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Spigolature di attualità, politica e religione
politica estera
31 gennaio 2007
PALESTINESI IN PRIGIONE. PER FAME ...O PER FEDE?

Fa sempre discutere l’alto numero di prigionieri palestinesi che giacciono nelle carceri israeliane, numeri enfatizzati dalla sinistra quale prova del governo antidemocratico israeliano.

Sorvolando sull’indiscusso “fatto storico” che se in quei paraggi c’è una democrazia seria, nel cui parlamento siedono deputati musulmani, cristiani ed ebrei (vallo a fare in Algeria, in Sudan o Arabia Saudita), dove un presidente viene messo da parte con una procedura di empeachement (altrove, mi pare, si ricorre a mezzi assai più spicci), un aspetto merita di essere ricordato.

Ricordo che, qualche anno fa, si diffuse fra i palestinesi l’usanza di farsi volutamente arrestare al fine di poter preparare gli esami di maturità senza pesare sulla famiglia.

Bene. Ora, invece, l’usanza si è estesa anche ai non studenti. Le stesse famiglie palestinesi, strangolate dalla stupidità di Hamas (e non dall’embargo di Israele) e dalla paura dei loro stessi correligionari arabi (mais oui, mais oui…), istigano i loro ragazzi a ricorrere all’incarcerazione pur di sfuggire alla fame.

Vedi: http://www.guysen.com/

E soccorso rosso continua a parlare con una semantica di cinquant’anni fa….




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politica estera
30 gennaio 2007
TROPPO NAZIONALISMO NELLA TURCHIA CHE L'ITALIA (PENSA TE!) CORTEGGIA ...
        

Santoro-Dink, la destra rivendica gli omicidi

Data pubblicazione: 2007-01-26

Originale: clicca qui

ANKARA - L'esistenza di un legame tra l'omicidio del giornalista turco-armeno Hrant Dink, avvenuto a Istanbul venerdì scorso, e quello del sacerdote cattolico don Andrea Santoro (nella foto), avvenuto il 5 febbraio dell'anno scorso, ha trovato una conferma ieri con la rivendicazione di entrambi ad opera delle "Brigate delle vendetta turca".

La rivendicazione fa emergere una galassia di complicità in ambienti giovanili estremisti islamo-nazionalisti, confermando l'esistenza di una "Trabzon connection", dal nome della città sul Mar Nero, la vecchia Trebisonda, in cui sono maturati entrambi i delitti. «Abbiamo eliminato un altro nemico della Turchia dopo il prete Santoro» hanno scritto le "Brigate" in una mail inviata sabato al giornale Agos, di cui Dink era direttore.

La doppia rivendicazione è stata ritenuta «più che credibile» da vari osservatori ed, in particolare, da una fonte curda molto informata: «Le modalità dell'assassinio ricordano altri attentati compiuti dallo stesso gruppo sia negli anni '70 e '80, sia contro giovani di estrema sinistra, sia, più di recente, contro esponenti del nazionalismo curdo estremista. Esso è da sempre probabilmente infiltrato da certi elementi dei servizi segreti turchi ed ha spesso avuto legami operativi anche con la mafia turca. Non mi sorprenderei se risultasse autentica anche la sua rivendicazione per l'omicidio di don Santoro», ha affermato la fonte curda.

(Sul tema invito a leggere l’articolo di Asianews, ndr)

Della stessa convinzione si è detta la moglie di Dink, l'energica Rakel che ha detto con molta franchezza: «Non ripetete l'errore fatto con don Santoro, limitando le responsabilità a un giovane assassino. Se vi foste impegnati davvero sull'omicidio di don Santoro, mio marito non sarebbe morto. Ora si trovino i mandanti».

 





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politica estera
30 gennaio 2007
GRAN BRETAGNA: I MUSULMANI SI RITENGONO OFFESI DA CAMERON

L’Express.fr

mardi 30 janvier 2007, mis à jour à 09:19

Tradotto da : Kritikon

Articolo integrale sull’Express : clicca qui

 

 

Il capo dell’opposizione conservatrice britannica ha scatenato una viva controversia paragonando gli islamisti estremisti ai militanti dell’estrema destra del British National Party.

“Chiunque tenti di instaurare uno Stato con la Sharìa o ad ottenere trattamenti che derogano la legge comune o, ancora, leggi separate per i musulmani britannici, sono a tutti gli effetti seguaci del BNP”. Questo è quanto ha dichiarato David Cameron durante un discorso pronunciato ieri a Birmingham. Il capo del partito conservatore ha sollevato feroci polemiche affermando che “gli islamisti desiderano solo dividere la popolazione fra “noi” e “loro”. Senza contare che non fanno altro che chiedere rivendicazioni”.

