato nel fodero.

Terzo esempio: nello stesso mese, gli studenti musulmani della Scuola Superiore di Tecnologia della metropoli del Quebec (ETS) hanno visto riconosciuto il loro diritto di disporre di una sala di preghiera nella scuola. I loro coetanei musulmani dell’Università di McGill non hanno tardato a deporre una richiesta analoga presso la Commissione canadese dei diritti dell’uomo.

Aggiustamenti (troppo) ragionevoli.

Fino a qui niente di particolare. I “privilegi” accordati potevano essere giustificati dalla necessità di rispettare usi e costumi religiosi delle minoranze viventi nel paese. Solo che, ecco, queste minoranze hanno continuato a sostenere le loro rivendicazioni, che spesso nelle loro stranezze avrebbero fatto pure sorridere, se non si fosse rilevata una certa irritazione in una parte della popolazione.

Così, lo scorso luglio, il Polo ospedaliero universitario di Montréal ha dovuto raccogliere le firme delle donne incinte a margine di una dichiarazione scritta ove il Polo precisava che non era in grado di consentire ai pazienti la scelta per l’assistenza al parto da parte di un medico donna. Una precauzione che copriva l’ospedale da ogni reclamo delle donne musulmane che avrebbero altrimenti preteso questa particolarità.

Inizi dello scorso novembre. La polizia di Montréal ha suggerito alle proprie poliziotte di farsi assistere dai propri colleghi maschi per non irritare certi ebrei hassidim che proprio non gradiscono essere guardati dalle donne. Inutile dire che questa delibera ha provocato un’ondata di malcontento nel corpo di polizia, immediatamente rilevata dai media e strumentalizzata dalla destra xenofoba.

Nel corso dello stesso mese, un centro YMCA (organo caritativo) della capitale “quebequoise” ha provocato la collera dei propri addetti cambiando le finestre dello stabile (sostituendo i vetri con altri opacizzati) con lo scopo di assecondare il desiderio della vicina comunità hassidim di non permettere la visione delle donne che vi convenivano.

I responsabili del centro hanno avuto un bel dire che la sostituzione era stata finanziata per intero (4.000 dollari) dalla comunità ebraica hassidim. Il gesto ha suscitato in fiero dibattito circa l’opportunità degli “accomodamenti ragionevoli” che, di fatto, rischiano di allargare ulteriormente il fossato fra le varie comunità.

La stampa canadese, che ha riportato questi fatti, ha pubblicato anche un episodio verificatosi in un centro CLSC , ossia un centro di servizi comuni, sempre di Montréal. Qui è stato rifiutato ad un uomo di seguire il corso per assistere la propria moglie nel parto, affinché non fosse procurato imbarazzo alle donne indù, musulmane o sikh, che frequentavano lo stesso modulo terapeutico.

Seppur dettati da considerazioni etniche e giuridiche serie, gli “accomodamenti ragionevoli” stanno diventando una fonte di incomprensione e malintesi.

Concepiti come uno strumento per prevenire o ammortizzare lo “choc di civiltà”, essi stanno provocando a loro volta uno “choc di inciviltà” a causa del quale le società multiculturali occidentali (o le stesse comunità ebree, musulmane o altro) subiscono delle ripercussioni a volte violente.

Inutile aggiungere che le incomprensioni, i malintesi, le polemiche e le reazioni di rigetto reciproco si esacerbano in corrispondenza delle varie tornate elettorali, quando i leaders della destra o dell’estrema destra gettano sul tappeto il tema della insicurezza sociale (spesso d’altronde associata all’immigrazione) facendo facile leva sull’indole xenofoba dei loro elettori “bianchi”.

 

Non veliamoci il volto!

Al di là dello sfruttamento politico di questi fenomeni sociali, non doremmo noi popoli del sud, arabi, kurdi, sikh, musulmani, ebrei, buddisti o animisti, guardarci in faccia. Non dovremmo, prima di fustigare l’intolleranza degli occidentali e scavare ulteriormente il fossato che ci separa, porci in tutta onestà alcune domande?

Fino a dove si può arrivare con gli “accomodamenti ragionevoli”, sovente permessi alle minoranze etniche o religiose da parte dei paesi occidentali?

Quando si appartiene ad una minoranza si ha forse il diritto di imporre i propri valori ed il proprio modo di vivere alla maggioranza dei cittadini di questo paese? Abbiamo forse il diritto di assoggettare questi ultimi, siano essi credenti o laici, a delle esigenze che sono loro completamente estranee? Abbiamo il diritto di invocare i diritti e le libertà della persona umana, per giustificare pratiche e comportamenti che possono apparire scioccanti o semplicemente estranei alla maggioranza dei cittadini del paese d’accoglienza, come la circoncisione, l’omicidio per onore o il velo integrale?

