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SOCIETA'
31 dicembre 2006
MILLE AUGURI DI BUON 2007 A TUTTI QUANTI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

UN FELICE 2007 A TUTTI!!!



Denso di confronti sul blog.....




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politica estera
30 dicembre 2006
UNA DELLE POCHISSIME AUTOCRITICHE ARABE. HA TRE MESI, MA E' RARA ED ATTUALE (dedicata a G. Migliore e F. Giordano)

        Le responsabilità di Hezbollah

di Hassan Haydar, traduzione dall’inglese di Alessandro Chimenti

 

Il segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah ha ammesso di aver sbagliato nel non aver previsto la reazione di Israele al rapimento dei due soldati. Ciò riporta alla mente il famoso discorso del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser dopo la disfatta del 1967. Allora Nasser disse di essersi aspettato un attacco israeliano da oriente, quando questo invece fu sferrato da occidente. Nessuno, comunque, dubitò mai del reale patriottismo dell’eloquente oratore e leader della nazione araba. Anche Nasrallah ha combattuto contro Israele e ha sollevato la questione nazionale, ma c’è una profonda differenza tra le intenzioni e i risultati.

C’è soprattutto una differenza sostanziale tra i due casi, nonostante essi abbiano provocato un risultato piuttosto simile: un rovinoso terremoto in Egitto e soprattutto in Libano, e di conseguenza in tutto il mondo arabo.

Tra le due guerre intercorrono quattro decenni; eppure le giustificazioni adottate dai due uomini a proposito della terribile devastazione subita vertono sullo stesso punto: accrescere in modo spropositato l’idea di aver dovuto affrontare una devastante macchina da guerra.

Così queste esperienze dovrebbero indurre a evitare un’aggressione di Israele eccessiva e inumana. Decisioni improvvisate e frettolose erano all’ordine del giorno nella condotta emotiva di Nasser, quando ha affrontato per la prima volta Israele. D’altra parte si può supporre che Hezbollah avesse già maturato una certa esperienza negli anni della lotta contro l’occupazione israeliana nel sud del Libano, e abbia capito la lezione del passato. Ma così non è stato.

Nasser ammise il fallimento e volle assumersi le proprie responsabilità, tanto da decidere di lasciare il potere in Egitto. Accertamento delle responsabilità e commissioni d’indagine erano allora assenti all’interno del mondo politico arabo. Tuttora sono assenti a un livello ufficiale, ma quella richiesta di chiarezza non è lontana dalle mente della gente comune e dai suoi desideri, benché lasciata sola dai politici.

I nostri avversari ricorrono a queste idee dopo ogni fallimento. Questo accadde in Israele dopo la  guerra del 1973, e avviene anche ora. Perché dobbiamo sorvolare sulle nostre responsabilità, specie quando le risposte alle nostre azioni affliggono intere nazioni e interi popoli? Ci sono scrittori che hanno provato a fare un paragone tra i due eventi storici. Ma perché gli scrittori che hanno voluto paragonare Nasrallah a Nasser si sono limitati a incitare l’entusiasmo delle masse, senza spingersi però fino a trarre le necessarie conseguenze?

Tra i libanesi ci sono migliaia di persone che hanno visto i propri bambini uccisi, le proprie case distrutte, i propri beni andare in rovina. Gli sfollati hanno sofferto per il blocco israeliano dei cieli e dei mari, blocco che ha impedito a lungo il ripristino di normali condizioni di vita [il blocco aereo e navale, decretato il 13 luglio, è stato revocato solo il 7 settembre, NdR].

Questa gente non ha forse il diritto di sollevare la questione della responsabilità per quanto è successo? Non ha forse il diritto di pretendere che la leadership di Hezbollah tragga le logiche conclusioni e ammetta i propri errori?

A suo tempo, Nasser ottenne un forte sostegno nel mondo arabo. Le masse lo considerarono il proprio leader, e conquistò la loro simpatia quando riconobbe i propri errori.

Hezbollah è un’organizzazione locale di natura settaria, sebbene sia riuscita a ottenere il sostegno della maggioranza dei libanesi per aver resistito all’occupazione israeliana nel sud del paese.

La linea politica di Hezbollah è stata formulata a Damasco e a Teheran, o al massimo in stretta collaborazione con il volere dei rispettivi governi.

Ma Damasco e Teheran sono due regimi che fanno i loro calcoli, hanno i loro interessi e una propria agenda politica che ha davvero poco a che fare con gli interessi del popolo libanese e del Libano inteso come Stato plurale.

Gli arabi, e specialmente i libanesi, stanno ancora pagando per il fallimento della Guerra dei sei giorni  e per le sue conseguenze. Qualcuno sa dire quanto a lungo pagheranno per la “vittoria” di cui parla Nasrallah?           

(da “Al-Hayat”, 31 agosto 2006)




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SOCIETA'
30 dicembre 2006
IL LUPO PERDE IL PELO, MA NON IL VIZIO. L'ISLAM ALGERINO VOMITA ANCORA SUI CATTOLICI.


        La Tribune (Algeria)

 

30 décembre 2006

http://www.latribune-online.com/

 

265° capo della Chiesa cattolica dal 19 aprile 2005, Papa Benedetto XVI° non ha certo profittato del 2006 per incoraggiare il dialogo fra civiltà.

Peggio, ha deliberatamente evitato di ricevere la comunità musulmana d’Italia all’indomani della propria elezione e scioccato un miliardo di musulmani a Ratisbona il 12 settembre scorso. Nel corso della propria visita alla terra natìa, l’ex cardinale Joseph Ratzinger ha brillato per la propria requisitoria contro l’Islam citando i propositi di un vecchio imperatore bizantino.

Ne i velati pentimenti, pronunciati pochi giorni dopo, ne la visita alla moschea blu di Istambul faranno dimenticare alla comunità musulmana l’arroganza palesata contro di essa.

Chiamato a rispettare tutte le culture e ad operare per il dialogo fra le religioni monoteiste, papa Benedetto XVI° verrà ricordato proprio per l’opposto.

Dopo ventisette anni di pontificato di Giovanni Paolo II, il mondo dovrà sopportare gli ardori di colui che affronterà da solo la decadenza della Chiesa cattolica nel mondo.

 

____

 

Pensierini:

 

1 - Che Benedetto XVI° non sia tipo che la “mandi a dire” era già risaputo. Che abbia indubbie qualità teologiche (nel senso che sia un po’ difficile prenderlo in difetto) lo dimostra la storicità di un Giovanni Paolo II che si adoperò sempre per la sua permanenza al suo fianco.

Detto ciò sul papa la riflessione si estende sia al luogo di provenienza dell’articolo, sia al suo mero contenuto.

Voglio dire che se il rimbrotto fatto a Benedetto XVI° debba essere formulato da una terra, l’Algeria, patria di S. Agostino (per carità, ciò che è giusto è giusto) e di un cristianesimo di cui s’è oramai disperso il profumo, ci può stare. Appare semmai un tantino irritante che le bacchettate sulle mani del papa, quale rimprovero per il suo pessimo contributo al dialogo religioso, vengano inflitte da un quotidiano filo governativo, filo islamista e che, soprattutto, ha largamente condiviso le recenti leggi anticristiane (dicasi LEGGI di Stato, non dei post-it), entrate in vigore lo scorso mese di aprile e che perseguono chiunque si azzardi a fare proselitismo per Gesù Cristo, con pene detentive contemplanti fino a 10 anni di carcere.

 

2 – Circa il discorso di Ratisbona (che poi avvenne a Regensburg) si è chiacchierato con sin troppa perfidia. L’insieme del discorso recitava così: il dialogo si fa in due. Quello fatto sinora è un monologo di buona volontà da parte della Chiesa cattolica. Cosa fa l’Islam per favorire il dialogo? Nulla. Chiede e basta. Non risulta migliorata di un nulla la situazione dei cristiani nell’Islam. Il riferimento a Michele Paleologo [1] era in questo senso. Il dialogo non può avvenire se gli enunciati dell’Islam restano quelli di cinque secoli fa. E forse l’imperatore non aveva tutti i torti, visto com’è finito l’Impero bizantino e quale fine abbiano fatto in quelle lande, prima i cristiani e poi i loro luoghi di culto [2].

 

3 -  Sempre restando al discorso di Regensburg vorrei annotare un altro importante concetto.

E’ senz’altro un atto di arroganza musulmano, non l’inverso, il pretendere che il discorso fatto in Germania fosse diretto all’Islam, o comunque principalmente ai musulmani. Questa percezione, raccolta dalla maggior parte dei media e dei musulmani stessi (europei e non) è un sintomo del “superiority complex” del quale soffre l’Islam da sempre.

Il riferimento a Michele Paleologo non era fine a se stesso, ma va letto soprattutto per cosa rappresentò quest’imperatore nel rapporto fra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa. In prospettiva di un dialogo di riavvicinamento che all’epoca fallì, ma che ora è fermamente cercato da tutti i cristiani minacciati dall’aggressività musulmana [3].

 

4 – E veniamo all’ennesimo atteggiamento di offesa espresso dal quotidiano algerino. La Umma non dimenticherà lo sgarbo di Ratisbona. E vabbè. Allora proviamo a chiedere loro: quale papa sta bene ai musulmani?

Un Giovanni XXIII,  che aprì un Concilio che salvò la Chiesa dalla implosione? Un Paolo VI, dallo spessore teologico simile a quello di Ratzinger, capace di saper chiudere positivamente lo stesso Concilio, malgrado le millanta correnti avverse? Un Giovanni Paolo II, che arrivò a baciare il Corano e a visitare la moschea di Damasco? E che accettò supinamente che, mentre leggeva il suo discorso alla Natività, il muezzin della moschea dirimpetto lo sovrastasse con la sua litania di richiamo alla preghiera?

Cosa cercano i musulmani dal Vaticano?

Un papa e dei fedeli in quiescente dhimmitudine?

E loro? Cosa offrono oltre alle risentite proteste? Saranno mai capaci di entrare in una chiesa cattolica e pregare umilmente senza starnazzare a squarciagola che Allah_u akbar? Arriveranno a baciare la bibbia senza “infartare” prima di averlo fatto?

 

5 - Ma perché parlare di simili sottigliezze? Perché non dire l’ovvietà. Che il dialogo non esiste.

Che esiste solo una progressiva ed ineluttabile rinuncia da parte di una delle due religioni, non solo a livello di fede, ma a livello di cultura. Anche per le nette differenze strutturali.

La Chiesa è organizzata in senso verticistico. L’Islam ha conservato la sua struttura tribale multicefala (ad eccezione degli sciiti che hanno creato un clero fortemente gerarchizzato).

In fondo la Chiesa cattolica è facilmente individuabile nel papa.

L’Islam no. Non prevede che si possa discorrere con uno che rappresenti tutti. Se l’Ulema turco dice una cosa, che importa se quello egiziano o algerino dicono l’opposto?

