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POLITICA
22 giugno 2007
Turchia 4: l'importanza del peso militare di Ankara
 

UNA POTENZA MILITARE NUMERICAMENTE SUPERIORE ALL’ITALIA

Per l’articolo integrale clicca qui

Per la posizione strategica, che la vede collocata tra Asia ed Europa (geograficamente solo il 3% del suo territorio e l’11% della sua popolazione appartengono all’Europa), la Turchia deve prestare particolare attenzione agli Stati che la circondano.

Tranne i limes a nord-ovest che la mettono a contatto diretto con la Grecia e la Bulgaria (da cui difficilmente potrebbero giungere delle minacce) sono di tutt’altra valenza le vicinanze agli altri confini. A nord-est la Georgia, ad est l’Armenia, l’Azerbaijan e l’Iran, a sud-est l’Iraq e a sud la Siria. Rebus sic stantibus, la Turchia è consapevole che errate valutazioni nella sua politica estera, come in quella di sicurezza le potrebbero essere letali.

La Costituzione della Repubblica turca (fondata nel 1923 grazie al leggendario contributo di Mustafà Kemal Ataturk il Padre della Patria) prevede che nell’organizzazione della struttura difensiva del Paese, il capo di stato maggiore della Difesa sia nominato dal presidente in carica e che sia responsabile davanti al primo ministro. Al contempo il Consiglio dei ministri è responsabile verso il massimo organo assembleare turco denominato Grande assemblea nazionale turca (la quale detiene il potere di dichiarare lo stato di guerra e di inviare task force militari all’estero) per temi afferenti la sicurezza nazionale e la preparazione delle forze armate per la salvaguardia dello Stato.

Il capo di Smd turco è responsabile del buon andamento dello strumento militare come dell’operational readiness delle forze armate.

Alle sue dipendenze si trovano collocati i capi di Sm delle tre forze armate (esercito, marina e aeronautica). Curiosamente (costituisce un unicum tra gli altri Paesi) il ministro della Difesa è posto allo stesso livello del capo di Smd e con quest’ultimo deve lavorare in “close coordination and cooperation to fulfill their respective responsibilities”.

Una situazione del tutto particolare interessa le Gendarmerie forces e la Coast Guard.

Tali forze sono poste alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno in tempo di pace per cambiare cappello in tempo di guerra.

Le stesse forze transitano alle dirette dipendenze dell’esercito, la prima, alle dipendenze della marina la seconda.

Con un territorio esteso quasi quanto tre volte quello italiano, la Turchia dispone di una forza di terra consistente.

Si possono contare dieci corpi d’Armata, sei divisioni ben 40 brigate (meccanizzate e blindate), cinque comandi brigata e cinque brigate addestrative per le reclute e il mantenimento della capacità operativa degli effettivi. Le componenti tecniche e logistiche (come le sezioni legate alle comunicazioni, al genio e ai trasporti) sono inquadrate all’interno dei reparti e hanno funzioni nel complesso marginali.

Anche un osservatore non competente si rende conto che l’arma base (ovvero la fanteria) detiene il ruolo principale.

Al contempo, avendo per confini il Mar Nero tra la Bulgaria e la Georgia, il Mare Egeo e il Mar Mediterraneo tra la Grecia e la Siria, la Turchia non sottovaluta la propria componente navale.

La marina è infatti dotata di una flotta che ha in organico 13 sottomarini, 20 fregate, 21 navi da pattugliamento veloce, 21 dragamine, 52 mezzi da sbarco e 23 elicotteri da ricognizione.

Con una componente così articolata e di discrete dimensioni – per mezzi e personale - la marina turca è in grado di partecipare a operazioni congiunte a carattere internazionali come a esercitazioni in tutto il Mediterraneo.

Da notare come i sottomarini della flotta possano allontanarsi dalla Turchia di 15mila miglia nautiche e ritornare senza necessità di rifornimento (lasciando intuire un ottimo livello tecnologico).

La forza aerea è composta da 19 squadroni da combattimento, da due squadroni da riconoscimento, da cinque squadroni addestrativi, da sei impiegabili nel trasporto e da altre piccole componenti per esigenze minoritarie. Contrariamente a quanto si sarebbe portati a supporre, dopo la US Air Force, l’aeronautica turca presenta il più alto numero di F-16 nel mondo – con tutta probabilità retaggi strategici anti-sovietici risalenti alla Guerra Fredda - che permette al Paese della Mezzaluna di partecipare a tutte le esercitazioni oltremare.