Invitato a rispondere alle dure dichiarazioni sulla rete BBC News, Muhamad Abdul Bari, segretario del Consiglio musulmano di Gran Bretagna (MCB), ha detto che questo paragone tra organizzazioni musulmane e fascimo del BNP veràà considerato come una grave offesa”.

Anche Imran Waheed, rappresentante del Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione che le autorità britanniche hanno minacciato di sciogliere dopo gli attentati di Londra dello scorso luglio 2005, ha criticato le dichiarazioni del leader conservatore: “Cameron è colpevole di diffondere allarmismo”.

Secondo la BBC, il rapporto del partito conservatore atteso per oggi, conterrebbe indicazioni precise sulle organizzazioni quali il Consiglio musulmano di Gran Bretagna, segnatamente nel fatto che esse incoraggerebbero la diffusione delle opinioni più estremiste.

“I loro membri radicali tendono a dominare la scena politica e soffocare le voci moderate ed alternative. Ne risulta che le affermazioni di facciata del MCB circa la volontà di promuovere il dialogo intercomunitario si rivelano contraddette da certe posizioni concretamente adottate ogni giorno”.

 




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CULTURA
30 gennaio 2007
IL RAZZISMO RELIGIOSO DELLA SINISTRA


E gli arabi cristiani? Con gli ebrei in qualche forno.

Prosegue, con tutti i suoi attivisti e simpatizzanti, la discriminazione religiosa della sinistra.

Giustifica ogni aggressività contro i cristiani (non solo contro la Chiesa, please) con l’infiltrazione politica del Vaticano (sic) nella società italiota. Avalla ogni deroga al rispetto degli elementari diritti di dignità religiosa, che essa stessa, come sinistra militante rivoluzionaria, accampa per i musulmani e consente che saltino fuori articoli poco meno che scandalosi come quello di Bocca sull’Espresso che vomita su un sacramento. Sanno bene i filonazislamisti che, per molto meno, Bocca sarebbe “ricamato” da un musulmano.

Ma loro, con l’Islam radicale, hanno stretto un patto garantito da Dio. Marx lassù lo chiamano trottola.

Da qualche anno, poi, ha coniato ed avallato l’equazione arabo = musulmano, ignorando (credo abbastanza volutamente) che l’etnia non è prerogativa di indirizzo religioso. Di fatto oggi se un arabo cristiano dovesse contare sull’assistenza di un centro sociale di sinistra ne vedrebbe delle belle.

La verità è che la sinistra militante ha trovato nell’Islam quel motore antisistemico che gli consente di sostituire tutti i birilli persi nei rumorosi strike storici che ha collezionato sino ad oggi. E si prepara a celebrarne un altro che, a differenza delle porcherie del passato, si avvarrà delle benedizione di Dio. Strano vero?

Ne terremo conto. Tutti.

         La memoria e' tesoro e custode di tutte le cose (Cicerone)



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politica estera
29 gennaio 2007
IL 2 FEBBRAIO SI DECIDE PER IL KOSOVO. E NON PROMETTE BENE.

Due articoli, molto interessanti, che contrappongono aspirazioni di un popolo e problematiche di equilibrio geopolitico. Quello elvetico pone in primo piano l’effervescenza di una società assetata di indipendenza e le devianze xenofobe che rischiano di diventare dominanti.

L’articolo di paginedidifesa è invece più tecnico ed esamina i maggiori elementi ostativi al progetto indipendentistico kosovaro.

L’Albania è a due passi da casa, i soldati italiani sono lì, la Russia non vuole l’umiliazione del suo vassallo serbo ed è più potente di sette anni fa. E l’Islam radicale s’è da tempo impossessato delle milizie dell’UCK. Gli ingredienti ci sono tutti per prevedere il peggio.

 

 

 

Jean-Arnault Dérens, envoyé spécial à Prizren
Lundi 29 janvier 2007

articolo integrale su letemps.ch

Traduzione di : Kritikon

 

Da venerdì scorso il Kosovo trattiene il fiato. Nessuno conosce esattamente il contenuto del “pacchetto” presentato ai paesi del gruppo di contatto da parte dell’emissario della Nazioni Unite, Martti Ahtisaari, per cui la stampa si scatena nella più controverse ipotesi. La popolazione desidererebbe soprattutto uscire dallo status quo nel quale s’è impantanata la questione del Kosovo dal 1999.