Possiamo ragionevolmente accettare degli “accomodamenti ragionevoli” come quelli già evocati e che mettono in discussione i valori stessi di uguaglianza dei cittadini che guidano la società nel proprio insieme?

E infine, perché non accordiamo, noi stessi, alle minoranze etniche e religiose che vivono nel nostro paese, nel nome del rispetto dei diritti della persona, qualche “accomodamento ragionevole” come, per esempio, il diritto di costruire luoghi di preghiera nelle strutture scolastiche?

Ci poniamo questa domanda nel momento in cui il governo olandese annuncia la propria decisione di redigere un progetto di legge “quanto prima” per vietare nei luoghi pubblici il burqa o altro vestito o accessorio atto a nascondere interamente il volto di una persona.

“Il gabinetto giudica indesiderabile che i vestiti che nascondono il viso, quali il burqa, siano portati nei luoghi pubblici, per ragioni di ordine pubblico, di sicurezza e di protezione dei cittadini”, ha dichiarato il ministro dell’immigrazione Rita Verdonk nel comunicato del 17 novembre scorso. “Dal punto di vista della sicurezza, le persone dovrebbero essere sempre identificabili, mentre dal punto di vista dell’integrazione, pensiamo che le persone dovrebbero essere messe in condizione di comunicare tra di loro”.

Il governo olandese ha avuto l’accortezza di argomentare il progetto di legge per cause di sicurezza pubblica al fine di evitare accuse di discriminazione religiosa. Cosa che renderebbe la legge incostituzionale.

Ciò non di meno la nuova legge in programma prende di mira prima di tutto le comunità islamiche, o alcune di esse. Così come altre misure in gestazione e che puntano a restringere sensibilmente i parametri per il diritto d’asilo, i ricongiungimenti familiari nonché a rendere obbligatorio l’apprendimento dell’idioma olandese per i giovani immigrati.

E qui un’altra domanda si impone: che cosa ha spinto uno dei paesi europei fra i più accoglienti con gli immigrati ed i rifugiati ad inasprire in modo così severo la propria legislazione verso le minoranze musulmane?

Invocare i diritti e le libertà per le minoranze culturali e religiose per criticare una decisione del governo olandese non basta. Occorre tentare di capire anche le profonde cause che hanno reso possibile questo ripiego su sé stesso, camuffato da misura di sicurezza, di uno dei paesi occidentali più aperti al multiculturalismo.

L’erba velenosa dell’islamofobia.

In Olanda l’islamofobia ha iniziato a germinare come un’erba velenosa all’indomani degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 a New York. S’è aggravata con l’assassinio del cineasta Theo Van Gogh, pugnalato in mezzo ad una strada di Amsterdam, il 2 novembre 2004 da parte di un giovane esaltato marocchino, Mohammed Bouyeri, che credeva così di punire la sua vittima per l’offesa arrecata al Profeta Maometto in un cortometraggio (“submission”) che denunciava le discriminazioni e le violenze imposte alle donne dall’Islam integralista.

Lo smantellamento, un anno dopo, di una rete terroristica composta da 14 membri del gruppo di Hofstad, nome del quartire de L’Aja dov’era radicato non ha migliorato le cose.

Non sono migliorate neppure per le minacce di morte proferite all’indirizzo dei deputati Ayaan Hirsi Ali (liberale) e Gert Wilders (liberale dissidente), o contro il sindaco socialdemocratico di Amsterdam, Job Cohen.

O ancora l’arresto, il 6 novembre scorso, ad Amsterdam e all’Aja, di un nuovo gruppo terroristico di cinque uomini ed una donna, musulmani radicali che reclutavano per il Jihad internazionale.

Per non parlare degli atti di vandalismo spesso commessi, nei quartieri ovest della città, da giovani immigrati musulmani che giudicano “discriminatorio” il controllo d’identità da parte della polizia olandese.

Lungi da noi l’intenzione di minimizzare il razzismo quotidiano con il quale i musulmani sono oggi raffrontati nella maggior parte dei paesi occidentali, ma occorre riconoscere che l’islam ed i musulmani ispirano una paura crescente in Olanda (e altrove). I sondaggi realizzati recentemente in questo paese dimostrano che un gran numero di olandesi (tra 45 e 55%) temono uno scontro mondiale fra islam ed occidente, considerano l’islam una religione misogina, intollerante e senza humor, stimando che il binomio democrazia ed islam non siano proprio compatibili. Parlano, inoltre, di religione violenta.

Noi, in qualità di musulmani, preoccupati della nostra immagine e di quella della nostra religione, non possiamo esimerci dal fare un’autocritica seria, lontana da ogni animosità o mania di persecuzione. Solo un’autocritica sincera e coraggiosa ci permetterebbe di comprendere le cause profonde delle nostre crisi d’identità, del nostro sotto-sviluppo e della difficoltà che molti di noi incontrano nell’integrarsi nelle società di accoglienza, radicalmente differenti.