L’Islam non ha un Magistero che fissi l’interpretazione della scrittura. Il Corano è quello . Punto. Non c’è nulla da interpretare. Né da attualizzare.

Giocando, nemmeno tanto velatamente, su queste dicotomie l’Islam si mette in tasca l’intero resto del mondo. Perché pretende “il tutto” brandeggiando un libro che glielo permette. Per un musulmano ogni rinuncia ad esercitare tale “diritto” è una liberalità sopprimibile non appena si presentino le circostanze per ripristinarlo [4].

Aspettate che in Gran Bretagna ed in Francia i musulmani varchino la soglia del 15% e ne vedremo delle belle. Specie se la concentrazione confessionale in certi dipartimenti francesi (come a Marsiglia) supererà il 50%.

Se ne accorgeranno presto soprattutto quei movimenti ateo-marxisti, verdi e quant’altro, che caldeggiano, ufficialmente nel nome di diritti costituzionali e democratici (ufficiosamente per acquisire futuri voti alla sinistra), l’immissione di una cultura che non è mai scesa a patti con nessuno [5].

Ne riparleremo quando si tratterà di affrontare, anche in Italia,  problematiche come quelle dei gay, delle lesbiche, dei trans in genere (te li danno loro i  bagni in comune, cara/o Luxuria) dell’eutanasia (attiva o passiva che sia), del diritto matrimoniale (con tanti saluti agli articoli sulla parità di diritti e doveri), della poligamia, del riconoscimento delle festività islamiche (mentre fino a ieri Rifondazione godeva nel sopprimere quelle cristiane), ecc. In Olanda, dove hanno già zone come Rotterdam con percentuali islamiche prossime al 40%, se ne sono accorti.

Vita grama per luxurie e platinettes. Altro che bagni unisex….



[1] Michele VIII di Bisanzio, detto Michele Paleologo nacque nel 1225 e morì a Costantinopoli l'11 dicembre del 1282, Imperatore bizantino.

 

[2] Per farci comprendere bene il rispetto che questa “sublime religione” ha del cristianesimo, basterebbe andare a vedere quella sorta di “replica di Bisanzio” operata dai turchi a Cipro. I “rispettosi” musulmani non si sono certo fatti scrupolo di destinare chiese e conventi a stalle e rimesse. E allorquando gli elementi architettonici erano pregiati, non hanno esitato a cambiare la destinazione d’uso. Magari in albergo con piscina al posto del chiostro.

 

[3] Nonostante l'opposizione della sua chiesa, nel 1273 Michele si accordò con il legato papale e riuscì a convincere una parte della chiesa ortodossa ad accettare l'unione. Lo storico atto venne perfezionato durante il Concilio di Lione il 6 luglio 1274 e prevedeva il riconoscimento da parte della chiesa ortodossa del primato romano e della sue fede. Tuttavia il prezzo che Michele dovette pagare fu una grave crisi interna. La popolazione bizantina, per la quale l'ortodossia era la cosa più sacra ed inviolabile, si ribellò all'imperatore. La frattura e la contestazione coinvolse anche la stessa famiglia imperiale. Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_VIII_di_Bisanzio.

 

 

[4] I Paesi confessionalmente islamici praticano la “moderazione” nei confronti delle minoranze cristiane esistenti al loro interno (penso soprattutto all’Egitto) solo quando sono governati da una classe politica che si professa islamica, ma non pratica la legge coranica nella sua integralità; questa classe politica preferisce rinunciare all’appoggio incondizionato delle autorità islamiche e dei gruppi estremisti, piuttosto che rinunciare alla propria libertà di manovra, sia nella politica interna che in quella internazionale. Cfr. http://www.enricomariaradaelli.it/.

 

[5] Le categorie politiche “destra” e “sinistra” in relazione alle società musulmane dovrebbero essere utilizzate con grande cautela, non essendo mai le situazioni perfettamente sovrapponibili a quelle occidentali. Molto interessante sotto questo aspetto: http://www.editriceilponte.org/_files/Karshenas.pdf.

Gli occidentali, nutriti di cultura cristiana, chiamano questa situazione politica “laicità”, senza rendersi conto dell’assurdità di applicare all’Islam – che non può conoscere la distinzione tra “clero” e “laici” – una categoria che ha senso solo nel cristianesimo. Cfr. http://www.enricomariaradaelli.it/.

 

 

 





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POLITICA
30 dicembre 2006
PERCHE' E' GIUSTA L'ESECUZIONE DI SADDAM HUSSEIN

 

Saddam Hussein è dunque morto impiccato.

Con l’immancabile codazzo di opinioni fra coloro che chiedevano la trasformazione della sentenza capitale in un carcere a vita e coloro che invece (nei quali mi riconosco) reclamavano senza indugio l’esecuzione della sentenza.

I primi hanno avuto un’impatto mediatico senz’altro incomparabile. Un semplice motivo: la trappola culturale.

Oramai assumere la difesa della vita di un uomo, anche se trattasi di un macellaio conclamato, è molto trendy.
La stessa Chiesa, dimentica che nel proprio catechismo contempla la pena di morte per chi è pericoloso per la moltitudine, invoca vita per il dittatore (e nega i conforti religiosi a Welby, San Francesco in Paradiso lo chiameranno trottola).

Chi reclama incondizionatamente la vita appartiene alla fascia culturale evoluta, che si contrappone al bieco oscurantismo reazionario di colui che reclama la forca. Non è bello urlare “a morte, a morte!”, non è culturalmente corretto, non è questa LA “cifra” della società democratica.

Ma poi democratica di che? La pena di morte viene applicata metodicamente negli Stati Uniti ed è osservata nella Costituzione francese.

Magari, poi, che Saddam Hussein debba essere impiccato in quanto stragista riconosciuto, degno di Hitler e Stalin, lo pensano nella congrua maggioranza. Ma non lo si dice. Ergo, alla fin fine, ecco emergere i soli peana dei favorevoli all’ergastolo piuttosto che alla morte.

Allora se in Irak tre quarti della popolazione (la parte sciita) esulta significa riconoscere che quella popolazione è oscurantista e reazionaria? Sanguinaria ed inappagata di giustizia?

Se il mondo sunnita palesa un malcelato disagio ed interpreta questa esecuzione come un colpo indiretto al cuore è forse perché è più evoluto di quello sciita?

O non è che siamo piuttosto noi ad essere un po’ fuori dalla storia?

Noi che abbiamo non solo liberato uno dopo l’altro terroristi che hanno seminato lutti e morte (senza peraltro mai dare un minimo segno di pentimento), ma abbiamo sovente fatto seguire alla libertà, il conferimento di un incarico istituzionale.

Siamo il paese dove per un omicidio satanico possiamo cavarcela con dieci anni (più le vacanze premio) e dove, se accoppi madre e fratellino, spunti anche uno sconto.

A signò, pè due omicidi fanno quindici anni. Che faccio, lascio?

E’ chiaro che, avendo totalmente perso la proporzione fra colpa e pena, ci risulta “poco democratico e civile” vedere un sanguinario (che ammazzò in un sol giorno 5.000 curdi con il gas nervino) pendere dalla forca.

Vorrei ribaltare i termini.

Secondo voi, cosa penseranno le famiglie di quelle persone che sono state massacrate dai nostri “umani” terroristi (mai ravveduti), quei parenti che in nome di un satana qualsiasi hanno visto i loro cari fatti a pezzi, e chi più ne ha più ne metta (tanto gli esempi non mancano), nel momento in cui la nostra “illuminata, democratica e culturalmente evoluta” giustizia ha liberato uno dopo l’altro i loro carnefici?



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politica interna
30 dicembre 2006
QUANDO TRA CHI VUOL GOVERNARE INSERISCI LA ZIZZANIA .....

 

Di Pietro ancora infuriato con i Verdi

29 DICEMBRE 2006

 

Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ancora una volta ai ferri corti con il partito dei Verdi, che secondo l'ex Magistrato con le sue battaglie rappresenta a volte un freno per lo sviluppo del Paese.

"C'è qualcuno all'interno della coalizione di governo che dietro ad una parvenza di miglioramento ambientale fa ostracismo per realizzare le opere - ha tuonato questo pomeriggio il ministro delle Infrastrutture - finché ci sarò io è per costruire le opere e non per impedirle. Impedire le infrastrutture significa lavorare contro il Paese, mentre oggi bisogna lavorare per il Paese dotandolo di infrastrutture in linea con gli altri Paesi europei".

 

Tretto da: COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di centomovimenti.com

 

 

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Il partito politico dei Verdi sarebbe stato la quinta essenza dell’aggregato di “utili idioti” (della concorrenza) tanto caro a Togliatti. Qualsiasi paese fornitore di petrolio pagherebbe per averli operativi nei paesi clienti. Con il loro status quo strutturale le forniture di petrolio e gas, a prezzi di strozzinaggio, sono garantite.

Bloccano il paese, negando l’accesso a qualsiasi opera. Sorvoliamo poi sul nucleare!

Meglio l’eolico (anche se occorrerebbe, per dimezzare il petrolio, una superficie operativa come la provincia di Brescia) o il fotovoltaico (anche se, senza scomodare l’inapplicabilità industriale, i costi di istallazione e manutenzione richiederebbero decenni).

Produciamo immondizia a livello di qualsiasi paese occidentale, ma è vietato fare le discariche (e chi le vuole vicino?), vietato fare i termovalorizzatori, vietato tutto. Zitti, zitti, i Verdi sono riusciti a far lievitare anche il mercato della mafia della mondezza. Ci spiegassero un po’ a chi la dobbiamo dare l’immondizia. Se cosa ne dobbiamo fare. Ma senza progetti da guerre stellari.

Contrappongono a progetti fattibili una serie di programmi da beatificazione teorica, che poi non possono trovare applicazione concreta per i più svariati motivi. Dal ritardo tecnologico (spiace, ma per il fotovoltaico occorre aspettare qualche decennio, checchè ne blateri Pecoraro Scanio), alle diseconomie di scala (tra l’altro riesce persino difficile espropriare i terreni per costruire i rigassificatori, a livello locale nessuno vuole nulla che non sia un ospedale), alle inaffidabilità delle soluzioni (come l’eolico, bloccato per la troppa discontinuità in Danimarca, mica in Burundi).

Intanto l’Europa corre. E noi assumiamo un passo mediorientale. Le uniche cose che si riescono a fare (vedere in Toscana e a Genova) sono le moschee. Perché è bene comprendere la cultura dell’altro (anche se quello non rispetta la tua).

Grazie Verdi. Grazie.