Tutto dipende, è ovvio, dalle proposte che il mediatore finlandese avrà presentato. Gli albanese non immaginano altra soluzione dell’indipendenza. E questo anche se i politici dell’aquila in campo rosso ammettono che in nessuna parte del documento presentato da Martti Ahtisaari compaia la parola “indipendenza”.

In realtà, i negoziatori albanesi, semmai dovessero affrontare una discussione circa un’indipendenza parziale, limitata e progressiva, rischierebbero di ritrovarsi in una posizione piuttosto delicata. I diplomatici occidentali contano molto su di loro al fine di mantenere la calma nel paese ed evitare violenze da parte delle fazioni radicali, pronte a gridare al tradimento degli interessi nazionali.

A Prizen, la grande città nel sud del Kosovo, i muri sono tappezzati di poster e graffiti del movimento Vetevendosje (Autodeterminazione), che prosegue la sua campagna contro ogni forma di autonomia territoriale a favore delle minoranze serbe in primis, ma anche di altre minoranze meno declamate (turchi, bosniaci, gorani ecc.).

La città di Prizen è stata relativamente ai margini della guerra del 1999, ma tutto il vecchio quartiere serbo di Potkaljaja, incastonato nei contrafforti della cittadella che domina il resto dell’agglomerato urbano, è stato distrutto dai moti popolari del marzo 1999, così come delle antiche chiese ortodosse.

Oggi neanche un solo serbo vive più a Prizen, anche se la città conserva delle importanti minoranze bosniache, turche e rom.

Queste minoranze nazionali aspettano con impazienza la risoluzione dello Statuto del Kosovo, temendo di essere le nuove vittime della violenza politica.

Il Kosovo, la cui popolazione per il 60% ha meno di 25 anni, costituisce una vera e propria bomba ad orologeria demografica.

 

 

 

 

Roberto Bendini*, 25 gennaio 2007

Funzionario del Parlamento europeo.

(EVIDENZIATO MIO)

articolo integrale di paginedidifesa

 

In realtà il mandato affidato all’amministrazione delle Nazioni Unite é più limitato. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1244 del 10 giugno 1999 autorizza il segretario generale “a stabilire una presenza internazionale civile in Kosovo al fine di assicurare un'amministrazione provvisoria nel cui contesto alla popolazione del Kosovo sarà riconosciuta un’autonomia sostanziale in seno alla Repubblica Federale di Jugoslavia”. La risoluzione 1244 resta invece volutamente ambigua per quanto riguarda lo status finale della provincia, incaricando l’Onu di garantire il trasferimento dei poteri dal governo provvisorio kosovaro “a quelle istituzioni che verranno stabilite a seguito di un accordo di natura politica”. La risoluzione non menziona la parola “indipendenza”.

Il 2 febbraio, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari, renderà pubblica la sua proposta sullo status definitivo del Kosovo. Questo progetto dovrebbe garantire al Kosovo una personalità giuridica internazionale parziale che gli permetterà di far parte delle principali organizzazioni internazionali e di aderire alla Unione Europea quando i tempi saranno maturi. In questo contesto non é certo che la Serbia manterrà la sovranità teorica sul Kosovo, mentre non é escluso il riconoscimento di qualche potere di controllo in materia di protezione della minoranza slava e dei monasteri ortodossi della regione. Ai serbi del Kosovo verrebbe inoltre riconosciuta un’ampia autonomia locale.

La Russia, tradizionale protettore della Serbia, si é sempre pronunciata contro la secessione del Kosovo e anche la Repubblica Popolare Cinese non ha nascosto le proprie preoccupazioni. Mosca ha tuttavia una posizione ambigua in quanto potrebbe essere interessata a usare il precedente kosovaro per annettersi unilateralmente la Transdnistria e le regioni georgiane a maggioranza russa (Agiaria, Abkhazia e Sud Ossezia).

Oltre a Russia e Cina, altri Paesi si sono espressi contro la proclamazione unilaterale della indipendenza del Kosovo. La Spagna non ha interessi vitali nei Balcani, ma vorrebbe evitare che i Paesi Baschi e la Catalogna possano seguire l’esempio di Pristina e dichiarare la secessione da Madrid. La Romania teme che la nuova compagine statale kosovara possa nuocere alla stabilità della regione e difende indirettamente l’integrità territoriale della Moldova. Le repubbliche ex-jugoslave di Bosnia e Macedonia potrebbe risentire gli effetti della secessione kosovara, qualora alcune delle comunità nazionali presenti sul loro territorio (serbi e croati in Bosnia, albanesi in Macedonia) decidessero di seguire l’esempio di Pristina.

