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Spigolature di attualità, politica e religione
29 marzo 2010
Iraq: elezioni "buone" per forza....

 

Exit strategy




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18 marzo 2010
Dopo l'era Del Ponte, giustizia internazionale nel pantano

 

Giustizia e Politica: due treni diversi

giovedì 18 marzo 2010
di Maurizio De Santis




Ma che fine ha fatto la giustizia internazionale?
Passata prima la “buriana” kosovara, con i balletti attorno al morente Milosevic e allo psichiatra matto, Rodovan Karadzic, e poi quella irachena, con l’esemplare condanna del perfido Saddam, il teatrino s’è dissolto.
A dare una “ripassatina” ai corti di memoria c’ha pensato Carla Dal Ponte, il mastino italo-svizzero che, esaurito il compito di cui sopra, gradito a certi circoli politici, è stato poi rimosso dall’incarico. Spedita a ridosso della Terra del Fuoco, sotto pomposo incarico diplomatico, prima che mettesse mano allo scottante dossier del traffico di organi orchestrato dal primo ministro kosovaro Hashim Taci (detto il serpente), dall’impressionante curriculum zeppo di crimini di guerra.
Il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ha pensato bene di procedere con il sistema delle Commissioni d’inchiesta. Strumento che spesso permette di stabilire i fatti e, soprattutto, di ricostruire le catene gerarchiche nei crimini di massa.
Metodo valido per ricostruire pianificazioni di Stato o crimini militari, ma alquanto lacunoso allorquando ci si trova di fronte a violenze tra vicini o, comunque, a massacri sorti su iniziative sporadiche e non legate a progetti preordinati.
C’è poi l’indubbio aspetto diplomatico.
Perché, dunque, applicare la giustizia risulta così problematico?
Forse perché non è tanto la giustizia che disturba, quanto piuttosto fare emergere le mille verità.
Basti vedere che fine abbia fatto un giudice scomodo come Garzon, in Spagna. Un uomo che, volendo aprire vecchi bauli impolverati, ha di fatto scatenato un’infinita diatriba politica sulle reali implicazioni partitiche nella guerra civile in Spagna. Dove emergeva che i vincitori avevano fatto scempio dei vinti. I quali, a loro volta, e contrariamente al canovaccio del buono e del cattivo, non erano affatto stati teneri con i loro compatrioti.
Qualcosa di analogo, con le nostrane foibe, è stato accuratamente “devitalizzato” dai poteri trasversali italioti.
Detto ciò, le pressioni politiche esistono in tutti i sistemi di giustizia, nazionali ed internazionali.
È possibile porre fine all'antagonismo tra la ricerca della pace che passa per la politica e la giustizia internazionale?  
Apparentemente, proprio no.
L’ultimo esempio ci è dato dalla vicenda del presidente sudanese Omar al-Bachir.
Condannato dalla Corte di Giustizia internazionale, per crimini di guerra in terra di Darfur, ha trovato manforte e protezione prima nella Lega Araba, poi dalla stessa OCI (Organizzazione per la Conferenza Islamica). Quasi che essere arabo prima e musulmano poi, potesse dare il diritto di deroga sul divieto di accoppare non arabi e non musulmani.
Dunque, le esigenze politiche e quelle di giustizia viaggiano su binari assolutamente diversi. La prima ha tempi prossimi ad un treno ad Alta Velocità, la seconda è troppo simile ad un locale, che ferma pure dietro casa.
La giustizia lavora sul passato ed il lungo termine, procacciando strumenti preliminari indispensabili alla riconciliazione.
La politica, invece, è strutturata sull’immediato.
Con il risultato che tutto s’è fermato.
“Anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno” (Hesse). Ma questo è troppo.