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politica interna
29 dicembre 2006
DALLO YEMEN UN ESEMPIO DI UMANITA' PER I RIFUGIATI (MUSULMANI O NON)

Decine di profughi morti

Tragedia al largo dello Yemen. Due navi cariche di profughi somali in fuga dalla guerra tra gli integralisti islamici e le truppe etiopiche si sono rovesciate in mare, provocando la morte di 17 persone. Altri 140 passeggeri risultano dispersi. Lo riferisce l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati.

Secondo le testimonianze rese dai sopravvissuti i battelli inizialmente erano quattro, a bordo avevano 515 persone, per la maggior parte somali ed etiopici salpati da Shimbarale, in Somalia. A causa del panico che si è scatenato a bordo, una barca si è capovolta vicino ad Al-Baida; come dichiarato dalle autorità locali, diverse persone sono rimaste intrappolate e sono annegate. L'altra, inseguita da due motovedette della guardia costiera yemenita e da un elicottero, è stata costretta a fare rotta verso la terraferma, ma a 300 metri dalla riva si è anch'essa capovolta nel mare agitato. Le autorità yemenite hanno affermato ieri di aver catturato 17 trafficanti. Molti dei sopravvissuti hanno detto di essere fuggiti dai combattimenti in Somalia.

http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=58244

 

 

____

 

PENSIERINO:

 

In verità sembrerebbe che la guardia costiera yemenita non abbia usato molti riguardi nell’intercettazione dei natanti.

Stando a quanto scritto su Repubblica (29/12/2006 pag. 13): “in base al racconto dei sopravvissuti, dopo che due delle imbarcazioni hanno scaricato i passeggeri, le forze di sicurezza yemenite hanno sparato contro le barche dei trafficanti che hanno risposto al fuoco. Le altre due imbarcazioni, rimaste in attesa più indietro, al buio hanno tentato di fuggire”.

Propongo al ministro Paolo Ferrero di mandare una nutrita delegazione presso il civilissimo Yemen al fine di imparare le tecniche di approccio ai rifugiati. L’esempio di fratellanza musulmana degli yemeniti è davvero commuovente.

Alle organizzazioni umanitarie europee ed italiane, tanto sollecite ad accogliere chiunque si presenti sul patrio suolo, ad abolire i CPT, a derogare ad ogni possibile norma costituzionale (e non) in nome del rispetto delle varie culture di importazione, suggerisco di dare un’occhiata anche ai confini fra Marocco e Sahara spagnolo, dove quotidianamente avvengono repliche di stampo yemenita a danno di migranti (sempre nell’osservanza della pia fratellanza musulmana, per carità. Li seppelliscono tutti rivolti alla Mecca).

Una mia proposta (che mi sento di girare a tutti i circoli di Soccorso Rosso) è quella di conferire nazionalità italiana raccogliendo un congruo (ma non proibitivo) quantitativo di punti miralanza. Ci sarebbe il pregio di eliminare l’odiosa barriera dei 5 anni e, contemporaneamente, darebbe l’idea ai nuovi italiani di aver vinto “quacchecosa”…..




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SOCIETA'
29 dicembre 2006
BLONDET: PERCHE' L'OCCIDENTE DEVE MORIRE. CONFUTAZIONE A TROPPE BUGIE.

           Al-Jazeera

La penna di grido, Maurizio Blondet, saltabecca da un quotidiano di prima fascia all’altro (Avvenire compreso). Stavolta, il discusso scriba, per Al Jazeera tocca vette inusitate, esprimendo senza possibilità di fraintendimento un passaggio antisemita, un sostanziale disprezzo per i cristiani (e per il cristianesimo come sistema) e assegna all'Occidente l'esclusiva di vizi che appartengano anche al mondo islamico (il quale in compenso ne ha altri che noi abbiamo da tempo pensionato). E confeziona una straordinaria apologia dell’Islam che piacerà tantissimo a soggetti come Mahmoud Ahmadinejad.

 L'articolo:

Effedieffe.com, 26/09/2006

             http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=853&Itemid=

 

 

E’ un vero peccato che Benedetto XVI legga più Manuele Paleologo che le notizie d’attualità come queste, che i suoi servizi interni potrebbero fornirgli: sentirebbe l’alito dell’Anticristo dei nostri tempi, che oggi si riconosce meglio sull’informazione quotidiana.

E potrebbe constatare che questo alito ha un odore «cristiano»: vi si sente l’ipocrisia dei devoti protestanti USA, quella dei devoti lettori della Bibbia che vendettero coperte infettate di vaiolo ai pellerossa.

E’ uno stato della coscienza che è quasi impossibile tradurre - self-righteousness, «il sentirsi dalla parte della ragione» - che oggi continua ancor più velenoso nei seguaci dei telepredicatori, nei milioni di «cristiani rinati» che seguono Bush gioiosi nell’Armageddon.

A loro, a questi estremi occidentali che parlano di «Jesus» e agitano la Torah, il Papa potrebbe applicare la parte migliore della sua lezione di Regensburg,e che ha in qualche modo diretto ai musulmani: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio».

E’ a loro, ai cristiani rinati, che va diretto il rimprovero.

A questi occidentali che lanciano campagne anti-fumo nel Paese che hanno condannato alla morte radioattiva, che allestiscono la Borsa sulla loro rovine.

E questo Occidente idiota è inemendabile. Un generale americano di cui non ricordo il nome, quando gli Usa entrarono in Vietnam, rifiutò il consiglio di studiare le strategie militari dei francesi in Indocina: adducendo che i francesi avendo perso, non avevano niente da insegnare agli americani.

Il risultato è agli atti della storia.

 

Questo Occidente irrazionale, stupido e malvagio merita di morire.

Lo dico a quei lettori che ancora e ancora - offensivamente, infine - mi tacciano di filo-islamismo. Ripercorro alcune delle loro offensive obiezioni.

C’è un piano dell’Islam per convertirci in massa, noi occidentali, e «con la spada».
Non può esserci un «piano», perché non c’è una guida unitaria dell’Islam che lo abbia concepito, anzi non c’è «un» Islam ma tanti, nazionali, in lotta tra loro.

Ma se anche fosse - e certo gli immigrati quando saranno molti e troppi proveranno, loro credenti, a convertire alla loro fede noi kafir - «da che cosa» ci convertiranno?

Non «dal» cristianesimo, non dalla vera fede.

Pretenderanno di convertirci dalle discoteche dove i nostri ragazzi bevono in una sera 300 euro di vodka e le nostre figlie sedicenni «fanno gare di sesso orale» nei cessi (come ha rivelato un’inchiesta de La Padania, giustamente titolata «I nostri figli sono dei mostri»), senza contare le «paste» (pasticche di ecstasys) consumate, e l’Lsd. 

Uno dei «nostri ragazzi» spiega come avviene: una ragazza sconosciuta, nel buio, ti bacia in bocca e ti mette in bocca una «pasta»; la sera dopo la cerchi, e lei non ti bacia più, ti porta dal suo ragazzo spacciatore.

Da questo ci convertiranno gli islamici?

Perderemo queste vette della nostra civiltà?

Ci vieteranno «L’isola dei famosi», la pubblicità sporca e ignobile, la strumentalizzazione sessuale delle donne?

No, per Gesù, dobbiamo lottare: andiamo a morire per la globalizzazione, il Fondo Monetario, il livello dei consumi edonistici da quattro soldi!

E il telefonino, non dimentichiamo!

 

Ma sento l’altra domanda offensiva di quei miei lettori: Blondet non ammette che l’Islam sia una religione falsa.

Blondet non è cristiano.

Provo, offeso, a rispondere ancora una volta.

Falsa è una religione che chiude i canali della grazia: in questo senso, è radicalmente falso il protestantesimo, il luterano «Sola Scriptura» e «sola fide», fede (self-righteous) senza le opere: pecca fortiter sed crede fortius, come predicava Lutero.

Ancor più falsa la sua ultima incarnazione, il protestantesimo americanista demente e feroce.
Queste sì chiudono i canali di grazia, perdono l’uomo e la sua anima.

E questa religione falsa e omicida, satanica, è «nostra», è «occidentale», si proclama perfino cristiana.

E ne abbiamo anche un’altra, di falsa: la religione pubblica della Shoah, a cui anche il Papa ha bruciato il grano d’incenso.

 

Quanto all’Islam, non riconosce la divinità di Cristo, né la sua resurrezione.
Come non la riconosce né conosce il buddhismo.

Esiterei a concluderne che per questo chiudano i canali della grazia, vista la testimonianza millenaria di asceti e santi uomini - la cui assenza brilla invece nelle pseudoreligioni luterane, che produce solo ipocriti e Rockefeller.

Sarebbe come dire che Gesù, il Salvatore, inganna e condanna persone che onestamente obbediscono alla fede che hanno conosciuto dai genitori - persone che digiunano, che fanno l’elemosina, che vivono la rinuncia e la generosità.

Ne ho conosciuti.

Non posso credere che la Misericordia li abbia tratti in una trappola eterna.

L’Islam, del resto, non considera la fede cristiana né quella ebraica false: le considera incomplete e corrotte, fedele alla comune radice di Abramo.

Per questo ebrei e cristiani hanno potuto vivere nelle società islamiche per secoli, indisturbati, prima della presente polarizzazione di cui noi occidentali siamo responsabili.

Stranamente, l’Islam è in questo meno «integralista» di molti miei lettori cattolici: cattolici schematici, che estraggono una precettistica di pronto intervento anzichè la ragione consigliata da Papa Benedetto a Regensburg.

A mio parere, questi cattolici con lo schema in testa sorvolano su (ha detto il Papa) «quel Dio che si è mostrato come logos, e come logos ha agito ed agisce pieno di amore in nostro favore».

In quanto credenti nel Dio-logos, siamo obbligati a «pensare», e a pensare anche l’Islam - ora che lo abbiamo a contatto - in modo non schematico.

Come lo ha pensato Dio.

 

Perché Dio l’ha pensato.

E’ nella Scrittura, nell’episodio in cui Abramo scaccia nel deserto Ismaele, suo figlio legittimo e primogenito, con la sua madre, Agar la schiava.

Un angelo appare ai due, che stanno morendo di sete, e promette a nome di Dio: «Anche di te farò un grande popolo, perché anche tu sei seme di Abramo».

Molti secoli dovevano passare, ma la promessa è stata mantenuta: Maometto e il suo Corano hanno fatto dei discendenti di Ismaele, gli arabi, un grande popolo.

«Tu sarai come onagro nella steppa, le mani tue contro tutti i tuoi fratelli, le mani dei fratelli contro di te».

Destino di guerra perpetua, ostinata, un popolo di testa dura ed ossa forti come l’onagro, l’asino selvatico, che morde.

«A voi è prescritta la guerra, sia che vi piaccia, sia che vi dispiaccia», ripetè Maometto.
Ecco, l’hai detto: la guerra santa è il nucleo dell’Islam, l’Islam ci aggredisce…
Ma questo è cedere alla propaganda, alla «guerra di percezione», che hanno scatenato contro di noi i malvagi occidentali: la propaganda di cui siamo vittime in parte volontarie, perché non ci chiude così totalmente da impedirci di vedere la realtà.