Il diritto e la prassi internazionale non vedono con favore la dissoluzione degli Stati e anche il ‘principio dell’autodeterminazione dei popoli’ ha un ambito di applicazione ben definito e piuttosto ristretto. Esso si applica ai popoli sottoposti a un governo ‘straniero’ che ne abbia conquistato il territorio (ad esempio ai territori occupati da Israele dopo il 1967) e ai popoli coloniali. Non avalla invece le aspirazioni secessionistiche di regioni o di province autonome sia pure etnicamente distinte dal resto del Paese, come é il caso del Kosovo. Il principio di autodeterminazione non é retroattivo e non si applica a quelle situazioni createsi a seguito di eventi bellici o di occupazione con la forza che siano avvenuti prima della seconda guerra mondiale. Non si può quindi parlare di diritto all’autodeterminazione per il Kosovo, la cui annessione alla Serbia avvenne a seguito della prima guerra balcanica del 1912 e fu a più riprese riconosciuta dalla comunità internazionale.

 




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diritti
28 gennaio 2007
PER LA SINISTRA IL RISPETTO DELLA FEDE VALE PER TUTTI. MA NON PER I CRISTIANI.
           Per l'articolo integrale, clicca qui


Riccardo Bocca è un giornalista. Ha lavorato presso la redazione de “l’Unità”. Milanese, professionista dal 1991, è stato caposervizio del settimanale “L’Europeo” e vicedirettore del mensile “Class”. E’ un paladino della cosiddetta “controinformazione”, ossia quella corrente che reclama i buoni fra i marxisti (malgrado i fallimenti storici del comunismo in paeselli come Russia, Cina e Cuba), gli immigrati di ogni dove (soprattutto negli ultimi vent’anni, fra i musulmani) mentre i cattivi sono rappresentati da tutti gli altri attori della scena politica e sociale.

Il galantuomo di cui sopra, in ossequio al principio che tutte le culture e le religioni hanno dignità, meno che il cristianesimo, ha esercitato la propria valenza professionale al servizio della “corretta informazione” e, fingendosi penitente, ha pensato bene di registrare, senza consenso alcuno, le risposte che i sacerdoti gli hanno dato nelle finte confessioni che ha potuto sostenere (cercate di capire, un ateo così, confessarsi….).

Riccardo Bocca, ovviamente osannato dall’estrema sinistra per questa bravata di pessimo gusto, ha cercato di dimostrare che fra i sacerdoti che impartivano il perdono, molti lo accompagnavano a categorie distanti da quelle espresse da Benedetto XVI.

Una scoperta sensazionale!!!!!!

Poco importa se, sotto le mentite spoglie della “libertà di informazione”, per arrivare a tanto sensazionalismo egli abbia violato in modo evidente quello che, per ogni cristiano, praticante  o non, rappresenta un sacramento importantissimo.

Non solo.

Maramaldeggiando sugli assunti fondamentali di ogni credente cristiano egli, proprio in quanto non credente (oltre che anticristiano dichiarato), ha di fatto offeso la Chiesa, i sacerdoti, i laici impegnati e, in definitiva, chiunque abbia una fede di qualsiasi tipo essa sia.

Ed ha mosso un passo ampiamente contraddittorio nell’infido terreno religioso.

Perché l’atto compiuto dal Bocca va in direzione diametralmente opposta al neoindirizzo comportamentale tanto strombazzato dai media e dai mezzibusti di sinistra che, almeno a chiacchiere, consta nel rispetto delle religioni e delle culture.

Un indirizzo che la sinistra, non solo italiana, s’è affrettata a coniare all’indomani degli episodi delle vignette per poter giustificare, nell’evidente imbarazzo, l’ampia auto-censura dell’informazione, giornalistica, televisiva, cabarettistica ecc., riguardo qualsiasi argomento che coinvolga un interesse musulmano.

Forse che questa attenzione è riservata alla sola religione musulmana? O non piuttosto a tutte?

Ma Riccardo Bocca fa di più. Ci dimostra che il rispetto delle religioni e delle culture sono concetti che, nella visione dell’ultrasinistra, contemplano l’applicazione di un’asimmetria ben precisa. Questo rispetto e questa “sensibilità” non è dovuta per la religione cristiana cattolica. Tanto da poter oltraggiare a mani basse un sacramento tra i più importanti.