Questa autocritica, cui noi invitiamo tutti i musulmani, dovrebbe essere seguita anche dai cristiani, i giudei, gli agnostici, che hanno i loro integralisti. Perché l’intolleranza si nutre spesso dell’intolleranza. E gli estremismi si giustificano l’un l’altro.


 




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26 novembre 2006
Yasmina Khadra

Esclusivo – Lo scrittore algerino Yasmina Khadra insorge contro il conflitto iracheno. Dei pensieri scomodi.
Di Sid Ahmed Hammouche

 

Tradotto da: Le Nouvelliste (Suisse)
 http://www.nouvelliste.ch/archive/culture/061118_indexg.htm






Yasmina Khadra. Dietro questo pseudonimo femminile si nasconde l’algerino Mohammed Moulessehoul che ha appena pubblicato “le sirene di Bagdad”, ultimo elemento della trilogia rappresentata da “Le rondini di Kabul” e “L’attentatrice”. Nel suo romanzo dedicato all’incubo iracheno, lo scrittore analizza la tragedia voluta dagli uomini. Il dramma tocca un villaggio dell’Irak, fuori dal mondo, ma che la guerra stravolge completamente. Lo scrittore, un giovane, passa progressivamente dalla propria solitaria timidezza all’odio. Fino a recarsi a Bagdad per diventare una bomba umana. Invece che cantare, le sirene di Khadra piangono. E gridano la loro collera. Delle sirene rosse. Come il sangue che ogni giorno scorre in Irak.

                       

Nel vostro ultimo romanzo “Le sirene di Bagdad” evocate la guerra in Irak. Perché l’interesse per un tema così terribile?

Il mio status di scrittore non mi impone i paraocchi. Il mio universo narrativo non si ferma al mio paese. Noi algerini abbiamo una dolorosa esperienza e, al tempo, una lucidità che può risultare utile al servizio di altri popoli. Certo, gli editori e l’imperialismo intellettuale hanno sempre cercato di imprigionarci in una camicia di forza,

Ho rotto le mie catene e mi sono installato nella letteratura, senza complessi né pretese. E’ tempo ormai di dimostrare di essere in grado di prenderci carico di argomenti che sino ad oggi erano riservati a pochi “abilitati”, gli occidentali.Penso che anche noi abbiamo il diritto di osservare quanto accade sul pianeta e dire la nostra. L’Irak rientra in questa rivendicazione.

 

Nel vostro ultimo libro la realtà ha il colore rosso del sangue, un quotidiano assassino ed assurdo nel contempo. In Irak si può sognare qualcosa di diverso dal grido assordante selle sirene della morte?

Questo paese è entrato in una spirale infernale. I sogni più folli non cambierebbero nulla ai drammi quotidiani degli iracheni. D’altronde potremmo mai organizzare un barbecue su una terra incenerita? Ho scritto questo libro per protestare contro i luoghi comuni che intendono presentare la tragedia irachena come un caos terrorista, occultando le responsabilità dell’ONU che nulla ha fatto per impedire il conflitto e quelle degli americani che, manipolando di discorsi politici, la disinformazione mediatica, e la codardia texana, nascondono ciò che  realmente succede nel paese e danno spago ai loro falchi.

 

Il personaggio del vostro romanzo è un giovane che rassomiglia molto al ragazzo della porta accanto. Ma resta vittima dei progetti violenti altrui.

Immaginate un popolo asservito per decenni ad un despota. Un giorno sbarcano sul suo suolo con il dichiarato intendimento di lenirne le sofferenze. Certo quel popolo è al settimo cielo. Ma molto presto subentra il disincanto. I “buoni samaritani” si rivelano essere peggiori del male. Gli iracheni sono stanchi di guerre e tirannie. Tutti sognano una schiarita. Oggi sono completamente superati dagli eventi e si rifugiano in una violenza autodistruttiva.

 

Attraverso la storia di questo giovane lei racconta la fragilità umana.

E’ una figura ricorrente dei miei romanzi. E’ un soggetto che mi affascina, ragione per cui mi dedico a sviscerarlo. Sono persuaso che i malanni nascono e si nutrono da questa ferita, che è un po’ il nostro supplizio di Sisyphe. La nostra vocazione non consiste solo nel superare i nostri insuccessi, ma soprattutto a soppiantare questa tossina che ci fa dubitare di noi stessi.

 

Come spiegare questa tentazione kamikaze che tenta così tanto la gioventù araba? Un’idea del genere era già presente nel romanzo “L’attentatrice”.