E la realtà è che l’Islam è aggredito.

In questo momento storico, è la sola religione che sia sotto attacco bellico «in quanto religione», da parte delle sataniche armi americane.

Due nazioni sono sotto occupazione militare, una terza - il Libano - è distrutta, altre due - Siria e Iran - sono minacciati ogni giorno, dalla Casa Bianca e da Israele, di bombardamento atomico.

«Ma l’Indonesia ha condannato a morte tre cattolici, nonostante l’appello del Papa».

 

Vogliamo provare, con la ragione, a metterci per un attimo nei loro panni?

Facciamo un esperimento mentale, come il logos consente: poniamo che un regno cristiano condanni tre musulmani per aver partecipato a disordini e omicidi inter-religiosi; e immaginiamo che il Gran Muftì, o l’ayatollah Kathami, ne chieda, ne esiga l’assoluzione non in quanto «innocenti» (non lo sono) ma in quanto «musulmani».

Non protesteremmo?

Non diremmo che questi musulmani integralisti si impicciano degli affari nostri?

Che pretendono di essere esentati dalle nostre leggi?

Gli esercizi mentali potrebbero continuare.

Non so se fino al punto di pensare dell’Islam quel che ogni islamico - se non è in malafede - è tenuto a pensare di noi cristiani: non idolatri, ma popolo del Libro, aderente a una fede forse imperfetta, solo parzialmente vera, ma non falsa.

Forse è troppo, lo so, ma sarebbe un passo avanti.

La storia di Agar e Ismaele però sembra suggerirmi che Dio ha voluto l’Islam, che gli abbia dato una missione.

Che ci sia in questa faccenda di sangue un compito misterioso - tre religioni, ciascuna delle quali ha al centro una pietra sacramentale (la nostra è di carne); ciascuna discendente da Abramo e dalla rivelazione che ricevette - e storicamente nemiche.

C’è qui una volontà di Dio, misteriosa, da comprendere?

Non so.

Ma forse, troppo facilmente pensiamo che Cristo sia cristiano.

 

Solo il sospetto che i musulmani stiano soffrendo oggi per un compito affidato loro da Dio, che versino il sangue per impedire che la prima «roccia» - la roccia di Abramo, protetta dalla Moschea d’Oro in Gerusalemme - venga profanata dal rinnovato rito ebraico dell’agnello (l’ultimo Agnello è stato sacrificato, per noi) dovrebbe almeno farci esitare nei giudizi di condanna.

Ma anche se rifiutiamo l’idea che i musulmani abbiano un compito - spina e mistero nella storia - non ci basta, come cattolici, che i loro bambini siano ammazzati?

Bruciati col fosforo, senza alcuna pietà, in quanto credenti alla loro fede, da un potere invincibilmente superiore in armi, insensato e stupido e senza scrupoli?

Non ci pare un segnale abbastanza evidente?

Negare loro solidarietà e aiuto, siamo sicuri che sia ciò che Cristo ci ha imposto?


Maurizio Blondet

 

____

 

Provo a rispondere punto per punto. Ma le panzane sono talmente tante che temo di non riuscire a stare dietro a tutte.

 

Benedetto XVI, se non erro, è cattolico. Il governo degli USA è un coacervo a (netta) maggioranza protestante legata alle varie branche luterane, calviniste, avventiste e chi più ne ha più ne metta [1]. Una relazione di questo tipo equivarrebbe a porre fianco a fianco la teologia sciita con quella sunnita. I musulmani hanno sicuramente un comun denominatore (l’odio per i cristiani e gli ebrei) ma per il resto tanti saluti.

Non mi risulta poi che il Vaticano abbia approvato mai l’intervento in Irak, ne tanto meno sobillato alla guerra santa. Mi risulta invece che lo abbiano fatto alcuni gerarchi della teocrazia iraniana. E che nelle moschee in Europa non si predichi tanto la fratellanza quanto la pazienza, in attesa che giungano i tempi predetti dal Profeta. Che cosa abbiano in serbo per noi pessimi cristiani e perfidi giudii lo possiamo solo immaginare. Basta guardare in Libano.

 

Sull’idiozia dell’Occidente siamo al bieco populismo.

L’Occidente ha sicuramente compiuto errori madornali. Come, mi pare, siano stati allegramente replicati da una nutrita compagnia. Dall’ex URSS (Afghanistan), all’attuale Russia (Cecenia), il Pakistan e l’India (Punjab), la laica Turchia (Cipro) ed una innumerevole compagnia a codazzo.

Fare apparire il mondo islamico come una landa di martoriati santi è l’ultima favola della quale necessitiamo. Non mi pare che i prediletti del signor Blondet usino la mano leggera contro i correligionari del Darfur e del Sahara Spagnolo, passando per i Curdi (che hanno la sfortuna di accampare i loro diritti non contro Israele, ma contro altri paesi musulmani). Sorvoliamo pietosamente sulle attenzioni che vengono poi riservate a chi, pur vivendo nello stesso paese dei fedeli musulmani, non fa parte della Umma (cui suppongo al signor Blondet sia stata conferita la cittadinanza “ummatica” onoraria, ma se facesse un giretto in Pakistan ed Indonesia, come cristiano, gli gioverebbe assai).

 

Quanto a programmi televisivi il signor Blondet può dormire tranquillo. Anche nel santo Maghreb e nel pio Mashrek si stanno facendo passi da gigante, con palinsesti copiati di sana pianta persino da mamma Rai. Perché il pessimo gusto (ed i quattrini che si porta dietro) non hanno un Dio specifico [2].

 

Dovendo poi parlare di droga e prestazioni orali (ma pure scritte) della gioventù padana, invito ad uno sguardo su quanto combina presso di noi quella araba, turca o pachistana. Dall’uso smodato (e poco islamico) di alcool financo al sesso. Se in occidente non si vedono ragazze musulmane in giro è semplicemente perché, come lui sa benissimo, le hanno già messe al guinzaglio (è un accessorio dato in omaggio dai dotti imam assieme al velo).  Inviterei il succitato prode paladino dell’Islam a dare una seppur distratta lettura a quel poco che i giornali maghrebini sono autorizzati a pubblicare. Si renderà conto che i suoi cari, ammirevoli e devoti musulmani, oltre che essere diventati abilissimi nel smerciare con successo la merda, oppiacea o sintetica che sia, hanno imparato a farne essi stessi un consumo crescente [3].

Confezionare droga per venderla all’Occidente « satanico » non credo sarebbe stato di gradimento nemmeno al profeta Gesù.

E comunque sia, se il consumo della droga è sicuramente un primato occidentale, questi pare però celermente avviato ad essere in buona compagnia [4]. E non per un predisposto piano del Vaticano o del generale dei gesuiti.

 

Dire che ci sono parecchi Islam e non uno solo, seppur vero, è una semplificazione cretina, troppo perché non sia espressa in malafede. Evidentemente non basta scrivere su l’Avvenire per riscuotere una patente di correttezza professionale.

Sicuramente sussistono molte correnti di fede musulmana, che travalicano la mera, conosciutissima, bipartizione di sciiti e sunniti. Oltre un centinaio di sette e sottosette in perenne bisticcio (quando non guerra) fra loro [5]. Ma tutte con un comune denominatore: cristiani ed ebrei devono essere sottomessi, così come tutti gli “altri”. Nella stessa cifra rientra la diffusione dell’Islam con la violenza e la costrizione alla sua adesione. Morte per i reietti che abbracciano Cristo o abbandonano la retta via. Anche questo fa parte della galassia islamica, anzi, se ne caratterizza come denominatore comune, il punto di incontro fra le varie correnti per il resto rivali. Non mi pare poco.

 

 

Il fatto che la “religione perfetta dell’Islam” consenta e suggerisca di colpire il corrotto cristiano o giudeo, comunque esso sia che sia, oppure dire bugie purchè a beneficio ultimo dell’Islam (il ricorso alla Taqiyya [6], formula che ricorda tanto il “ad major gloria dei” dei vituperati gesuiti), mantenere in vigore (sissignore) schiavitù [7] e dhimmitudine, sono evidentemente argomenti non ricompresi nella cifra che il signor Blondet ha intascato per l’articolo pubblicato.

Tuttavia, mi preme ricordare che, al di la dei salotti buoni frequentati dal dotto letterato al soldo di Avvenire e, ora, di Al Jazeera, gli sarebbe utile leggere un promemoria sui libri di testo impartiti ai ragazzi delle scuole dell’arco islamico sunnita (eccezion fatta per Marocco e Tunisia). Libri di testo che, ci tengo a sottolinearlo, fanno parte del corredo anche delle scuole private islamiche in Italia, come la “Scuola Saudita Re Abdulaziz”, inaugurata a Roma, 23 settembre del 2002.

Libri che, dal primo all’ultimo anno non parlano di religioni del Libro, ma riferiscono chiaramente un messaggio di falsità dell’ebraismo e del cristianesimo [8]. E poco importa che sia una corrente wahabita, visto che non è più minoritaria e, anzi, è la spina dorsale dei Fratelli Musulmani, la massima finanziatrice dell’80% delle moschee in Italia (e nel mondo) e, ora, largamente rappresentata sia con l’UCOII che nei Giovani Musulmani d’Italia. La corrente religiosa che innerva l’Islam contemporaneo ed il cui epicentro, Ryad, ha giusto ieri l’altro rifiutato alla Human Right Watch di visitare le sue “umane prigioni” [9].

 

Quanto alla questione dei tre cristiani fucilati e, se mi permettete, seviziati, privati dei sacramenti religiosi ed oltraggiati anche dopo morti [10], mi preme sottolineare maggiormente la viltà espositiva del signor Blondet.

Egli si ammanta della legittimità propria del diritto internazionale proprio difendendo un paese che, in quanto musulmano, critica maggiormente il proprio impianto giuridico di stampo olandese davanti alla tentazione di ricorrere, come altri “evoluti” Stati islamici, ad una strutturazione giuridica che preveda al centro la Sharia.

Nel dettaglio della vicenda in nota a margine (la n. 4) Blondet scrive in proposito: Il problema dell’Indonesia non è l’Islam. E’ il problema di un arcipelago di 18 mila isole, abitate da 210 milioni di uomini di centinaia di etnie, religioni e razze diverse, che parlano 300 lingue e che non sono una nazione; tenute insieme con la forza da una casta militare senza scrupoli, che utilizza gli odii razziali e religiosi per mantenere il potere di Giakarta. Così, almeno, dovrebbe riflettere un cattolico se ascoltasse il Papa e usasse la ragione, anziché i clichè della propaganda chiamata giornalismo”. Detto il meno volgarmente possibile si tratta di una cagata pazzesca. Quello stesso regime, che si vanta dell’islamismo moderato, di una costituzione retaggio della civiltà olandese che riconosce solo 5 fedi (tra le quali il cristianesimo, tutto il resto è mondezza), che ha ospitato recentemente la conferenza islamica mondiale, che libera due fiancheggiatori dell’attentato di Bali (200 morti e fischia) per festeggiare degnamente il Ramadan, ha mandato ammazzati tre cristiani dopo un processo farsa che meriterebbe vivere sulla sua pelle proprio il signor Blondet  [11].