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14 marzo 2010
Qualcosa si muove nel medioevo arabo sunnita
 

Il Capo della diplomazia del Bahreïn: "Israele è sempre esistito ed esisterà per l'eternità"

Tratto da: drzz.info

11 marzo 2010
Tradotto da: Kritikon

L’episodio ha generato moltissimo rumore nel ministero degli esteri.
Se ne parla reiteratamente, spesso a mezza bocca ma, tutti i diplomatici ed i notabili presenti al fatto, confermano ciò che è avvenuto alcuni giorni fa a Washington!
In quella circostanza, il ministro degli esteri del Bahrein, Sheikh Khaled ben Ahmad Al-Khalifeh, ha rilasciato una dichiarazione di quelle che non si scordano facilmente (citazione del Maariv).
In occasione di una riunione a Washington, con rappresentanti delle maggiori lobby israeliane, ecco la dichiarazione a sensazione: “Tutti sanno bene che Israele beneficia di una presenza storica in Medio Oriente e che esisterà per l’eternità”.

I testimoni sono numerosi.
Presenti i rappresentanti del movimento religioso Habad, dell’ AIPAC, della Commissione ebraico-americana, dell'agenzia Ben Bright, oltre al rappresentante del ADL (Lega anti-diffamazione) e numerose personalità ebree influenti.
Sheikh Khaled avrebbe aggiunto: “Quando tutti saranno coscienti di queste realtà, sarà facile giungere alla pace tra i paesi della regione e Israele”.
L’ambasciatrice del Bahreïn negli Stati Uniti, Hoda Azra Nounou, che voci insistenti vorrebbero ebrea partecipava alla riunione.
Non dimentichiamo che l'anno scorso, il principe ereditario del Bahreïn, Sheikh Salmane Ben Hamad Al-Khalifeh aveva già richiesto del mondo arabo di “scuotersi un po’. Di andare a parlare agli Israeliani nei loro mass media. Se vogliono realmente la pace, perché non parlano? I ministri israeliani non parlano alle nostre reti televisive?”
Purtroppo il Barheïn è messo sotto pressione eterna dei paesi arabo-musulmani che gli proibiscono di firmare un accordo di riconoscimento.
Ma al ritmo con il quale mutano le cose, tutto può cambiare.
E rapidamente!




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12 marzo 2010
Dopo la Svizzera, scricchiola anche l'Olanda
 



Olanda: stanchi del politically correct

giovedì 11 marzo 2010
di Maurizio De Santis




Il 12 febbraio 2009, il deputato olandese Geert Wilders venne respinto all'aeroporto di Heathrow, come indesiderabile.
Manco fosse un nipotino di Bin Laden.
Autore di questa squisitezza diplomatica fu Jacqui Smith, ministro dell'interno britannico. Questi, adducendo come motivazione le opinioni espresse dal politico olandese, denunciò di non poter garantire la sicurezza pubblica.
A dargli manforte, nel gesto umiliante, intervenne nientemeno che David Miliband, ministro degli esteri. L’ineffabile David accusò Wilders di aver prodotto una pellicola (Fitna), carica di odio ed islamofobia. Salvo appurare, poi, che non l’avesse neanche visionata …
Il divieto di ingresso in Gran Bretagna, per un reato di opinione, si rivelò un autentico schiaffo alla legalità europea e, piacesse o meno ai sinistrorsi europoidi, costituì un vero e proprio affronto al popolo olandese.
Ma il peggio era di là dal venire.
Il 30 giugno 2008, la Corte olandese annunciò che le dichiarazioni di Geert Wilders sui musulmani non giustificavano alcun luogo a procedere, dato che erano espresse “nel quadro di un pubblico dibattito”.
Ma, il 21 gennaio 2009, la Corte d' appello d' Amsterdam, pressata da una valanga di ricorsi, ordinò alla Corte di perseguire Geert Wilders per “istigazione all’odio ed alla discriminazione”.
Decisivo apparve l’accostamento, fatto da Wilders, tra la religione musulmana ed il nazismo.
Fatto piuttosto singolare per un governo che, in occasione del Kristallnacht (Notte di cristallo) organizzata dagli euro-palestinesi, non proferì favella dinanzi a slogan del tipo: “morte agli ebrei”, “morte ad Israele”, “fuggite come cani sciolti, maledetti Kuffar” (miscredente, in arabo).
Ancor più grave se si considera che l’Olanda è la terra dove, nel nome dell’islamo-comunismo, hanno bellamente accoppato due politici di rilevo: Pim Fortuyn e Theo Van Gogh.
Il recente trionfo di Wilders ed il suo PVV, non solo “bissa” le europee del giugno 2009, ma mette alle corde quella misteriosa legge politica non scritta, che vorrebbe come realmente democratici solo i voti favorevoli al centrosinistra convenzionale.
Così, il 16 per cento degli olandesi si scopre, di colpo, “razzista”. L’europarlamentare socialista, di origine turca, Emine Bozkurt, tuona contro la decadente democrazia olandese (d’altronde, dall’intonsa Turchia…), definendo il voto “scandaloso e deludente”.
Bozkurt dimentica magari che l’Olanda è il paese dove decine di immigrati marocchini (con tanto di duplice cittadinanza), pur ricoprendo cariche importanti nel paese, svolgevano il doppio gioco a favore dei servizi segreti di Rabat.
Per molto meno, in Turchia, ci sarebbe scappata una bella teoria di morti accoppati.
Si sta plasmando un clima politico edulcorato.
Gli intervistati, dinanzi ad un microfono, dichiarano quello che è “politically correct”, salvo poi votare (nel segreto dell’urna), in base alle sensazioni ricavate dal vissuto quotidiano.
Vedi la Svizzera ed il referendum sui minareti. Vedi le clamorose risultanze anti-islamiche, nei sondaggi portati avanti da El Pays (Spagna) e L’Express (Francia).
Meglio tornare a Bismark, che sosteneva come “la politica fosse l’arte del possibile”.
Non dei sogni.