Non è la stessa cosa. Ne “L’attentatrice” Sihem è una donna moderna, musulmana non praticante, bella, che sembra vivere una vita equilibrata, felice. Sceglie di diventare kamikaze perché vive il proprio benessere come un caso di coscienza. Arriva a concludere che nessuna gioia è possibile allorquando il proprio popolo, quello palestinese, è avvilito, massacrato, “cosificato” nell’indifferenza, quando non nella complicità e la viltà della comunità internazionale. Per rompere con certi stereotipi, spesso si presenta il terrorista come il prodotto dell’ignoranza e della miseria, dimenticando che è soprattutto una reazione contro l’umiliazione e l’ingiustizia.

Nelle “Sirene di Bagdad” siamo invece davanti ad un giovane beduino, toccato nell’unica ricchezza posseduta: il proprio onore.

 

Una sola conclusione si impone dopo la lettura del vostro romanzo “Le Sirene di Bagdad”, la volontà di distruzione, la soluzione di eliminare il proprio dolore sopprimendo l’altro e se stessi.

Eppure mi sembra chiaro. E’ questione di fare una scelta: subire l’intollerabile o morire? Il mio personaggio sceglie di finirla. Ma il suo percorso di iniziazione gli riserverà non poche porcate.

 

Che eco ha riscosso questo libro in Irak e nel mondo arabo?

Non sono tradotto in arabo.

 

Recentemente avete dichiarato che nessuno scrittore arabo aveva mai osato esprimere quanto lei aveva avuto il coraggio di scrivere sull’Irak ed il Medio Oriente. Non teme dure reazioni a questa dichiarazione?

Non temo mai nulla, né reazioni, né persone. Per quanto mi riguarda si tratta di una constatazione, non di un’insulto. Siete voi in grado di farmi dei nomi? Omessi coloro che scrivono dei libri sull’Islam per lavarsene le mani e fare bella figura dinanzi agli occidentali, smarcarsi dai loro correligionari, sino a demonizzarli. Io non tocco l’Islam. Non ne ho la caratura. Sono solo un romanziere. Combatto l’idea che puzza di zolfo che gira attorno ad i musulmani. Ed in quest’arena sono solo. Tuttavia, visto che la mia megalomania rischia di accecarmi, se conoscete qualche autore impegnato nella stessa lotta, segnalatemelo. Sarei contento di mattere un po’ d’acqua nel mio vino.

 

Perché, secondo lei, gli intellettuali arabi non si interessano alle loro società, a cogliere il significato di quanto l’attualità propone quotidianamente nelle loro terre?

Preferiscono giocare di sponda con coloro che si interessano al problema. E’ il loro hobby. Scrivere e maledire, optando con più facilità per il secondo termine. E’ meno spossante e più appagante. E’ anche un’eccellente modo per occultare la loro incompetenza e la viscerale cattiveria.

 

Dobbiamo trovare da soli l’uscita di sicurezza.

 

Come far uscire il mondo arabo dalla sua triste realtà?

Tutto dipende da noi. Siamo soli in questo marasma e nessuno pensa ad esporsi per tirarcene fuori. Sta a noi trovare l’uscita di emergenza. Siamo troppo divisi, disfattisti, a volte negazionisti. Abbiamo un concetto obsoleto di unità nazionale, un concetto che sovente sfiora il tribalismo, quando non addirittura la stupidità. Questa necessità di dover diffidare di tutto ciò che appare uno stimolo sensato ci relega nell’ambito dell’insignificanza e del rifiuto di crescere.

Se vogliamo essere all’altezza delle nostre aspirazioni, impariamo dapprima ad avere rispetto per noi stessi. Purtroppo siamo ben lontani dall’accedere a questo livello fondamentale. Ci compiacciamo di tutto ciò che è derisorio, futilità, rigetto, invettiva, disprezzo. Non è certo con tali argomenti che finiremo per forzare la mano alla sorte che ci bistratta.

 

Che ruolo gioca l’Islam in tutto ciò?

Nessuno. La religione non ha nulla a che vedere con la nostra decomposizione. La cancrena è in noi, secretata dalla nostra miseria morale ed intellettuale. Non possiamo edificare una nazione con strumenti quali l’offesa e la malafede. Eccelliamo in tutto ciò che ci impoverisce, non in quello che ci arricchirebbe.

 

In Irak come in altri paesi musulmani, ci si batte più per l’onore che per la religione. In Occidente si fatica a comprendere tutto ciò. Dove si colloca lo scontro di civiltà in questo contesto?

Dalla notte dei tempi non c’è mai stato uno scontro di civiltà. Le civiltà si incrociano, si fecondano l’un l’altra e ci fanno crescere. Lo choc è da scovare nella nostra inettitudine alla stima reciproca. Ingrati siamo. Ingrati permaniamo.

 

Come mutare il concetto stereotipato che l’Occidente ha del mondo arabo?