Provasse un attimo a fingersi un convertito musulmano o indù e, dopo aver passeggiato in qualche moschea o centro culturale islamico o induista, confezionare qualche articolo, magari sull’integralismo di molti imam improvvisati e fiancheggiatori. Chi gli farebbe una polizza sulla vita?

Ma sarà difficile che lo faccia. Perché il comune denominatore degli intellettuali di sinistra, depositari della “vera” ed autentica cultura italiota, del futuro, del progresso, della satira ecc., sta proprio nell’anticristianesimo e nella viltà. 

Il primo, venuti meno i riferimenti storici con la caduta del muro, costituisce la cifra residua della loro proposta politica.

La seconda è decifrabile a tutti nel silenzio dei movimenti femministi, pacifisti e culturali, circa le serie problematiche sociali che abbiamo in divenire. Liquidate puntualmente come delle scorie spurie sollevate dalla destra troglodita e conservatrice.

Forse sarebbe bene non tirare troppo la corda della pazienza dei cristiani.

Per mera conoscenza di Bocca, l’arcivescovo di Lagos monsignor Anthony Olubunmi, lo scorso mese di febbraio, in piena crisi delle vignette e all’indomani dell’ennesimo massacro di cristiani e sacerdoti in una delle tante chiese distrutte, ricordò alla comunità musulmana che “la violenza non è una prerogativa dei soli islamici”.

Il giorno dopo ci furono trenta morti in un villaggio islamico.

Domando e chiedo: i nostri comici di punta, da Crozza alla Littizzetto, i nostri giornalisti d’assalto, come Riccardo Bocca, continuerebbero ad usare questa asimmetria del rispetto se sapessero che corrono il rischio di essere ritrovati incaprettati?

Ne dubito.

 




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CULTURA
27 gennaio 2007
PERCHE' GALAL AMIN SBAGLIA A CRITICARE L'OCCIDENTE.

A margine della 39a edizione della Fiera del libro al Cairo, l'agenzia
ANSA trasmette le esternazioni di Galal Amin, economista arabo di
grido, che sprona i suoi correligionari e gli arabi tutti a scrollarsi di
dosso la dipendenza culturale dall'Occidente decadente. E manisfesta
la propria miopia analitica.



ECONOMISTA GALAL AMIN CONTRO TUTTO E TUTTI

ANSA - 2007-01-26 16:52

 

IL CAIRO - Amava e ama i Beatles, è sposato con un'inglese, ha studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti, ed è oggi forse la voce laica più critica nel mondo arabo contro "pregiudizi e preconcetti" dell'Occidente. Galal Amin, autore di 30 libri in arabo e inglese, è uno dei controversi protagonisti della 39/a edizione della Fiera Internazionale del Libro del Cairo.

'The illusion of the progress in the Arab world' (L'illusione del progresso nel mondo arabo) è l'ultima opera del noto economista, professore all'American University del Cairo. Una sessantina d'anni, è critico su tutto, sull'imposizione di diritti umani i cui valori debbano essere per forza occidentali; e su una democrazia che proprio in Occidente sta denunciando tutta la sua decadenza. Disprezza la tecnologia che si risolverebbe in sostanza solo in consumismo, condanna il capitalismo e le privatizzazioni del governo attuale egiziano di Ahmed Nazif. Ma, soprattutto, critica quel senso di inferiorità rispetto agli occidentali di cui soffrono gli intellettuali arabi.

 

____

 

Pensierino:

Non discuto assolutamente (né me lo potrei permettere) spessore e carisma dell’economista Galal Amin. Né intendo disconoscere l’intento reale dell’intervento, ossia risvegliare le coscienze dei propri connazionali prima, di tutti gli arabi poi e, in ultima istanza, di ogni musulmano.

Ognuno, in definitiva, è libero di professare una propria visione del mondo e, purchè ne argomenti in modo chiaro iter percorribili e fattibilità, tentare di persuadere altre persone a seguirlo nel proprio progetto.

Galal Amin tenta, in nutrita compagnia, di affrontare l’indiscussa crisi intellettuale, economica e politica del mondo arabo. Una crisi della quale è vietato parlare anche qui, in Occidente, onde evitare ogni forma di deroga alla strategia delle “equidistanze” culturali, ma che ogni arabo conosce perfettamente. Dunque il tentativo di Galal Amin è, diciamo, un “atto dovuto”,  ma compie l’errore che altri prima di lui hanno commesso.

 

Per intanto denuncia la decadenza dell’Occidente (ed è l’unico elemento sul quale si possa trovare una piattaforma di discussione), ma la argomenta con pretesti errati.