La flotta aerea ha completa capacità di rifornimento in volo e può permettersi di raggiungere esercitazioni in atto nel cuore dell’Europa e ritornare alle proprie basi in Turchia nello stesso giorno.

In aggiunta, il volare direttamente verso gli Usa attraverso l’oceano atlantico e il ritornare in modo del tutto autonomo non è cosa impossibile per la componente aerea turca.

Ankara ha sempre optato per una politica apertamente anti-sovietica e filoatlantista nel corso del tempo.

Tra i membri della Nato è caratterizzata da forze armate convenzionali seconde solo a quelle degli Usa, a detta di molti commentatori (sembra però difficile da credere).

In campo militare ha stipulato recentemente accordi militari con Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakhstan.

Sembra dunque che Ankara guardi con profonda simpatia a occidente, ma non possa sottrarsi dal considerare pure gli altri fronti.




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SOCIETA'
5 giugno 2007
Turchia 3: un'opinione da destra della storia sul Bosforo

Storia
Le radici turche dell’Europa

di Luciano Lanna


Proseguire sulla strada dell’adesione della Turchia all’Unione Europea è un modo “per dimostrare che l’Islam può essere compatibile con l’Europa e i suoi valori, fra i quali i diritti umani”.

Lo ha recentemente ricordato il commissario Ue all’allargamento, Olli Rehn.

Le diplomazie e la politica sono da tempo al lavoro.

Ma – al di là dei processi diplomatici e burocratici degli esperti di Bruxelles – ciò che ha sbloccato le resistenze e cambiato improvvisamente le carte in tavola è stato senz’ombra di dubbio il viaggio apostolico di Papa Ratzinger in Turchia.

“Ho lasciato il mio cuore a Istanbul” ha commentato il Santo Padre al ritorno, rendendo plastica la sua sensazione di affinità con l’Europa del grande paese cerniera tra Occidente e Oriente.

Prima della visita ratzingeriana la stessa Santa Sede si limitava a richiamare l’attenzione sulla questione della libertà religiosa: prima di decidere per l’ammissione di Ankara, l’Unione Europea avrebbe dovuto verificare soprattutto su questo punto la compatibilità della situazione turca con i principi democratici e di libertà condivisi da tutti gli altri Stati membri.

Favorevoli a questa posizione erano soprattutto i cardinali Roberto Tucci e Sergio Sebastiani, quest’ultimo per dieci anni nunzio apostolico ad Ankara.

Dietro di loro il fatto che per l’integrazione della Turchia fossero i vescovi cattolici turchi e il Patriarcato di Costantinopoli, i quali sostenevano che il processo di integrazione avrebbe “ancorato” la Turchia alle democrazie europee e sarebbe stata una chance per la piena maturazione della libertà religiosa nella “troppo laicista” repubblica voluta a suo tempo da Kemal Ataturk.

E subito dopo la sua elezione al soglio pontificio Papa Ratzinger aveva espresso il suo desiderio di andare in Turchia per far visita al Patriarca di Costantinopoli.

Ma l’invito delle autorità turche ha impiegato sette mesi per maturare e realizzare l’incontro storico tra il pontefice cattolico e il grande paese islamico.


Il grosso delle difficoltà, nelle trattative per la preparazione del viaggio, era forse dipesa da una residua diffidenza, nell’ufficialità e nell’opinione pubblica turca, rispetto ad alcune vecchie opinioni del cardinale Ratzinger sulle radici europee e al più recente, e frainteso a causa di una strumentalizzazione dei media, discorso di Ratisbona sui rapporti tra cristiani e Islam.

Poi, improvvisamente, alla vigilia della partenza del Papa da Roma, il cardinale Tarcisio Bertone fa sapere di auspicare pubblicamente che la Turchia “possa realizzare le condizioni poste dalla Comunità europea per l’integrazione in essa”. Da quelle parole, l’improvvisa accelerazione. Di colpo, il mutamento.

Dietro tutto, la consapevolezza che tra Roma e Istanbul, tra San Pietro e la Moschea Blu si stava giocando una grande partita storica.

“La Turchia – ha spiegato il vaticanista Marco Politiè un balcone naturale affacciato sul Medio Oriente, dove oggi più che mai tutto lo scenario è in movimento e si aprono tra rischi e opportunità pagine impreviste per la Terrasanta e la stessa iniziativa della Chiesa cattolica in regioni dove la presenza cristiana è millenaria”.