Il concetto occidentale cambia poco a poco. Gli spiriti cominciano ad aprirsi verso di noi, a comprenderci. E’ il nostro sguardo che permane lo stesso, costantemente in ritardo nella presenza di spirito. Guardate un po’ cosa succede in Algeria, esattamente laddove dimorano le nostre chances della nostra salvezza: la famiglia intellettuale. Cosa vediamo? Una regressione costante. Ciò che ha causato il disastro del ’90 torna a minacciare quel poco che è rimasto. I ciarlatani della sedizione già affilano le loro armi: calunnie, demonizzazioni, francofobia (in particolare contro gli scrittori di lingua francese, anche quando arabi come me), inviti all’omicidio, anatemi. I nostri morti non sono bastati. I vampiri reclamano altro sangue. La loro viltà supera ogni immaginazione. Bisognerà calmarli.

 

Il mondo occidentale non si fida del mondo musulmano. Perché secondo voi?

Perché non lo conosce. E diffidiamo sempre da ciò che ci sfugge. I miei libri rispondono anche a questo quesito.

 




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25 novembre 2006
Chi tifa contro il nucleare.....
Il mega progetto di creazione di un reattore nucleare di quinta generazione, capace di produrre energia con minori rischi (e costi), partito ieri l'altro a Parigi, visto da chi il petrolio ce lo vende. Con una malcelata speranza per il suo affossamento. Gli ecologisti.

 

http://www.elwatan.com/spip.php?page=article&id_article=54594

 

Un reattore gigante in preparazione in Francia

Il mondo del dopo-petrolio

El Watan (algeria)

 

Sei paesi (Cina, Corea del Sud, Stati Uniti, India, Giappone, Russia) e l’Unione Europea hanno siglato a Parigi il trattato Iter, un progetto di reattore sperimentale di fusione termonucleare che mira a fornire, nei prossimi decenni, un’energia pulita ed illimitata.

I tre testi che compongono questo progetto firmato all’Eliseo prepareranno, secondo i loro pianificatori, l’era del dopo petrolio.

Il costo di questo progetto, la cui realizzazione sarebbe prevista a Caradache, sulle Bocche del Rodano (sud della Francia) è stimato in più di 10 miliardi di euro, dei quali 4,6 miliardi per la costruzione del reattore entro il 2015.

La Francia partecipazione della Francia è del 10% nella costruzione e del 7% per lo sfruttamento.

La costruzione del reattore Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor) docrebbe iniziare nel 2008 e durare una decina di anni, con un’entrata in funzione intorno al 2018. Gli scienziati sperano di giungere ad uno sfruttamento su scala industriale nel giro di 40 anni, un’epoca nella quale le riserve di petrolio sfruttabili saranno con tutta probabilità esaurite.

L’obiettivo principale del progetto Iter, aspramente criticato dalle associazioni ecologiste (che vi vedono un progetto pericoloso ed improbabile) è quello di dimostrare la fattibilità scientifica e tecnica nell’utilizzo dell’energia di fusione come futura risorsa di energia sulla terra.

La fusione utilizza dei combustibili basilarmente abbondanti e di facile reperibilità, non libera gas nocivi (effetto serra) e genera scorie radioattive a breve termine di decadimento¨.


¨ Le scorie sono catalogabili, internazionalmente, in tre modi:

Alta attività (scorie di 3° grado) che decadono in circa 100.000 anni

Media attività (scorie di 2° grado) 200-500 anni

Bassa attività (scorie di 1° grado) 100 anni

 

 

 

 




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25 novembre 2006
Quanti sono i musulmani francesi morti in Irak?

L’express (France) – 25/11/2006 – 17:00

 

Un algerino di 30 anni ed un francese di 18, sospettati di aver tentato di raggiungere i combattenti islamici in Irak, sono stati arrestati oggi a Parigi.

Arrestati a fine ottobre alla frontiera fra Irak e Siria, i due uomini, originari di Tours (dipartimento di Indre-et-Loire) sono stati estradati in Francia dalle autorità di Damasco lo scorso 21 novembre. Da allora sono in carcere presso la Direzione di sorveglianza del terrorismo (DST). Sono accusati per associazione a fini terroristici.

Un terzo membro del gruppo è detenuto in Siria e dovrebbe essere estradato prossimamente in Francia.

Dal 2004 la giustizia francese ha smantellato numerose filiere di reclutamento ed addestramento di volontari integralisti inviati poi in Irak.

            Numerosi francesi sono morti in combattimento o sono detenuti in Irak.    
           Le indagini giudiziarie hanno dimostrato che raggiungerebbero questo paese proprio attraverso la Siria.



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CULTURA
25 novembre 2006
Una scorciatoia per capire il mondo ebraico





 

Elio Toaff ed Alain Elkann
Essere Ebreo
Tascabili Bompiani
Ottimo


Elio Toaff
è un indiscutibile monumento al dialogo e al confronto. Non c’è intellettuale, almeno decente, che non possa sottoscrivere quest’affermazione.