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11 marzo 2010
Corte di Cassazione: dietro-front sui clandestini
 


Cassazione: clandestini vanno espulsi anche se i figli minorenni vanno a scuola

L'esigenza di garantire la tutela delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei bambini

11 marzo 2010


MILANO - Marcia indietro della Cassazione sugli immigrati: i clandestini con figli minori che studiano in Italia non possono chiedere di restare nel nostro Paese sostenendo che la loro espulsione provocherebbe un trauma «sentimentale» e un calo nel rendimento scolastico dei figli.
Secondo il nuovo orientamento della Suprema corte, che smentisce una propria recente sentenza, l'esigenza di garantire la tutela alla legalità delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei minori.
Una decisione che ha sollevato molte critiche, nella politica tra le file dell'opposizione e nel mondo delle associazioni.
Persino l'Onu ha commentato la vicenda, per bocca dell'alto commissario per i diritti umani Navi Pillay, che ha parlato di «decisione preoccupante». «Devo confrontare tale sentenza con la giurisprudenza già esistente sulla difesa e la tutela dei diritti dei bambini - ha aggiunto - Tuttavia ho ricevuto garanzie e assicurazioni dal ministro Frattini riguardo alla protezione e tutela dei figli di immigrati».

LE MOTIVAZIONI - Con la sentenza n. 5856 la Cassazione ha respinto il ricorso di un albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori, residente a Busto Arsizio (Varese): chiedeva di poter restare in Italia in nome del diritto del «sano sviluppo psicofisico» dei suoi bambini che sarebbe stato alterato dall'allontanamento del papà.
I supremi giudici hanno risposto che è consentito ai clandestini la permanenza in Italia per un periodo di tempo determinato solo in nome di «gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d'emergenza».
Queste situazioni d'emergenza, però, non sono quelle che hanno una «tendenziale stabilità» come la frequenza della scuola da parte dei minori e il normale processo educativo formativo che sono situazioni di «essenziale normalità».
Se così non fosse, dice la Cassazione, le norme che consentono la permanenza per motivi d'emergenza anche a chi è clandestino finirebbero con il «legittimare l'inserimento di famiglie di stranieri strumentalizzando l'infanzia».
Con questa pronuncia i supremi giudici superano la precedente decisione della stessa Cassazione che aveva dato il via libera alla permanenza di un papà clandestino, definendola «riduttiva in quanto orientata alla sola salvaguardia delle esigenze del minore, omettendone l'inquadramento sistematico nel complessivo impianto normativo» della legge sull'immigrazione.