Chi può dimenticare, infatti, che proprio la Turchia fu la terra della prima grande evangelizzazione apostolica, della predicazione di San Paolo, nativo di Tarso in Anatolia, e di tanti martiri della fede cristiana?

E chi può sottacere il fatto che l’esasperato laicismo radicale ereditato da Ataturk, che nega il riconoscimento giuridico degli enti ecclesiastici, non era stato pensato originariamente in funzione anticristiana?

Ma che piuttosto fu istituito – nel modo in cui è tuttora gelosamente custodito dalla classe militare che a suo modo “tutela” la Costituzione – soprattutto per bloccare l’influenza sulla politica del clero integralista musulmano?

Ecco perché la Turchia è un mosaico complesso e articolato, la cui identità a più strati non è semplificabile nello schema di un paese islamico. E i nodi da affrontare sono complessi, fors’anche contraddittori al loro interno, ma vanno affrontati con mano delicata e saggezza diplomatica se non si vuole che Ankara – per tanti decenni alleata dell’Occidente – prenda la china del fondamentalismo islamico in voga dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.


Si gioca anche su questo la sfida del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, leader di un partito musulmano ma moderato e europeista, nella difficile ma ambiziosa ricerca di una possibile terza via islamica, oltre sia la deriva fondamentalista che il vecchio e autoritario laicismo kemalista.

La Turchia è oggi un crocevia importante della situazione geopolitica contemporanea e il suo ancoraggio all’Europa è la chiave per delineare una certa idea della globalizzazione e dei rapporti internazionali alternativa al modello improntato allo “scontro di civiltà”.

E in gioco non è tanto l’identità turca quanto, soprattutto, quella europea.

Del resto, la storia e le radici non si cancellano.

Perché non ricordare che proprio in Anatolia si colloca la storia stessa del mito classico di Europa e che, ad esempio, qui era situata la città di Troia, tanto cara alla nostra memoria identitaria?

E perché mettere il silenziatore alla vicenda dei Padri cappadoci o ai tanti secoli dell’impero bizantino?

E chi può negare che, almeno sino al 1956, Istanbul fosse una città europea e occidentale, abitata soprattutto da famiglie italiane, greche e francesi?

Quando parliamo della Turchia alludiamo d’altronde a una grande realtà politica e culturale che, in realtà, ha circa un millennio di vita e un’identità così complessa che non può essere per nulla neanche comparata a quella di un paese arabo o mediorientale.

E la Turchia in Europa c’è già stata, per un millennio e anche più.

Certo, il fatto centrale di oggi non riguarda tanto l’eredità ottomana quanto quella del kemalismo che – va comunque ricordato – è un fenomeno d’impianto europeo e originatosi per emulazione dei nazionalismi d’inizio Novecento.


La rifondazione turca successiva alla fine della Grande Guerra è stata, per opera del cosiddetto padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk, un fenomeno politico ispirato al laicismo e al nazionalismo europei e alla separazione otto-novecentesca tra istituzioni religiose e statualità.

Oltretutto lo stesso kemalismo è stato meno coinvolto di quanto si possa pensare nel genocidio del popolo armeno avvenuto nel biennio 1915-16, che Mustafà Kemal già allora aveva avversato duramente.

Il fatto reale è che il kemalismo mise in piedi un sistema giudiziario autoritario e intollerabile, per cui – ad esempio – è ancora oggi un reato penale dichiararsi curdo o negare la laicità dello Stato.

Ma si tratta di residui di un tormentato passato novecentesco non certo di un dispotismo futuro come vorrebbero far credere tanti turcofobi.

Un passato a cui appartiene anche la “questione di Cipro”, l’isola che dovrebbe invece essere unificata in uno Stato binazionale sul modello svizzero o belga, consentendo finalmente ai profughi greci espulsi nel 1974 di poter tornare a casa.

Sono già passati 47 anni dalla prima richiesta di adesione della Turchia e l’impressione generale è che si continui a tergiversare, dopo aver imposto dei criteri – quelli cosiddetti di Copenhagen – voluti per la sola Ankara, di volta in volta introducendo nuovi ostacoli, alibi ritardanti, paure artatamente introdotte nel dibattito. Prevarrà l’Europa di Ratzinger o quella delle burocrazie di Bruxelles? Sta tutto dentro questa scommessa il futuro della Turchia.
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Luciano Lanna, giornalista e scrittore, direttore responsabile del Secolo d’Italia
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POLITICA
4 giugno 2007
Turchia 2: il passato negato del genocidio armeno.