Il libretto è agilissimo, piacevole, leggero. Svolto sul canovaccio di un’intervista (condotta da Alain Elkann) sembra all’inizio apparentemente dispersivo e piuttosto indirizzato ad un formale resoconto della vita dell’intervistato.

E tuttavia pagina dopo pagina arricchisce notevolmente il lettore, fornendo tutta una serie di indicazioni e di inedite novità che aiutano ad uscire dallo stereotipo diffusissimo che si ha del mondo ebraico.

Con sorprese niente male. Come quella di scoprire che la più antica comunità ebraica in Europa è proprio quella italiana.
Emerge prepotente la personalità di Toaff, che sa trasmettere una testimonianza di fedeltà al proprio credo religioso malgrado controversie, lutti ed amarezze (anche all’interno della stessa comunità ebraica).

Ho apprezzato soprattutto la capacità innata di saper proporre un dialogo aperto restando ancorato alla propria fede. Senza cioè quell’atteggiamento prono, dimesso, relativista, che caratterizza oggi la maggior parte dell’occidente europeo. La fermezza di chi ha ben presente il peso della storia ed il valore di una Parola che ha attraversato (che piaccia o no agli atei) l’umanità sino ad oggi.

E questa è secondo me la cifra autentica del volume, trasmettere la conoscenza del mondo ebraico con un suggerimento da cogliere: l’orgoglio della propria fede e della propria cultura. Senza pretendere di “ebreizzare” il mondo.




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CULTURA
25 novembre 2006
Un dizionario interessante





            Dizionario dell'Islam
            Massimo Campanini
            Biblioteca Universale Rizzoli
            Milano, 2005

            Ottimo.
            

L'Islam è una religione monoteista, la seconda del pianeta per numero di aderenti, che reclama una concezione onnicomprensiva del mondo e della realtà. E’ vero che, storicamente, su essa si nutrono preconcetti  e che a tutt’oggi si continua a non conoscerla a sufficienza, ma è anche vero che qualche grattacapo ciclicamente torna a regalarcelo.

Questo dizionario fornisce un’informazione aggiornata e puntuale sugli aspetti più importanti dell'Islam in quanto religione e concezione del mondo, sotto il profilo storico, teologico, filosofico e giuridico, onde consentire al lettore di poterlo conoscere.

Il volumetto, all’apparenza corposo, è invece di facile lettura, senza cioè appesantimenti teologici o sofismi irraggiungibili.

Ha il pregio di dare una corretta divulgazione dei principi basilari senza cadere nella tentazione dell’apologia (vizietto molto diffuso, soprattutto da chi è convertito, mentre gli autori musulmani restano più credibili).

Io l’ho letto.

Lo ritengo utile, ben fatto.

A mio parere mira alla qualità più che alla quantità dell'informazione e perciò alcune delle voci si configurano come dei veri e propri piccoli saggi. Tuttavia, alcune di esse (mi riferisco nel dettaglio a Donna, Diritti umani, Matrimonio per citarne alcune) richiedono necessariamente il ricorso ad un approfondimento assai più esaustivo.

Non toglierà i dubbi sulla fattibilità di un dialogo sincero fra cristianesimo ed islam, né sul pericolo potenziale derivante dalla corrente totalitarista che indiscutibilmente cresce nei paesi musulmani.

Ma non è il suo scopo.

            



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25 novembre 2006
A Buenos Aires in scena Pinocchio.

 

America Latina/Islam: apertura a Buenos Aires di un Congresso internazionale sull’islam in America Latina.

Islamicnews – 02/11/2006

 

http://www.islamicnews.org.sa/fr/search1.php?misc=search&subaction=showfull&id=946682450&id=1162506624&archive=&cnshow=news&start_from

 

 

Il vice presidente dell’Argentina, Daniel Scioli, ed il segretario generale della “Rabita Al Alam Al Islami”, la Lega islamica mondiale (LIM) che ha sede alla Mecca, il dr. Abdullah Abdul-Mohsin Al-Turki, hanno presieduto recentemente a Buenos Aires, alla cerimonia d’innaugurazione del Congresso internazionale sull’Islam in America Latina........

Hanno preso parte a questa cerimonia numerose personalità argentine, tra le quali l’ambasciatore argentino Guillermo Oliveti, segretario di Stato del culto, il deputato Jorge Arguello, presidente della Commissioni degli affari esteri del Congresso e monsignor Carlos Malfa, vescovo di Chascomus (provincia di Buenos Aires) nonché presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e le relazioni con le altre religioni. Erano inoltre presenti i maggiori esponenti delle comunità musulmane accreditate a Buenos Aires.....