 

Circa poi la sofferenza dei musulmani non posso non concordare. Purchè il signor Blondet cessi di addossarne la colpa esclusiva all’Occidente. Perché la sofferenza di fedeli islamici è spessissimo generata da loro confratelli, evidentemente di memoria piuttosto corta circa gli insegnamenti del dotto Profeta. Per non andare troppo lontano gradirei ricordare (di nuovo) la sorte dei Saharawi (vivi ringraziamenti ai “fratellastri” marocchini ed algerini), ai curdi (un saluto all’europeista Erdogan), al Darfur ed al Ciad (un saluto ai moderati musulmani di Karthoum) [12].



[1] Karen Hughes, addetta alle relazioni con l’Islam, è presbiteriana metodista, così come pastore metodista è Andrew Card (ex capo dello staff della Casa Bianca). Il capo del personale della White House è Kay Cloles James (evangelica) mentre le mitica Condoleeza Rice è presbiteriana.

 

[2] Tutto l’arco islamico del mediterraneo fa i conti con la modernità. Occidente o non Occidente. In Egitto recentemente è esploso lo scandalo delle mazzette pagate da molti personaggi desiderosi di apparire nei talk-show arabi.

Ce n’è per tutti. Dalla corruzione perpetrata pur di apparire in una trasmissione di grido (nella fattispecie Sabah al-kheir ya Masr (Buongiorno Egitto), alla sospensione della direttrice della televisione satellitare “Nilo per la famiglia ed i bambini”, Nagwa Ibrahim, sempre per aver indebitamente lucrato per lo stesso vizietto. (cfr. http://hebdo.ahram.org.eg/arab/ahram/2002/7/31/egyp1.htm).

Per non parlare della guerra per i diritti pubblicitari. Milioni di dollari che, allorquando la direzione della TV egiziana ha deciso di imporre l’eliminazione delle interruzioni pubblicitarie durante il Ramadan, hanno avuto il loro peso. I vari canali (satellitari e non) hanno allora minacciato di non mettere in onda i serial e la successiva sollevazione popolare ha fatto rientrare il suggerimento.

Eppoi i contenuti. Non dimentichiamo che, proprio durante il Ramadan, è stato mandato in onda da non meno di 6 canali televisivi egiziani un serial, Awdet Raya wa Sékina (il ritorno di Raya e Sékina), i cui protagonisti appaiono quanto meno “calorosi”. Così tanto che molti attrici si erano rifiutate di recitare la parte, per magna piitudine.

Ma, evidentemente, anche nel sommo Islam si raccapezza qualche pecora nera disposta a recitare. Dipende dal grano (cfr. http://hebdo.ahram.org.eg/arab/ahram/2005/10/5/arts2.htm).

 

[3] In Algeria nel 2005 sono stati catturati 2.549 trafficanti di droga, dei quali solo 85 stranieri o con doppia nazionalità e 4.961 tossicodipendenti. Il consumo degli psicofarmaci è notevolmente aumentato (452 arresti) mentre i contenziosi per il trasporto di droga su territorio europeo ammontano a 7.861 per la cannabis, 999 per gli psicofarmaci, 2.097 per eroina e similari.

El Moudjahid, 11/12/2006

Sempre nel 2005 e sempre in Algeria il consumo degli stupefacenti è aumentato del 5%. Tra i 12.996 consumatori arrestati, 5.095 hanno un’età fra i 18 ed i 35 anni (una distinzione che dice tutto e niente, visto l’ampiezza della forbice). Volendo sintetizzare possiamo dire che, per stessa ammissione algerina, il 17% dei giovani tra i 15 e 16 anni, consuma cannabis.Il 14%, della stessa fascia di età, fa utilizzo di psicofarmaci, mentre l’alcool vede protagonisti molto più i maschi (14%) rispetto alle femmine (3%).  Non siamo molto lontani dalle nostre “percentuali sataniche”.

La Nation, 13/11/2006

 

[4] L'Afghanistan, primo paese fornitore di droga a livello mondiale, produce l'87% dell'oppio in circolazione, rendendo il paese il primo fornitore di droga. Ma mentre una famiglia di coltivatori d’oppio ricava annualmente un introito lordo di soli 1.800 dollari, per un totale di 560 milioni di dollari a livello nazionale, ai trafficanti quest'anno vanno più di 2,14 miliardi di dollari.

A ciò si aggiunge che i trafficanti distribuiscono droga gratuitamente nei villaggi. Si stima che il 3,8% degli afgani - quasi un milione di persone - faccia abuso di droga.  Più dell'1% assume oppio ed eroina, mentre ai bambini vengono somministrati derivati dell'oppio per alleviare il dolore e la fame.

Cfr. http://www.onuitalia.it/afghan_cannabis.php

 

[5] Le sette e divisioni nell'islam sono molte (più di 110), sia nelle differenze teologiche che nelle loro tradizioni. Il 70% dell’Islam è popolare, cioè è un modo di vivere orientato verso la fede animista, divinazione, magia, amuleti, malocchi, adorazione di santi, pratiche per la fertilità, ecc. I musulmani Sunniti ci vogliono far credere che sono contrari a queste cose, ma rimane lo stesso la loro pratica più diffusa nel mondo, specialmente fra le loro stesse donne. La setta Isma’ili, per importanza dopo i Sunniti e Sciiti, pratica la preghiera 3 volte al giorno (non 5) e fumare è strettamente vietato (del tutto impensabile per i Sunniti e Sciiti).

Maometto per alcune sette islamiche non è nemmeno l’ultimo profeta: gli Ahmadia, per esempio, sono musulmani che da due secoli hanno stabilito il loro ultimo profeta pachistano, Mirza Ghulam Ahmad, che ritengono superiore a Maometto. Sono perseguitati a morte dai Sunniti. Ancora da 1400 anni, i musulmani Sunniti e Sciiti, nemici fra loro, si contendono la discendenza diretta di Maometto a prezzo del sangue (guerra Irak - Iran)...

 

[6] Nell'Hadith (detto del Profeta) volume 5, libro 59, numero 369, troviamo un episodio significativo, sul quale l'Islam sunnita maggioritario fonda il concetto di Taqiyya o dissimulazione.

Il Profeta aveva un nemico e un discepolo gli chiede il permesso di mentire per crearsi un'occasione di ucciderlo. Il Profeta gli accorda tale permesso.

Ecco il passo:

L'Apostolo di Allah disse: "Chi vuole uccidere Ka'b bin Al-Ashraf che fatto del male ad Allah e al suo Apostolo?"
Lì si alzo Muhammad bin Maslama dicendo: "O Apostolo di Allah, vuoi che lo uccida?". Il Profeta rispose: "Sì". Muhammad bin Maslama disse: "Allora permettimi di dire una cosa (falsa)". Il Profeta disse: "Dilla pure".

 

[7] Allah ha favorito alcuni di voi al di sopra di altri nelle risorse materiali. Coloro che sono stati favoriti le divideranno forse con i loro servi sì da renderli [a loro] uguali? Negherebbero a tal punto la benevolenza di Allah?   Sura XVI – 71

 

 

[8] Nel testo “Monoteismo e teologia” per la prima elementare degli istituti sauditi all’estero, ottava lezione, è scritto, a pagina 29, che «tutte le religioni diverse dall’Islam sono fasulle». C’è l’inferno per chi non le abbandona. Ali Al-Ahmed, direttore a Washington dell’Institute of Gulf Affairs, non concorda: «L’Islam non dice che cristianesimo ed ebraismo siano religioni false. Ha considerazione per “il Popolo del Libro”, la Bibbia, e per chi crede in Dio. Ma io sono musulmano e devo credere nel mio Dio e nel Corano».

L’Institute of Gulf Affairs è una “onlus” che si finanzia grazie a donatori e a lavori di ricerca e il suo direttore ha tradotto dall’arabo all’inglese i libri di testo relativi all’anno scolastico 2005-2006 delle varie scuole saudite, che sono gli stessi in tutto il mondo. «Che cristianesimo ed ebraismo siano false religioni insiste Ali Al-Ahmed è una chiara forzatura saudita-wahabita» L’Arabia Saudita, come è noto, si ritiene custode del messaggio islamico delle origini. I wahabiti sono un movimento fondato a metà del 1700 da Mohammad Ibn Abd al-Wahab, che si proponeva di riportare l’Islam all’antica purezza, condannando in particolare il culto delle tombe, l’intercessione di personaggi ritenuti santi e l’iconografia in genere.

E’ al primo semestre della quinta elementare che viene negata la possibilità di stringere un’amicizia fra musulmani e non. Di più: chi non è musulmano va proprio tenuto alla larga. «Non si deve frequentare chi non crede in Dio e nel suo Profeta», si legge infatti a pagina 33 di un testo dalla copertina marrone, intitolato “L’unicità e la parola - Teologia e arte del canto”. Il divieto non risparmia nemmeno i parenti più stretti: «Un altro musulmano, anche se vive lontano, è tuo fratello. Tuo fratello, se non crede in Dio, è tuo nemico». Dopo tali premesse viene consigliato al docente di porre la seguente domanda all’alunno: «E’ possibile amare gli ebrei e i cattolici? E perché?». La risposta, evidentemente, è no. In fondo alla pagina, a caratteri più piccoli, si raccomanda sull’Islam la lettura dello sceicco integralista Mohammad Bensadi El Kathani: «Che Dio lo protegga».

Il prezzo della vita umana, calcolato in cammelli, con la sottovalutazione delle donne e dei non musulmani, viene insegnato ai ragazzi più grandi, quelli del decimo livello, in pratica il primo dei tre anni di superiori, nel libro di Giurisprudenza. Il tariffario dovrebbe scattare in caso di omicidio, quando la famiglia della vittima perdona, in cambio però di un risarcimento. Lo stesso testo, alla pagina 47, precisa le punizioni previste per i ladri dalla Sharia, la legge islamica. Dopo il taglio della mano destra, che va recisa all’altezza della giuntura col polso, «occorre suturare per bene la ferita, in modo da prevenire la morte per emorragia». E se il ladro torna a commettere il suo crimine? «Allora spiega il libro bisognerà tagliare il suo piede sinistro dalla caviglia in giù». Ma attenzione: «Occorre risparmiare il calcagno, per consentirgli di camminare».