Opinion leader. Taner Akçam

Il tabù del genocidio degli armeni

intervista di Maurizio Stefanini

 

Il 24 aprile 1915 iniziò il genocidio che portò alla morte di un milione e mezzo di armeni, e che il governo di Ankara ha continuato a negare. Gli intellettuali, in compenso, hanno da tempo iniziato a muoversi.

Il primo che osò violare il tabù fu Taner Akçam: storico, fu arrestato 23enne nel 1976 e condannato a 10 anni di reclusione.

Dopo un anno, però, riuscì a fuggire in Germania. Amnistiato nel 1993, vive negli Stati Uniti, dove insegna alla University of Minnesota.

E a questo tema scottante ha dedicato nel 2004 un testo in inglese che è stato tradotto l’anno dopo in italiano col titolo Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero ottomano alla Repubblica edito da Guerini e Associati “Da una parte – sostiene Akçam – c’è la storiografia turca o filo-turca, che tradizionalmente studia il modo in cui le grandi potenze iniziarono a spartirsi l’Impero Ottomano, fino a provocarne il collasso. Ma non si occupa del genocidio armeno, se non in modo marginale. Dall’altra c’è la storiografia armena o filo-armena, che segue l’approccio esattamente opposto. Il mio tentativo è stato quello di gettare un ponte tra queste due impostazioni, mostrando come il genocidio armeno fu una risposta alla crisi dello Stato ottomano”.

 

Nella storiografia italiana del fascismo c’è una corrente che ha usato la categoria di “autobiografia della nazione”. Questo libro sembra avere un approccio analogo: la negazione del genocidio armeno come autobiografia della nazione turca.

In particolare per la mancanza in Turchia di una moderna borghesia liberale, dal momento che la moderna borghesia turca nasce proprio dalla spoliazione delle borghesie cristiane dell’Anatolia.

 

E’ così. La borghesia liberale nell’Impero Ottomano era composta tutta da cristiani: greci, armeni e balcanici. Sterminandoli o espellendoli la Turchia uccise i propri modernizzatori.

E poi in Turchia c’è stato in comune coi vari fascismi europei il timore di una nazione che si percepisce in pericolo d’estinzione.

E’ vero che poiché c’era di mezzo anche un sentimento di onore nazionale ferito, la vittoria militare di Kemal nel 1922 impedì che in Turchia si affermasse un fascismo vero e proprio.

Però non ci fu neanche quel processo di riflessione che altri paesi hanno vissuto quando il fascismo è caduto. Dunque, questo sentimento di timore per la propria sopravvivenza nazionale in Turchia esiste ancora, e spiega la rimozione del dramma armeno.

 

 

Oltre al suo è stato tradotto in Italia La Turchia contemporanea di Hamit Bozarslan. E’ interessante la convergenza di analisi sull’Akp, il partito islamico oggi al governo. Entrambi ritenete che proprio l’Akp, in quanto estraneo alla lobby militare al potere, possa supplire alla funzione modernizzante propria di una borghesia liberale inesistente.

 

Per la prima volta in 85 anni di storia turca un potere estraneo ai militari ha infranto le regole del gioco. E’ un processo che certamente è interessante osservare. Non credo che l’Akp sia a rischio di involuzione fondamentalista. Questa è propaganda. Più che altro, in questo momento stiamo assistendo a una guerra di simboli.

 

 

Sia lei che Borgaslan concordate anche nel rilevare il paradosso alla radice del nazionalismo turco. E’ un movimento che ostenta un’ideologia laicista, ma che ha costruito la propria definizione della nazionalità turca sulla base della religione.

 

E questo è ancora un problema. Non solo la nazionalità turca si basa sull’Islam, ma sull’Islam sunnita hanafita, con esclusione degli sciiti aleviti e dei curdi shafiiti.

 

 

Altro paradosso: sarebbero i militari e non il partito islamico a opporsi effettivamente all’ingresso della Turchia nell’Ue, al di là delle dichiarazioni formali…

 

Loro sostengono che sarà l’Europa a dirci di no.

La mia opinione è che per questo gruppo dirigente i problemi inizierebbero proprio se l’Europa dicesse di sì.

 

 

Nel libro è ricordata la frase di Voltaire che rimpiange di non potersi arruolare nell’esercito della zarina Caterina per andare a combattere contro i turchi.