Le tematiche affrontate sono: “I diritti umani in Islam”, “L’Islam e le relazioni internazionali”, “L’Islam e le relazioni tra gli individui e la società”, “Il dialogo fra civiltà”, “La coabitazioni fra religioni diverse”, “I media e l’attualità islamica nell’America Latina”. Particolare attenzione, inoltre, agli esempi di distorsione  (terrorismo e fondamentalismo), le minoranze musulmane in America Latina e nei Carabi (storia ed immigrazione) ed il contributo degli immigrati arabi e musulmani allo sviluppo dei paesi del sub-continente.......

Nel contesto, peraltro, si è ricordato che l’immigrazione musulmana in Argentina, in maggioranza Siriano-libanese, è iniziata nel XIX° secolo, stimando in circa 700.000 il numero dei musulmani argentini, dei quali 160.000 vivono nella capitale federale e le province di Buenos Aires mentre il resto è ripartito fra le province di Cordoba, Mendoza, Tucuman e Santa Fe........

 

***

 

Pensierino:

L’Arabia Saudita finanzia generosamente con i propri petrodollari un po’ di tutto. Purchè sia a chiara finalità religiosa. E fin qui nulla da eccepire. I soldini sono i loro ed è giusto che se li spendano come meglio credono. Se poi nel martoriato Kossovo riescono a costruire più di un centinaio di moschee (ad oggi più che semivuote) privilegiando la presenza coreografica piuttosto che altre strutture primarie è una scelta di strategia del territorio (quanto sia vincente o fallimentare lo dirà il tempo).

Ma che si arrivi ad organizzare un Congresso a Buenos Aires, (teatro nel recente passato di massacri all’ambasciata israeliana e alla locale sinagoga) dove due delle tematiche principi dibattono sulla coabitazione delle religioni (mentre in Arabia Saudita, nello Yemen, Sudan, Mauritania, Somalia, Algeria ecc. qualsiasi culto diverso dal sunnismo lo si esercita a rischio delle proprie penne) e sui diritti umani in Islam (quando in Indonesia si fucilano tre cristiani senza lo straccio di una prova mentre si rimandano a spasso gli esecutori di una strage da oltre 200 morti) mi lascia francamente perplesso.
Ma forse basterebbe fare una telefonata all’onorevole Diliberto. Lui saprebbe trovare sicuramente una spiegazione a questa contraddizione di fondo. Capirebbe subito che la colpa di tutto è comunque l’occidente, magari Israele, gli USA e, finalmente, il papa.

Perché l’importante non è più essere antireligiosi. Ma anticristiani.



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24 novembre 2006
Prodi cerca la Siria (ed i suoi Ulema).

 

Sorge legittimo il dubbio. Un dubbio che persino un presidente ampiamente filo arabo quale il francese Chirac si è fatto venire: come dialogare con la Siria ed anche se fosse, in che termini? Come valutare l’attendibilità di un interlocutore politicamente ed economicamente nelle mani di Teheran? Un interlocutore che assomiglia maledettamente all’Italietta mussoliniana che si agitava come una marionetta al comando della potente Germania nazista?

Gemayel era amico stretto di Chirac, e già questo basta alla Francia per frenare ogni dialogo o quanto meno ponderarlo. E con un incentivo in più: l’Islam libanese sunnita. Che per paradosso della storia rischia fortemente di fare la fine del suo gemello confessionale iracheno. Cristiani e sunniti hanno tutto da temere dagli sciiti di Nasrallah. Tutto. Ed il riavvicinamento progressivo, passando dal druso Jumblat, che oramai trascorre tre quarti del suo tempo a tutelare la propria pelle, da non poco fastidio a Damasco.

E questo lo si nota bene nell’Agenzia di stampa ufficiale della Siria, SANA, di quest’oggi:

 

http://www.sana.org/fra/55/2006/11/24/88532.htm

 

Riunione degli Ulema in Libano: l’assasinio di Gémayel nasconde un complotto sovversivo

 

“La conferenza degli Ulema in Beyruth ha affermato che l’assassinio del ministro dell’industria Pierre Gemayel evidenzia un complotto atto a spingere definitivamente il Libano sotto l’influenza sionista-statunitense.

In un comunicato pubblicato oggi, gli Ulema richiama i responsabili libanesi ad iniziare un’indagine sulle comunicazioni secretate pervenute all’ambasciata statunitense ad Okar, che prevedevano il coinvolgimento di gruppi internazionali nell’esecuzione di questo crimine.

La conferenza ha poi avvertito dell’esistenza di una corrente “di connotazione ben definita” che tenta di annegare il paese, affermando che i partecipanti alla conferenza stessa non se ne resteranno a braccia conserte, ma bensì smaschereranno i mandanti.

La conferenza ha finalmente richiamato tutte le parti alla ragionevolezza, augurandosi che il capo dello Stato assuma la decisione ragionevole di sospendere le riunioni del Consiglio dei Ministri fino a che non si addivenga ad un accordo con l’opposizione.