L’essenza della critica fa perno su elementi prevalentemente umanistici, come una dubbia moralità dei costumi, uno smarrimento degli ideali di fede, un’eccessivo ricorso alla razionalità.

Ma Galal Amin sbaglia.

La decadenza occidentale, semmai sia così grave, è determinata sopratutto dal superamento del suo primato economico da parte delle nuove potenze emergenti, Cina ed India, nonché dalla perdita della capacità di influenza planetaria (specie nel continente africano), a favore soprattutto della Cina che, con una politica finanziaria aggressiva, si sta rapidamente sostituendo come creditore ai tradizionali paesi occidentali nei confronti degli Stati africani indebitati.

L’elemento che dovrebbe preoccupare Galal Amin non è tanto dato dal fatto che gli intellettuali arabi soffrano di un senso di inferiorità rispetto a quelli occidentali, quanto il fatto che in uno scenario di trasferimento delle sfere di influenza geopolitiche, i paesi a cultura islamica appaiono drammaticamente non competitivi.

In poche parole Galal Amin percepisce correttamente lo stato di prostrazione culturale ed economico nel quale giace il mondo arabo, ma riduce alla mera contrapposizione Occidente-Islam le cause di questa arretratezza.

L’economista arabo, che ha sviluppato la propria carriera in una società (occidentale) così liberale da permettergli, malgrado la propria fede e la propria etnia fossero “diverse” dimentica, non so quanto volutamente, che altre civiltà come quelle indiana e cinese, che con quella araba condividevano una notevole marginalizzazione, hanno da un decennio spiccato il volo verso un futuro da leader planetari, mentre l’arco islamico tutto, da Islamabad a Rabat, è restato sostanzialmente al palo.

In Africa si va completando un’opera di sostituzione dell’influenza politica ed economica, con il radicamento progressivo dell’establishment finanziario cinese e l’espulsione dei tradizionali referenti euro-americani.

Non solo. Cina ed India, coinvolte in questo cambiamento epocale, cominciano a condividere le problematiche tipiche della società europea. Dalle più stimolanti a quelle più scabrose.

I paesi arabi invece, pur usufruendo dei benefici indiscussi del petrolio, conservano un’economia ridotta ai minimi termini e, contestualmente, inseguono problematiche la cui maggiore cifra consiste nella necessità di “reislamizzare” la società, riscoprire nella religione islamica la propria identità,  condannare l’Occidente per il suo imperialismo culturale, progettare un futuro governo islamico mondiale prendendo a prestito un mito mai realizzato di mille anni fa.

 

Viene spontaneo ricordare ad Amin che un altro pensatore arabo (algerino per la precisione), Malek Bennabi, inquadrò molto prima di lui il problema della decadenza della civiltà araba e, negli anni cinquanta, scrisse che “L’Occidente appare dunque come un automa terribilmente efficiente nel suo razionalismo pratico e matematico…. Ciò giustifica il colonialismo, ma non giustifica il perché i popoli arabi (e musulmani) siano stati colonizzati”. Ma Bennabi, al contrario di Amin, va oltre il coraggio ed individua la causa prima di questa situazione ed introduce una nuova categoria: “… ciò è dipeso dalla loro colonizzabilità”.

In definitiva, dunque, i popoli arabi (e musulmani) sono stati colonizzati perché erano colonizzabili, sorpassati dalla loro arretratezza, dai lacci e lacciuoli di un’anomalia politica rappresentata da una religione che li governa nella quotidianità, dall’incapacità di superare il mito del califfato per un progetto politico moderno ed aperto.

Galal Amin avrà pure scritto trenta libri di successo.

Ma se se ne fosse letto uno, quello di Malek Bennabi, probabilmente eviterebbe di fare una crociata (perdonatemi il termine …) contro l’Occidente decadente (che però, strano, continua a piacere agli arabi emigrati), la tecnologia dilagante (che intanto permette a USA, Europa, Cina ed India di trainare il pianeta) ed il capitalismo (il comunismo s’è autodistrutto, cercasi alternative…). E si concentrerebbe piuttosto sulle teocrazie arabo-musulmane attuali, su una Umma sempre più orientata ad un mitico passato, su una colonizzazione che prosegue perché, parafrasando un detto popolare, cambiano i colonizzatori, ma il colonizzato resta sempre lo stesso.

E non certo per colpa dell’Occidente perfido e decadente.

Perchè, lo ricordino Amin e tutti gli arabi:
Nessuno può farvi sentire inferiore senza il vostro consenso (Eleanor Roosevelt)




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SOCIETA'
26 gennaio 2007
CANADA: IL BENGODI DEGLI INDENNIZZI!!!