 

[9] Peace Reporter 20-12-2006 12:28: L'organizzazione non governativa Human Rights Watch ha denunciato ieri che il governo saudita le ha impedito d'ispezionare le condizioni dei detenuti nelle carceri del regno. In particolare, l'ong voleva verificare che venissero garantiti i diritti a una difesa alle centinaia di detenuti stranieri rinchiusi nelle carceri di Buraida, Dammam, Jeddah, Najran e Riyadh, i quali spesso non possono permettersi un avvocato.

 

[10] I legali del gruppo Padma, che ha curato gli interessi dei tre, denunciano invece la presenza sui cadaveri di ferite non riconducibili alla fucilazione stessa: Tibo avrebbe due costole rotte, mentre da Silva è stato trafitto al cuore da un oggetto non ben precisato. Tutti e tre, inoltre, hanno i segni di 5 spari nel petto, invece che uno solo. Le famiglie hanno chiesto al procuratore generale e alla polizia di ripetere le autopsie. Per questo sarà necessario riesumare le salme di Tibo e Riwu, sepolti rispettivamente a Beteleme e Morowali, Sulawesi centrali, e per la seconda volta la salma di da Silva, che riposa sull'isola di Flores.

Quest'ultimo, sepolto dalla autorità nei pressi di Palu, ha fatto ritorno a casa solo lo scorso 24 settembre, dopo le forti richieste della famiglia perché le venisse consegnato il corpo. Nella loro richiesta i familiari dei tre sono appoggiati dalla Commissione Onu per i diritti umani, dalla Corte suprema internazionale e dall'Unione europea.

Secondo i referti dei medici cristiani, che hanno esaminato le salme, sul lato sinistro del petto di tutti e tre sono presenti 5 spari; Tibo, inoltre, ha due costole rotte e cicatrici sul viso, mentre il cuore di Riwu è stato trafitto da qualcosa di simile a un pugnale.  

Il fatto che il procuratore di Palu abbia voluto dare sepoltura a Tibo e compagni in tutta fretta, senza concedere nemmeno funerali religiosi, dà maggior credito alle ipotesi che la fucilazione non sia avvenuta secondo procedure del tutto legali. "Non ci saremo mai aspettati una cosa simile – ha detto uno degli avvocati del Padma, Stephen Roy Rening – ora bisogna fare chiarezza: potremo essere di fronte a violazioni non solo della legge nazionale, che regola le fucilazioni, ma anche della legge internazionale".

 

[11] Il 17 agosto 2005 era stato liberato, dopo appena due anni di carcere, Abu Bakar Bashir, secondo le indagini uno degli organizzatori dell’attacco. Altri 17 condannati avevano avuto riduzioni di pena significative. Un’erosione destinata a vanificare le condanne da uno a 16 anni inflitte ai complici nella vicenda. 33 in tutto, in gran parte attivisti della Jemaah Islamiyah, emanazione regionale di Al Qaeda. L’indulto, infatti, non è stato il primo e non sarà l’ultimo: è tradizione dell’Indonesia onorare le ricorrenze nazionali aprendo le galere. Così, dopo il 17 agosto, festa nazionale dell’indipendenza indonesiana, è arrivata la fine del Ramadan. Ha portato in regalo sconti di pena a 50 mila carcerati e la libertà immediata ad altri 2.402. Tra loro Mujarod bin Salim e Sirojul Munir, condannati a 5 anni per aver nascosto due delle menti degli attacchi kamikaze. «Sono felice di poter tornare a passare del tempo con la mia famiglia», ha commentato Munir, suscitando la comprensibile rabbia di quelli la cui famiglia non è mai tornata dalle vacanze a Bali. Lo stesso sito URAR (Unione Atei), mai tenero con i credenti in genere, soprattutto se cristiani, ha riconosciuto che sono state fatte omissioni e rifiutate testimonianze. Evidentemente il signor Blondet ha in mente che i processi iniqui siano solo di pertinenza della Santa Inquisizione o dell’Occidente in genere.

 

[12] Ma visto che ci siamo gradirei sollevare un piccolo lembo del velo che ricopre le malefatte dei dotti e sapienti musulmani su chi, pur essendo della stessa nazione, non fa parte della Umma, e quindi dei vantaggi sociali, semplicemente perché non crede ad Allah, ma ad un altro Dio. Salutiamo dunque le leggi contro le altre fedi partorite in Algeria (sotto casa, non al polo) nel marzo scorso, pensiamo ai copti egiziani che, in quanto cristiani, non hanno diritto a carriera pubblica, pensiamo ai cristiani in Pakistan, tra i quali dovrebbe andare a trascorrere qualche giorno il nostro caro Blondet prima di scrivere bestialità populiste su un sito islamico che fa della islamizzazione del mondo uno dei propri enunciati.




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diritti
28 dicembre 2006
ADEL SMITH: UNA MITE CONDANNA PER I SUOI INSULTI ALLA CHIESA
        

Adel Smith è stato riconosciuto oggi colpevole di vilipendio della religione cattolica e condannato a seimila euro di multa dal Tribunale di Verona. Il presidente dell'Unione musulmani d'Italia, finito sotto processo per avere definito la Chiesa "un'associazione a delinquere", durante la trasmissione "Rosso e Nero" sull'emittente Telenuovo, l'8 novembre 2002, dovrà pagare. Una condanna più lieve rispetto alla richiesta del P.M. Carlo Villani che aveva chiesto la condanna a 15mila euro di multa per il fondatore dell'Unione Musulmani d'Italia.

            Smith è stato riconosciuto colpevole in base al comma 2 della legge 403 che riguarda il vilipendio mediante i ministri del culto. Il giudice ha ritenuto penalmente rilevante l'offesa nei confronti della gerarchia ecclesiastica, mentre ha assolto Adel Smith dall'accusa di vilipendio di coloro che professano la religione cattolica, previsto dal comma 1 della stessa legge.

            Il legale di Smith, l'avvocato Matteo Nicoli, ha chiesto invece la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Verona per ravvisare se esistano gli estremi di vilipendio della religione islamica, per le parole dette contro Smith durante la stessa trasmissione nella quale erano ospiti, tra gli altri, il portavoce dei Tradizionalisti Cattolici Maurizio Ruggiero, l'ex parlamentare della Lega Nord Enzo Flego e Luciano Lincetto, esponente dell'Udc, ora passato alla Democrazia Cristiana.

da “LA REPUBBLICA” del 19 dicembre 2006

 

 

    Adel Smith è stato riconosciuto colpevole di vilipendio alla religione cattolica dal tribunale di Verona ed è stato condannato a pagare una multa di seimila euro. Si è così conclusa la vicenda del presidente dell'Unione dei Musulmani d'Italia, processato per aver definito la Chiesa «un'associazione a delinquere» durante la trasmissione «Rosso e Nero» andata in onda l'8 novembre 2002 su Telenuovo. Il giudice ha ritenuto penalmente rilevanti le offese di Smith nei confronti del Pontefice e del cardinal Biffi.

da “AVVENIRE” del 19 dicembre 2006


Domanda legittima. Come sarebbe finita, a parti invertite, in Arabia Saudita o in Algeria?



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politica estera
28 dicembre 2006
DOSSIER SOMALIA 1: ANALISI DELLO SCENARIO
            Della redazione 28/12/2006

Perché nel ginepraio del Corno d’Africa alle colpe originarie dell’Occidente coloniale vanno sovrapposte altre motivazioni che hanno generato il quadro attuale. Le conseguenze dell’avventura marxista dell’Etiopia con Menghistu. Quanti sono davvero i “cittadini europei” combattenti volontari con Corti islamiche.  La tentazione integralista dell’Eritrea. Il ruolo di Al Qaida e dei Fratelli musulmani nell’area.


Le forze governative somale, appoggiate dall’Etiopia, si avvicinano sempre di più a Mogadiscio dopo la caduta del contrafforte islamico di Jowhar. Nello stesso momento una riunione convocata ad Addis Abeba dall’Unione Africana (UA) tenta di trovare una soluzione politica.

L’avanzata delle forze lealiste, dopo aver superato Jowhar, non ha perso lo slancio travolgente e, complice un ripiegamento (quanto possa essere strategico o disordinato lo si vedrà) delle Corti islamiche, sarebbero giunte alle porte di Balad, a circa 60 km da Mogadiscio.

Il comando islamista, da parte sua, ha indicato che violenti combattimenti hanno luogo a Leggo, circa 120 km. Ad ovest di Mogadiscio.

L’inevitabile balletto delle dichiarazioni fa assumere alla tragedia di guerra un qualcosa di lite da rione, con gli integralisti a dire: “abbiamo perso la città di Jowhar, ma i combattimenti continuano e la ritirata va considerata strategica” e lo Stato maggiore lealista che, per bocca del comandante governativo a Jowhar, Hassan Abdulahi Jiis ribatte: “abbiamo respinto i terroristi verso la capitale, Jowhar è nelle nostre mani e contiamo di avanzare ancora” [1].

In questo contesto, il PAM (Programma Alimentare Mondiale) ha annunciato la sospensione degli aiuti e la temporanea evacuazione di tutto il personale straniero. La Croce Rossa Internazionale, invece, mantiene i suoi presidi medici, contando su un ponte aereo per avere il materiale medico e chirurgico necessario.

 

E’ praticamente certo che l’intero arco della sinistra italiana (un po’ meno quella europea, che comincia a “vivere” la propria realtà sociale al fianco dei musulmani) getterà la croce di questo conflitto (che promette di durare molto a lungo) sull’Etiopia che, guarda caso, è dei paesi del Corno d’Africa l’unico davvero multireligioso (40% musulmano, 40% cristiano copto, 20% animista) e, di fatto, multiculturale. Un’Etiopia ambiziosa, nemica di sempre della Somalia, che a sua volta odia degli etiopi la componente abissina [2] e che ha subodorato il rischio di avere alle porte di casa un movimento radicale che con il multiculturalismo ha davvero poco a che fare.

Sono mesi che si parla di una guerra imminente in Somalia. Basterebbe farsi una passeggiata su google, interrogare adeguatamente e salterebbero fuori le Sibille di un anno fa.

In verità la crisi s’è acuita, poco dopo il 7 dicembre, in coincidenza con l’approvazione da parte del consiglio di sicurezza dell’ONU dell’invio di un contingente di caschi blu. Una scelta che ha trovato una sostanziale approvazione da parte dell’Unione Africana (anche per le fortissime pressioni del Kenya, altro dirimpettaio della polveriera, che da tempo sostiene il disagio dell’invasione di profughi a tutt’oggi quantificati, secondo alcuni, in 500.000 disgraziati [3]) ma che ha provocato la reazione delle Corti islamiche, con la proclamazione della “guerra santa”.