La riunione degli Ulema ha quindi annunciato che, dalla prossima settimana, avrebbe promosso tutta una serie di iniziative atte a tutelare l’Unità nazionale libanese.”

 

Fin qui il comunicato (il cui spessore lascio valutare liberamente).

 

Resta da capire dove Prodi possa trovare i margini di un dialogo.
Nei luoghi dei  miracoli tutto è possibile, per carità.
Ma non ci vuole poi tanto a capire che un dialogo con gli sciiti irrita non poco tutto l’arco islamico-sunnita, semplicemente terrorizzato dall’ambizione iraniana di diventare non solo paese leader, ma la confessione leader nel frastagliatissimo universo musulmano. I ripetuti contatti “segreti” (è una parola grossa, diciamo non ufficiali) fra Israele ed Arabia Saudita sono a dimostrarlo. Come l’imbarazzato, sofferto, silenzio del Maghreb durante la guerra.

Perché l’Islam sciita fa paura a tutti (Europa compresa), ma nessuno osa dirlo e tutti ritengono il dialogo supino una via obbligata (ed anche qui ci sono concordanze sinistre con la metà dello scorso secolo).

Frattanto, per non saper leggere e scrivere, il ministro dell’interno dimissionario libanese, dotato di un vero senso di responsabilità, ha ritirato le proprie dimissioni pur di mettere il governo Siniora nelle condizioni di non sottostare al ricatto sciita.

Solo Prodi non se n’è ancora accorto (ci sarebbe Diliberto, ma lui pur di far scrivere due righe andrebbe a cena con Pol Pot).

Ed i cristiani hanno già rispolverato le bandiere falangiste. Perché l’ONU avrà dei bellissimi caschi blu, ma chi fa da se fa per tre…




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24 novembre 2006
Una bella figura degli italiani (ogni tanto....)
La foto del giorno con Pierluigi Collina, messa in prima pagina dal quotidiano Marocchino Le Matin du Sahara. Ed un sorriso strappato a chi non se la passa proprio bene...

 
La didascalia dice: la coppia è in posa con la divisa arbitrale che Collina ha indossato per la finale di coppa del mondo 2002 e che sarà messa all'asta per beneficenza a favore delle vittime dello tsunami del 2004.

Le Matin du Sahara (Maroc)



Male - Maldives : 23.11.2006
Un couple posant avec la tenue que portait l'arbitre Pierluigi Collina lors de la coupe du Monde 2002. Elle sera mis en vente aux enchères en faveur des victimes du Tsunami de 2004.




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24 novembre 2006
Molto più di un'indiscrezione...

         La spia russa Litvinenko uccisa con Polonio 210

            L’Express (Suisse) Vendredi 24 novembre 2006

 

Le autorità sanitarie britanniche hanno dichiarato che la spia russa Alexandre Litvinenko è stato con ogni probabilità avvelenato con del Polonio 210, materiale altamente radioattivo.

Il professore Roger Cox, esperto del HPA, specializzato in radiazioni, ha dichiarato che alte quantità di radioattività, probabilmente dovute ad una sostanza chiamata Polonio 210 erano state trovate nelle urine della spia russa deceduta giovedì.

Il dottor Peter Troop, responsabile dell’Agenzia per la prevenzione della salute (HPA) ha aggiunto, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Londra che il tipo di morte di Litvinenko rappresenta un evento senza precedenti nel Regno Unito.

            Alexandre Litvinenko, 43 anni, è morto tre settimane dopo essere stato ricoverato. 

             

Il polonio è un semi-metallo radioattivo ed estremamente raro. È reattivo, grigio-argenteo, si dissolve in acidi diluiti, ma è soltanto leggermente solubile in alcali. E' abbastanza volatile: circa la metà di un suo campione si volatilizza in 3 giorni (a meno che non sia mantenuto in un contenitore sigillato).

Il polonio è un elemento molto raro in natura. Si trova nei minerali del uranio, ma nessun lo estrae in qeusta forma. Il polonio è prodotto in in circa 100 g per anno, bombardando il bismuto con dei neutroni in un reattore nucleare.

Il polonio è studiato in alcuni laboratori di ricerca nucleari dove la sua elevata radioattività come alfa-emettitore richiede speciali tecniche di manipolazione e precauzioni. Il polonio-210 è l'unico componente del fumo della sigaretta che ha prodotto cancro negli animali da laboratorio a seguito di inalazione - i tumori copaioni ad un livello di dose cinque volte più basso in un fumatore pesante.

Questo isotopo del polonio è un emettitore alfa con una emivita di 138,39 giorni.

Un milligrammo di tale metalloide emette lo stesso numero di particelle alfa di 5 grammi di radio.







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11/09/2001