Il Canada presenta le proprie scuse (e 10 milioni di dollari) ad un proprio cittadino espulso in Siria.

Venerdì 26 gennaio 2007

Tradotto da: Kritikon

 

Ottawa ha quest’oggi offerto 10 milioni di dollari (oltre alle scuse d’ufficio) ad un suo cittadino di origine siriana, Maher Arar, espulso dagli Stati Uniti in Siria. L’espulsione (avvenuta nel 2002) avvenne sulla base di errate informazioni trasmesse dall’intelligence canadese alle autorità statunitensi.

Ma il primo ministro canadese, M. Harper, è andato oltre, dichiarando senza mezzi termini il proprio dissenso verso le autorità statunitensi che, malgrado le assicurazioni di Ottawa, hanno mantenuto il nome di Arar e dei suoi stretti familiari nella lista nera delle persone indesiderate.

Siriano d’origine, ma di passaporto canadese, Maher Arar, 36 anni, fu arrestato dalle autorità statunitensi nel 2002, mentre egli faceva scalo a New York, per essere poi subito estradato in Siria, dove per un lungo anno venne incarcerato e torturato.

Nel settembre 2006, una commissione d’inchiesta canadese riabilitava Arer, condannando la gendarmeria canadese, colpevole di aver segnalato Arer quale “estremista islamico”.

In un primo momento Maher Arar aveva fatto causa al governo canadese, chiedendo un indennizzo record di 400 milioni di dollari, poi ridotto a 37. Quindi la decisione del governo canadese di offrire 10 milioni di dollari per chiudere io contenzioso.

Il passo del governo di Ottawa è stato tuttavia fortemente criticato da Washington, che già aveva mostrato irritazione per le “presuntuose richieste del ministro degli interni canadese, Stockwell Day, di depennare Arar dalle liste dei sospetti”.

Stockwell Day ha risposto che “il governo Canadese ha il diritto sacrosanto di difendere i propri cittadini quando li ritiene trattati in modo non equo dagli altri paesi”.

Poi M. Harper ha lasciato intendere che il suo governo è orientato ad agire in modo analogo in favore di tre altri canadesi, di origine araba, torturati in Siria tra il 2001 ed il 2004.

 

____

 

Una domanda s’impone.

Forse che tutti i canadesi vittime di errori giudiziari (e non sono pochi) hanno mai percepito prebende di importi così rutilanti?

O forse i politici canadesi hanno già a cuore il numeroso elettorato musulmano?

Harper, anziché a queste asimmetrie dell’indennizzo, farebbe bene a pensare al Québèc francofono. Che ogni giorno di più reclama la propria sovranità.

Lì, di certo, non basteranno dieci milioni di dollari….

 





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CULTURA
25 gennaio 2007
QUESTO L'AVEVO PROPRIO DIMENTICATO....

Bernard Lewis
I musulmani alla scoperta dell'Europa
Rizzoli


Sistemando la biblioteca m'è "ricicciato" fuori questo volume di Bernard Lewis che mi accompagnò al mare la scorsa estate.
L'ho trovato interessante per l'originalità dell'approccio ad alcune tematiche storiche. Magari, per carità, può apparire "pretenziosetto" nel voler analizzare i momenti "forti" del confronto islamico-cristiano dal cosidetto punto di vista arabo (prima) e turcomanno (poi). Spinge alla riflessione l'invito a pensare ad un'Europa medievale, arretrata ed incivile, che si riflette nelle opere e nella cultura islamica.
In particolare trovo difficile condividere il concetto di "dialogo", visto che spesso trattavasi di un monologo impreziosito dalla munificiente concessione del vincitore sui vinti.
Atteggiamento, questo, che emerge solo a tratti.
Ad un'attenta lettura appare allora che la famosa "apertura" islamica apparisse tale solo a causa dell'intransigenza cristiana. I primi applicavano il precetto del dhimmi, i secondi sterminavano i vinti.
Poi la storia è andata avanti.
L'Occidente ha superato la teocrazia e le monarchie elette da Dio. L'Islam è ancora li.
Ma il libro merita.




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politica estera
25 gennaio 2007
LA TURCHIA VIOLA IL DIRITTO DI ASILO POLITICO AI RIFUGIATI IRANIANI
        

La Turchia di Erdogan compie un ulteriore riavvicinamento al regime dei mullah, attuando il rimpatrio di tutti gli iraniani che la raggiungono nella speranza di trovare rifugio nelle democrazie occidentali.