In effetti però lui e gli altri illuministi avevano un’idea positiva della tolleranza che l’Impero Ottomano garantiva alle altre religioni, e che ritenevano maggiore di quella dell’Europa della loro epoca.

 

Probabilmente nel XVIII secolo Voltaire non aveva tutti i torti nel ritenere che l’Impero Ottomano fosse più tollerante della Francia.

Ma, appunto, era una tolleranza basata sull’ineguaglianza.

Nel XX secolo l’Europa era già passata a una diversa e più avanzata concezione, basata sull’eguaglianza tra tutti i cittadini qualunque fosse la loro fede. E ciò l’Impero Ottomano non riuscì ad accettarlo.

 

 

Lei ha scritto che nel Codice Penale turco è stato considerato reato menzionare il problema curdo, ma non lo è mai stato parlare del genocidio armeno, è semplicemente questione di impossibilità psicologica. Lei però è stato condannato…

 

Non per la questione armena. Nel Codice Penale turco c’erano due precisi divieti: parlare di classi sociali e parlare dei curdi. Io violai entrambi, e fui accusato sia di propaganda comunista che di propaganda curda. Ora il Codice è cambiato, ma vi restano vari articoli che possono essere usati in modo indiretto per reprimere chi parla del genocidio armeno.

 

 

Lei ha avuto anche problemi per aver detto che Kemal riconobbe il genocidio armeno. Eppure in Occidente c’è la percezione che Kemal sia stato uno dei responsabili.

 

Kemal non stava nei luoghi del genocidio al tempo in cui fu consumato, e poi lo condannò. E’ vero invece che vari organizzatori del genocidio si unirono alle sue forze al momento della creazione del movimento di resistenza contro gli Alleati. Però la condanna di Kemal potrebbe già costituire una buona base per iniziare a rompere il tabù.

 

 

La sua condanna per propaganda comunista è abbastanza sorprendente, visto il tono del suo libro.

 

Io sono stato marxista fino agli anni ’80. Ora mi classifico invece come uno studioso critico di approccio liberale, anche se evidentemente il marxismo ha influito sulla mia formazione.

 

 

La Turchia oggi. E’ democrazia o no?

 

Dipende dal punto di vista da cui la si guarda. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

 

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Maurizio Stefanini, giornalista è collaboratore del Foglio e di Ideazione. Esperto di geopolitica e geo-economia, si occupa con particolare interesse dell’America Latina, dell’Africa e dell’Estremo Oriente.

 

 




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POLITICA
3 giugno 2007
Turchia 1: diesamina strategica

 

 

 

Strategia
Barriera o ponte: i possibili ruoli della Turchia

di Carlo Jean


Durante la guerra fredda la Turchia ha giocato un ruolo essenziale per la sicurezza dell’Occidente. Ha presidiato il fianco Sud della Nato, impedendo la penetrazione sovietica verso il Mediterraneo e, assieme all’Iran dello Shah allora alleato degli Stati Uniti, verso il Golfo. Ha costituito anche un avamposto occidentale verso Est.

Dopo il crollo del muro, il ruolo geopolitico della Turchia è completamente mutato. È divenuto più importante, ma si è differenziato a seconda che venga considerato da un’ottica americana o da una europea. Muterà ancora a seconda che i legami di Ankara con Bruxelles divengano più organici e che la Turchia entri a far parte dell’Ue, oppure che il processo di ammissione nell’Unione rallenti o si interrompa, portando la Turchia ad assumere una posizione geopolitica autonoma nella quale prevarrebbero le sue radici islamiche.

Il primo ruolo geopolitico che può giocare la Turchia è quello di avamposto dell’Europa verso il Medio Oriente, il Golfo e il Caucaso. La possibilità di svolgere tale ruolo è subordinata a diverse condizioni.

Innanzitutto, all’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

Poi, al fatto che l’Europa si risvegli dal suo attuale “torpore” o “paralisi geopolitica” e si metta in condizioni di avere una politica estera veramente comune, dotandosi anche dei mezzi necessari – militari e non – per realizzarla.

Di fatto, queste due prime condizioni sono contraddittorie.

L’ammissione della Turchia nell’Unione consente un’esportazione della stabilità istituzionale, sociale ed economica europea, ma comporta l’importazione di instabilità o, quanto meno, una maggiore disomogeneità in Europa.

Essa renderebbe ancora più difficile una politica comune.