A questo quadro occorre aggiungere il ruolo subdolo dell’Eritrea, che oramai anche ai più non appare certamente come un soggetto capace di assumere nella vicenda un’equidistanza d’alemiana, viste le reiterate e nemmeno troppo nascoste profferte di aiuto logistico (ed umano) fatto alle stesse Corti islamiche.

In verità le Corti islamiche già da tempo non si muovono sole, ma ricevono aiuti tecnologici ed umani. E non solo dall’Eritrea [4]. Il bombardamento degli aeroporti di Mogadiscio e Baledogle non è affatto casuale visto che, tanto il primo quanto il secondo, servivano al traffico di materiale e, soprattutto, di volontari islamisti.

Le forze in campo, d’altronde sono nettamente a favore dell’organizzato esercito etiope, ricco di armamenti di provenienza russa e bulgara (conseguenza del “colonialismo rosso” di Menghistu), israeliana (soprattutto tecnologia delle comunicazioni), britannica e statunitense. La forza aerea, basata su Mig 27 flogger e Mig 29 Fulcrum può fare la differenza nelle operazioni lampo ed ha sicuramente un notevole margine di mobilità, data l’assenza totale di aerei da parte somala.

Le Corti islamiche, invece, contano soprattutto sul controllo del territorio basato sull’organizzazione di cellule assistite da “consiglieri militari” eritrei e pakistani. Gli uomini addestrati alla guerra effettiva (e non solo al massacro di civili che si guardano la partita o sentono la musica) è di circa 15.000 unità. Di questi quelli veramente esperti sarebbero circa 2.000 [5]. Denominati Shabab, si supponeva che fossero costituiti da non più di un centinaio di stranieri, ma la conta dei cadaveri e dei feriti dopo la disfatta integralista di Baidoa ha svelato non poche sorprese [6].

Il problema vero, in questa faccenda, non è la guerra fra Etiopia e Somalia, dato che quest’ultima ha cessato dal 1991 di esistere come Stato di diritto [7], ma le possibili (e probabili) evoluzioni del conflitto in un nuovo scontro fra Eritrea ed Etiopia.

L’Eritrea, nata da una scissione traumatica dall’Etiopia, non è mai riuscita a diventare uno Stato compiuto. E’ oramai gestita da un dittatore Isayas Afeworki che ha da tempo viene corteggiato e minacciato dall’islamismo imperante [8].

Da molti anni il presidente Afeworki attraverso la polizia politica e il potentissimo partito unico, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, ha instaurato nel paese una vera e propria dittatura di stampo militare, costringendo tutti i ragazzi di 18 anni (alcune volte anche meno) all’arruolamento coatto, pena il carcere duro. Le università sono state chiuse in quanto alcuni studenti universitari si facevano bocciare volontariamente per scampare all’arruolamento. Molti ragazzi fuggono all’estero, ma la polizia politica arresta i loro genitori con l’accusa di complicità in diserzione e chiede come riscatto somme equivalenti a 700-2.500 euro per il loro rilascio. Arresta giovani, vecchi, bambini e donne incinte. Li rinchiude in 30-40 in celle anguste che potrebbero contenerne appena dieci, con scarsa possibilità di sopravvivenza se non pagando [9].

Quest’ultimo scenario, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non lascerebbe insensibili i soli sempiterni americani. Una destabilizzazione della regione, in mano alle effervescenze teosofiche dei fondamentalisti non sarebbe gradita né dalla Russia (che ha interessi notevoli in Etiopia), né alla Cina (impegnata in investimenti di non poco conto in Sudan assieme alle reginette di sempre, Gran Bretagna e Francia).

Ma questo nei circoli di soccorso rosso è vietato dirlo. La colpa dev’essere solo occidentale. Se poi magari ci mettessimo in mezzo qualche prete missionario, allora sarebbe tombola!

In tutto questo bailamme brilla l’esile figura di D’Alema (detto D’Ulema lo skipper) che, mentre tutti coloro che contano (davvero) sono già tesi pragmaticamente alla partizione delle zone di influenza di una regione che permette il controllo energetiche che dal Golfo persico, risalendo il Mar Rosso, si dirigono verso il Mediterraneo orientale, farnetica di un possibile ruolo di mediazione dell’Italia [10].

Nel transatlantico romano narrasi di solenni “grattatoni” che i componenti della maggioranza effettuano sottecchi, nella speranza che non si ripeta il “successo” diplomatico già ottenuto in Libano che ha dato all’Italia il raro privilegio di vantare, in quattro e quattr’otto, 2.500 ragazzi spediti nella macelleria Hitzbullah (carne Halal, per carità, secondo la Sacra Scrittura … ma comunque macelleria).


[1] Le Temps.ch del 27/12/2006 – ore 14:43

 

[2] Gli etiopi vengono definiti dai somali “xabashi”, gli abissini. E sono considerati i nemici subdoli di sempre, i loro truci eversori che scipparono la regione dell’Ogaden, ceduta al re etiope Menelik II nel 1887 (che ambiva ad uno sbocco sul mare) dalle grandi potenze a titolo di gratificazione per l’Etiopia in riconoscimento della sua collaborazione alle concessioni coloniali.

 

[3] Le motivazioni dell’esodo sono varie ma comprensibili. Il cambiamento delle condizioni di vita conseguente all’insediamento delle Corti Islamiche non è gradito a un gran numero di persone, dalle coppie di fatto ai giovani che non vedono nulla di male nell’assistere ai mondiali di calcio o masticare il cat, uno stimolante molto blando. In generale si percepisce che l’imposizione di un modello di islam ‘asiatico’ non è bene accetta dopo che, dalla pulizia delle strade e dall’allontanamento delle milizie inizialmente applauditi dalla maggioranza, si è arrivati a una forte limitazione delle libertà personali. Inoltre, chi si occupa di commercio lamenta un prelievo fiscale che, anche se in linea con l'aritmetica tributaria dell’Islam, non è proprio quello a cui i suk somali erano abituati. Cfr. http://www.paginedidifesa.it/2006/.

 

[4] Da un sito internet usato solitamente dagli islamici il gruppo ha lanciato un appello a tutti i mujaheddin. "Chiediamo a tutti i musulmani di schierarsi al fianco dei loro fratelli in Somalia e aiutarli con denaro, armi e uomini", si legge. Il comunicato prosegue: "I vostri fratelli in Somalia stanno affrontando una battaglia campale contro i nemici crociati che sono in combutta con gli apostati del governo somalo di transizione appoggiato dai paesi dell'alleanza crociata, soprattutto dall'amministrazione americana". Cfr http://www.tgcom.mediaset.it del 27/12/2006. L’organizzazione ‘Stato islamico dell’Iraq’, legata ad al Qaeda, ha chiamato a raccolta i mujaheddin in sostegno delle Corti islamiche sotto assedio a Mogadiscio. Cfr repubblica.it del 27/12/2006

 

[5] Gli altri, armati di armi leggere, sono elementi raccogliticci che non offrono alcuna garanzia di poter portare a buon fine assalti e tanto meno sostenerne, soprattutto se effettuati da truppe etiopiche (www.paginedidifesa.it/2006). 

 

[6] Menes Zewari, il premier etiopico, parlando alla tv nel tardo pomeriggio di ieri ha detto: “L’offensiva in corso ha l’obiettivo di eliminare le forze del terrorismo internazionale; (…) La maggioranza delle milizie non è composta da somali. Ne abbiamo catturati oltre 200: avevano quasi tutti il passaporto britannico”.

Sorge spontaneo un ringraziamento agli utopisti che vogliono concedere la cittadinanza italiana in 5 anni!


[7] Nessuno può chiedere garanzie democratiche, nemmeno i due eroi nazionali Petros Solomon e Haile Woldetensae, finiti in carcere perché accusati di tradimento per aver richiesto una Costituzione.


[8]
Nel gennaio 1991, con la fuga di Siad Barre da Mogadiscio, si è assistito alla velocissima implosione della Somalia. La caduta del regime dittatoriale ha portato alla disgregazione della società somala, con una rapida conferma del carattere particolarmente litigioso delle varie tribù. Così, clamorosamente, al pansomalismo ha fatto seguito una miriade di dichiarazioni di seccessione, dal Somaliland (riconosciuto pure dall’Etiopia, non senza secondi fini) alla Repubblica del Puntland di Abdullahi Yussuf e Jamà Ali Jama (anch’esso, pare, aiutato dall’Etiopia), fino alla Repubblica del Sud-Ovest di Shatiguddud.

 

 

[9] la limitata libertà di movimento che si riscontra in alcune zone è senza dubbio legata alla presenza di gruppi ostili al governo, in prevalenza musulmani, come l’Ena (Eritrean National Alliance) finanziata dai Fratelli Musulmani, mentre la presenza di truppe al confine con il Sudan tenderebbe a impedire che i militanti del Eritrean Islamic Reform Movement entrino nel paese per compiere attentati. Anche la paranoica repressione contro gli intellettuali, gli studenti e i giornalisti sembra mirata a non concedere spazio alcuno all’opposizione.

 

[10] L’Italia intende continuare a fare “la propria parte per una composizione negoziata del confronto in atto” in Somalia che possa garantire “sia la sicurezza dell’Etiopia, sia un governo somalo rappresentativo che goda del sostegno democratico e del più ampio consenso delle varie componenti della società somala”.

Così il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, è intervenuto sulla grave situazione somala, dove l’intensificarsi degli scontri tra governo di transizione e milizie islamiche rischia di destabilizzare l’intero Corno d’Africa. 27 dicembre 2006 alle 07:10 — Fonte: repubblica.it

 




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politica estera
27 dicembre 2006
DOSSIER NUCLEARE 2: LA CORSA ALLA BOMBA ISLAMICA SUNNITA E' COMINCIATA

Della redazione

 

Non è ancora una reazione a catena incontrollabile. Ma il blocco psicologico (e non solo) ereditato dalla guerra fredda presenta oramai vistose crepe. L’Iran e la Corea del Nord, che cercano di dotarsi dell’arma nucleare, hanno aperto una breccia nel muro di non proliferazione nucleare.

Dinanzi alla minaccia iraniana e nord-coreana, molte potenze di medio cabotaggio tentano la scalata nel gotha delle èlites planetarie manifestando la volontà di sviluppo di un proprio programma nucleare. Esse insistono sul carattere pacifico del proprio programma, pur essendo chiaramente difficile non ravvisarvi una malcelata ambizione militare.

A lungo riservata agli Stati Uniti e all’ex U.R.S.S. e quindi alle potenze firmatarie del TNP, Trattato di Non Proliferazione (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia), assistiamo oggi ad una sorta di “democratizzazione” dello strumento di dissuasione nucleare. La nuclearizzazione del mondo subisce una brusca accelerazione.