Traduzione di: Kritikon (evidenziato mio)

 

Dal 1979 numerosi oppositori iraniani hanno trovato rifugio in Turchia, o comunque hanno tentato di attraversarla. Oppositori di ogni tendenza politica hanno cercato rifugio lì per il solo fatto che Ankara condividesse con l’Iran parte delle proprie frontiere.

Agli inizi della rivoluzione, i rischi maggiori per i fuggiaschi erano rappresentati dall’essere derubati dai poliziotti turchi. I fuggitivi speravano sempre di essere catturati dai militari turchi, che godevano fama di maggiore onestà. In seguito, la Repubblica Islamica mise in piedi una filiera operativa, incaricata del sequestro e del rimpatrio degli esiliati iraniani. Gli incaricati delle operazioni erano per lo più agenti del Vevak, accreditati come diplomatici presso l’ambasciata iraniana in Turchia.

L’attuale ministro degli esteri ha ricoperto a lungo quest’incarico in Turchia.

D’altronde, il regime dei mullah si è affrettato a chiudere un accordo con Ankara, accordo che permette alle unità di frontiera di Teheran di inseguire e catturare i fuggiaschi iraniani anche in territorio turco. In questo modo gli uomini dei Guardiani della Rivoluzione operano con regolarità incursioni in Turchia, spesso di oltre 40 chilometri, con lo scopo di intercettare e catturare i fuggitivi o, meglio, coloro che hanno trovato riparo provvisorio in attesa di allontanarsi ulteriormente.

Queste unità di rastrellamento operano sotto la direzione del Prefetto della provincia dell’Azerbaijan iraniano.

L’attuale desiderio turco di entrare nella comunità europea ha lievemente mitigato la paura dei rifugiati iraniani. Tutti, d’altronde, speravano una maggiore osservanza del rispetto dei diritti dell’uomo ed una migliore situazione per ogni altro rifugiato.

Malgrado quanto sopra, se la Turchia si dichiara entusiasta dell’idea di conformare i propri regolamenti a quelli europei, contemporaneamente ha pensato bene di limitare prima ed eliminare poi l’anomalia delle interferenze iraniane all’interno delle proprie frontiere.

Così, non saranno più i diplomatici iraniani ad occuparsi dei rifugiati, ma il governo turco in primis. Difatti, Ankara si garantirà del rimpatrio dei rifugiati iraniani, evitando le cavalcate dei Guardiani della Rivoluzione.

I rapporti fra Iran e Turchia sono complessi ed ambigui: la Turchia rifiuta il proprio spazio aereo agli aerei iraniani diretti in Siria, ma quando si tratta di respingere gli oppositori che cercano rifugio, ha addirittura inasprito la morsa. Questo giro di vite è senz’altro dovuto alla necessità, percepita da Ankara, di conservare la propria neutralità dinanzi alla politica nucleare avventuriera dei mullah.

Questo paese musulmano, diretto da islamisti, ha rinforzato la sorveglianza del proprio spazio aereo per compiacere al proprio alleato statunitense ed impedire il rifornimento in armi degli Hitzbullah. In compenso, la Turchia ha provveduto a saldare le proprie frontiere contro gli oppositori in fuga. Questo ha avuto un positivo riscontro di natura commerciale, almeno nelle province frontaliere. Non dimentichiamo che Ankara rassegna profitti non indifferenti dal contrabbando di benzina con l’Iran.

Non solo. Con una fava i turchi hanno catturato i due famosi piccioni. Mostrano solidarietà ad uno Stato musulmano e, contemporaneamente, si tutelano dalle infiltrazioni di falsi oppositori e veri agitatori (che potrebbero entrare in Irak, sempre via Turchia). Il difetto di questa politica complessa ed ambigua sta nel deterioramento delle qualità di vita dei rifugiati, condizioni già ampiamente difficili.

Oggi gli oppositori iraniani diffidano della Turchia e, in mancanza di meglio, cominciano a preferire il Pakistan islamico.

Ma anche altri paesi, malgrado non abbiano confini contigui con l’Iran, stanno provvedendo ad allinearsi con il metro fattivo dei turchi. Così, la Grecia è andata anche più in là. Ha riconsegnato alle autorità iraniane persone che già avevano ottenuto asilo politico da Atene. Iraniani convertiti al cristianesimo sono stati anch’essi espulsi. Un triste precedente che antepone interessi commerciali ai diritti dell’uomo.

 

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Mio nonno diceva che i soldi mandano l’acqua “pennensù”……

 

 









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11/09/2001