Perché tale pericolo non si materializzi occorre un rafforzamento dei legami transatlantici. L’esperienza del passato ha dimostrato come non solo contro, ma anche senza gli Stati Uniti, l’Unione Europea tenda a dividersi.

Quindi, perché la Turchia possa giocare appieno il ruolo di avamposto occorre che l’Occidente sia in grado di conciliare percezioni ed interessi europei ed americani, che nel Medio Oriente e nel Golfo sono oggi spesso contrapposti.

Evidentemente la Turchia si presterà a giocare tale ruolo solo se avrà benefici politici ed economici, tali da indurla a proseguire nel processo di modernizzazione del paese e a consolidare il secolarismo istituzionale rispetto all’islamismo.

Come già accennato, qualora la Turchia non dovesse essere ammessa all’Unione e si determinasse il prevalere di tendenze nazional-islamiste, essa potrebbe giocare un ruolo inverso: quello di avamposto dell’Islam verso l’Europa.


Il secondo ruolo che può giocare la Turchia sarebbe quello di barriera, cioè di Stato cuscinetto fra l’Europa e il Medio Oriente.

Sarebbe un ruolo analogo a quello che ha svolto durante la guerra fredda nei confronti dell’Urss.

Beninteso, Ankara potrebbe accettare di svolgere tale ruolo solo in cambio di benefici adeguati. Essi dovrebbero essere soprattutto economici con forti sostegni anche finanziari, e configurerebbero quella sorta di special partnership che taluni politici europei hanno proposto in alternativa alla membership turca nell’Unione.

Si tratta di un’eventualità che ritengo alquanto improbabile, anche in relazione all’orgoglio e al nazionalismo turco: l’azione di tali fattori potrebbe travolgere la difesa delle componenti più occidentalizzate della società turca, dalla borghesia imprenditoriale alle forze armate. L’islamismo populista avrebbe quindi grandi probabilità di prevalere.

Il tentativo di strumentalizzare la Turchia, come barriera a protezione dell’Unione, finirebbe quindi per trasformare il ruolo geopolitico turco in quello di avamposto dell’Islam verso l’Europa. Ciò comporterebbe fra l’altro la fine di ogni progetto o speranza di democratizzare l’Islam. Inevitabilmente la Turchia sarebbe risucchiata verso l’Iran e, tramite esso, verso la Cina. La linea di contatto fra Cina e Occidente potrebbe spostarsi addirittura al Mediterraneo Orientale.


Un terzo ruolo geopolitico che gioca la Turchia è quello di ponte.

Tale ruolo di collegamento – che potrebbe essere sia cooperativo che competitivo – è proteiforme.

In primo luogo, la funzione di ponte sarebbe fra l’Europa, il Medio Oriente, il Golfo, il Caucaso e l’Asia Centrale.

In secondo luogo, tale ruolo si esplicherebbe fra gli islamismi moderati, almeno in parte secolarizzati, compatibili con i principi di democrazia e di libertà occidentali.

In terzo luogo, il territorio turco servirebbe da ponte per i rifornimenti energetici dell’Europa. L’Unione Europea potrebbe affrancarsi almeno parzialmente dalla dipendenza dall’instabile area del Golfo da un lato e da quella della Federazione Russa dall’altro, contenendo anche le tendenze di quest’ultima ad utilizzare petrolio e gas come strumenti di pressione politica.

Il Blue Stream fra Baku, Tbilisi e Ceyhan potrebbe essere ulteriormente potenziato per consentire l’accesso al petrolio del Kazakistan e al gas del Turkmenistan.

Con la stabilizzazione dell’Iraq, potrebbe essere ripristinato l’oleodotto fra Kirkuk e Ceylan.

Esso avrebbe un ruolo analogo per il Sud Europa a quello del Baltic Stream di Putin e Schröder per il Nord.

Le royalties che riceverebbe la Turchia faciliterebbero il rafforzamento della sua economia, già peraltro uscita negli ultimi cinque anni dalla crisi che aveva conosciuto nel decennio precedente. Tali tre ruoli della Turchia coesistono nella politica estera di Ankara, con importanza variabile a seconda del contesto interno ed esterno. Il fattore fondamentale al riguardo sarà costituito dall’ammissione o no della Turchia nell’Ue.

Carlo Jean, professore di Studi strategici alla Facoltà di Scienze politiche Luiss-Guido Carli di Roma, è direttore del Centro Militare di Studi Strategici (Cemiss).

 

 




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11/09/2001