Il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) a Vienna, Mohamed ElBaradei suona il campanello d’allarme. A questo ritmo non ci saranno più solo 9 Stati con l’arma atomica (i 5 + Pakistan, Israele, India e Corea del Nord), ma piuttosto 30, molti dei quali in grado di sviluppare molto rapidamente l’arma nucleare.

 

Lo scorso 10 dicembre, 6 Stati del Golfo, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, hanno ufficializzato la propria volontà di dotarsi della tecnologia nucleare a scopi civili.

Il 3 dicembre Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia, li avevano preceduti.

Bruno Tertrais, esperto della Fondazione di Studi Strategici di Parigi, sottolinea come tutto questo non sia altro che l’effetto domino della nuclearizzazione iraniana. Tutti i paesi musulmani sunniti giudicano una minaccia reale per la propria sicurezza l’esistenza di una bomba nucleare iraniana (sciita). Con in più, per l’Egitto, la necessità di difendere uno status regionale piuttosto appannato [1].

 

Dinanzi al successo delle ambizioni nucleari sciite, l’Arabia Saudita si sente minacciata. Il paese aveva acquistato missili balistici di concezione cinese circa 15 anni fa. Ma oggi sarebbero obsoleti. Piuttosto, rumors ricorrenti lasciano intendere come l’Arabia Saudita cooperi strettamente con il programma nucleare pakistano, al quale ha destinato ingenti investimenti.

Infine, rileva Bruno Tertrais, “Ryad ha chiesto nel giugno 2005 di essere esentata dalle ispezioni dell’AIEA. E questo ingenera più di un sospetto. Occorre comunque anche relativizzare. L’Arabia Saudita ha in piedi un programma nucleare piuttosto debole ed occorrerebbero almeno dieci anni per avere una tecnologia avanzata. Molto più probabile che il Pakistan fornisca delle garanzie nucleari senza nessun trasfert materiale di armi”.

 

I paesi arabi non sono i soli a reagire alle ambizioni nucleari iraniane. Recentemente il primo ministro israeliano ha messo in imbarazzo più di un addetto diplomatico, commettendo la “gaffe” di confermare in via ufficiale che Israele possiede l’arma nucleare.

Mai lo Stato ebraico aveva fatto un tale “coming out” nucleare. Ma su una questione così strategica, il lapsus di Ehoud Olmert va letto come un “messaggio voluto” [2].

La credibilità dell’esercito israeliano, comunque la si metta, è stata intaccata dalla mancata vittoria su Hitzbullah nella guerra di luglio e la recentissima Conferenza negazionista sull’Olocausto spinge Israele a palesare qualche valido argomento per riaffermare il proprio primato nella regione.

 

In Estremo Oriente è invece la Corea del Nord che, con l’esperimento (quanto riuscito è ancora un mistero) del 9 ottobre scorso, ha rinverdito paure mai sopite e scoperto risentimenti antichi.

Il Giappone ha già provveduto a rompere “il tabù”. Secondo numerosi politici nipponici i tre principi cardine sinora riconosciuti (non produrre o detenere o consentire il transito di armi nucleari sul proprio territorio) e garantiti dalla Costituzione non sono più intangibili [3].

 

 

Malgrado sia sottoscrittore del TNP, il Giappone contribuisce ad elevare il tasso di inquietudine che permea il mondo occidentale, tanto più che, per dotarsi di un’arma atomica, ha la tecnologia necessaria per passare da una fase potenziale ad una realizzativi in tempi strettissimi [4].

 

La Corea del Sud si sente maggiormente esposta. Mercoledì 20 ha sottolineato la necessità strategica di sviluppare un proprio sistema difensivo antimissile. Un indicatore di questo indirizzo può essere il rifiuto di Seul di unificare i propri sistemi a quelli nippo-statunitensi, segno di un’evidente mancanza di fiducia nell’ombrello difensivo americano. Perché se le capacità nucleari di Washington non sono mutate, il fiasco iracheno ha invece inciso moltissimo sulla credibilità politica americana e sulla sua reale possibilità di fungere da gendarme planetario.

E’ anche in questo senso che occorre interpretare le reazioni israeliana, egiziana e saudita. La dissuasione nucleare come arma difensiva è oramai un meccanismo ampiamente avviato.

 

In questo trend di nuclearizzazione globale del pianeta, anche paesi non minacciati da Stati problematici contigui, mostrano di voler comunque gonfiare i muscoli.

Come il Brasile, per esempio, che lo scorso Giugno, lontano da ogni clamore internazionale e mediatico, ha aperto a Resende un centro di ricerca, dotato di centrifughe capaci di arrichhire l’uranio e che, sempre sottovoce, ha approvato un piano di sviluppo che contempla la costruzione di 5 centrali nucleari di qui al 2030 [5].

O anche il caso della Gran Bretagna. Il 4 dicembre scorso, Tony Blair ha deciso l’investimento di qualcosa come 30 miliardi di dollari per la ristrutturazione dell’arsenale nucleare[6]. Un passo giudicato ineludibile dal primo ministro britannico al fine di essere pronti per un possibile confronto con un’altra potenza nucleare o contro Stati canaglia nuclearizzati.

 

Oggi come oggi, quasi tutti gli Stati si nascondono dietro la bugia del nucleare per scopi civili. Particolarmente bugiardi possono risultare Stati quali l’Arabia Saudita, l’Iran e l’Algeria che “galleggiano” letteralmente su idrocarburi e gas. E la frontiera fra utilizzo civile e militare appare sempre più tenue. Per questo molti avanzano la necessità tecnica di tornare ai reattori al Torio [7], il più commercializzato negli Stati Uniti.

Questo elemento permetterebbe di evitare la produzione del plutonio e, dunque, di fornire la materia prima per la costruzione dell’arma nucleare.

Un’altra opzione consisterebbe nel creare una “banca del combustibile”, gestita dall’AIEA, che consentirebbe agli Stati desiderosi di accedere all’energia nucleare di acquisire lo status di “utente”.

 



[1] Il primo paese che sembra voler dal seguito alle parole di al-Attiyah è l’Egitto. Ovviamente, come per l’Iran, la ragione è apparentemente legata a esigenze energetiche e si parla di nucleare per “scopi civili”. Così, il 24 settembre 2006, per la prima volta dal disastro di Chernobyl, quando venne interrotto il programma nucleare egiziano, al Cairo si è riunito il Consiglio Supremo dell’energia per deliberare a favore del programma nucleare civile. L’iniziativa dovrebbe concretizzarsi nella costruzione di una centrale nucleare da 1.000 megawatt a al-Dabaa, sulla costa mediterranea del paese. Il costo si aggirerebbe tra il miliardo e mezzo e i due miliardi di dollari.

Per approfondimenti vedi: http://www.quadranteuropa.it/articolo.asp?idarticolo=7154

 

[2] Il premier Israeliano Ehud Olmert, in una intervista al canale tedesco N24 SAT1 ha così commentato le dichiarazioni di Gates:

“Noi non abbiamo mai minacciato di distruzione nessuna nazione, l'Iran invece ha apertamente, esplicitamente e pubblicamente minacciato di spazzare via Israele dalle mappe. Potete dire che sia lo stesso livello, quando aspirano ad avere armi nucleari, come l'America, la Francia, Israele o la Russia?”. Olmert ha poi aggiunto che queste nazioni hanno armi sì nucleari ma non minacciano di usarle contro nessun paese.

 

[3] Il documento governativo sostiene che la Costituzione pacifista del dopoguerra (nata anche dalla tragedia nazionale di Hiroshima e Nagasaki) "non necessariamente vieta al Paese di possedere armi, anche se si tratta di armi atomiche, se sono il minimo necessario per l'autodifesa" (Repubblica, 14 novembre 2006)

 

[4] Fin dal 1960 la politica nucleare del Giappone si è basata su produzione e utilizzo in larga scala di plutonio e nonostante le rassicurazioni del governo giapponese in ordine al possesso delle quantità necessarie esclusivamente per scopi civili e commerciali, affermano gli autori, le riserve sono andate fuori controllo con una previsione della domanda che per il 2010 si aggirerà intorno a 85.000-90.000 Kg. E’ vero che le linee strategiche per lo sviluppo energetico giapponese prevedono una sempre maggiore indipendenza del Paese dal petrolio e, quindi, la necessaria presenza dell’energia nucleare (ma anche di quella eolica e fotovoltaica) in misura massiccia ma ciò che lascia perplessa l’opinione pubblica mondiale è proprio la quantità di scorte di plutonio stoccate e, soprattutto, l’impossibilità di determinare con esattezza la quantità di plutonio posseduta dal Giappone.

Per approfondimenti vedi: http://www.paginedidifesa.it/2006/crovetti_060118.html

 

 

[5] Il 9 maggio 2006 a Resende (Brasile) è iniziato un grosso programma di arricchimento dell’Uranio che viene seguito con estremo interesse in quanto il Brasile detiene la sesta riserva di Uranio al mondo e vorrebbe esportarlo sotto forma di Uranio arricchito.

[6] I Trident D5 sono armi molto potenti, con ampia gittata e notevole precisione. Pesanti 58 tonnellate, possono trasportare fino a 10 testate MIRV (che diventano 6 o 8 se accompagnate da testate civetta), ognuna con una potenza che varia dagli 80 ai 120 kiloton (tanto per capirci Little Boy e Fat man, i due ordigni di Hiroshima e Nagasaki avevano un potenziale di 13 kiloton) ma esse sono “forse” state ridotte a 2-4 per rispettare gli accordi START. La gittata (oltre 8.000 km) è maggiore del tipo precedente e il missile è equivalente ad armi russe come l'SS-N 20, ma più preciso e compatto. I Trident, che hanno un costo unitariodi circa 30 milioni di euro, sono caratteristici in quanto installati a bordo di sottomarini (classe Vanguard)  a propulsione nucleare, che per questo motivo vengono comunemente denominati "sottomarini balistici". Attualmente la Gran Bretagna ha in servizio 4 sommergibili di questo tipo, ognuno dei quali dispone di 16 silos di lancio. Potenzialmente almeno 200 testate nucleari, ma disconoscendo i trattati START sarebbero 640, a spasso per gli oceani.

 

[7] Nondimeno, il ciclo combustibile del torio può essere potenzialmente utile sul lungo periodo, data la sua possibilità di produrre combustibile senza dover ricorrere a reattori a neutroni veloci. Il torio è significativamente più abbondante dell'uranio, si trova in piccole quantità nella maggior parte delle rocce e dei suoli, dove è circa tre volte più abbondante dell'uranio, ed è circa comune quanto il piombo, risultando quindi un fattore chiave per la sostenibilità dell'energia nucleare. L'India possiede ingenti riserve di torio ed ha quindi pianificato un ambizioso programma nucleare che ambisce ad escludere l'uranio come materia prima. Per approfondimenti specificatamente tecnici: http://scienzapertutti.lnf.infn.it/risposte/ris134.html




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11/09/2001