PD: ERRORE GRAVE - Il verdetto ha sollevato diverse critiche nelle file dell'opposizione. I deputati del Pd Jean-Leonard Touadi e Guido Melis scrivono: «La scuola è un grande fattore di integrazione, che molto bene può operare nel riassorbire i problemi legati all'irregolarità, avviando un percorso di nuova cittadinanza. È un errore gravissimo far prevalere invece le ragioni del respingimento condannando anche i figli insieme con i padri».
Antonio Borghesi (Idv): «Questa sentenza è frutto delle leggi razziste e inutilmente crudeli del governo Berlusconi».
Per Paolo Ferrero, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, «la marcia indietro della Cassazione corrisponde a una sentenza inumana, aberrante e indegna di un Paese civile».
Il Pdci con Maurizio Musolino parla di «sentenza che lascia sbigottiti, un ulteriore passo verso la barbarie»; i Verdi con Cristina Morelli di «sentenza che lascia senza parole, somiglia molto a quella in cui i giudici della Cassazione stabilirono che non poteva esserci stupro se la vittima indossava i jeans». Savino Pezzotta, candidato dell'Udc alle regionali in Lombardia, parla di «un'esagerazione»: «Così non si fa altro che creare tensione».

UNICEF: CAOS - Dal mondo delle associazioni, la Caritas ritiene che la sentenza non rappresenti «un pericolo»: «La Cassazione verifica caso per caso - afferma il responsabile immigrazione Olivero Forti - Penso quindi che in questo specifico caso, abbia verificato che non veniva pregiudicato lo sviluppo psicofisico del minore. Non ho elementi per dire che con questa sentenza viene meno il principio del sano sviluppo del minore rispetto alla posizione irregolare del genitore».
Per l'Unicef aumenta lo stato di caos che esiste in materia: «Il legislatore dovrebbe mettere un po' di ordine. Questa sentenza crea un ulteriore problema» dice Roberto Salvan, direttore di Unicef Italia.
Per Raffaele Salinari, presidente di Terre des Hommes, «con questa sentenza si fa un vistoso passo indietro nel senso civile della nostra nazione e nella coerenza fra politica interna e rispetto delle convenzioni internazionali sulla tutela dei minori, di cui l'Italia è firmataria».








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5 marzo 2010
Il tramonto delle democrazie

 
Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo

Tratto da: liberaliperisraele
05/03/2010



In un recente articolo di Sergio Minerbi ho trovato una storia che mi ha molto colpito, tanto da cercarla sul web.
Eccola, nella versione più completa che  ho potuto recuperare: per bocca di "S.E. Mons. Ernesto Vecchi, Vescovo Ausiliare, Vicario Generale, Moderatore della Curia" di Bologna.
"Durante la Seconda Assemblea Speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, S.E. Mons. Giuseppe Germano Bernardini, Arcivescovo di Izmir in Turchia, dove è rimasto per oltre 40 anni e dove i musulmani sono il 99,9%, ha messo in evidenza la persuasione di tanti autorevoli personaggi musulmani così formulata: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.
Tale persuasione fu espressa anche al Cardinale Oddi di v.m., durante il suo servizio diplomatico, da un noto Capo di Stato islamico che gli disse: “Voi ci avete fermato a Lepanto nel 1571 e a Vienna nel 1683. Noi invaderemo l’Europa, senza colpo ferire, grazie alla vostra democrazia”. (
http://www.bologna.chiesacattolica.it/vescovi/vecchi/omelie_discorsi/2009_05_22.php )

A parte le "sue eccellenze" e le "venerate memorie" (questo significano le sigle), vale la pena di riflettere su queste dichiarazioni, perché corrispondono a un problema che non riguarda solo i cattolici, ma tutti: l'uso degli strumenti democratici contro la democrazia, delle garanzie per abolire le garanzie, delle leggi contro la legge.
E' una vecchia abitudine delle forze dittatoriali: Mussolini e Hitler, a capo di movimenti già violenti, conquistarono il potere con le elezioni e istaurarono la dittatura per legge; lo stesso fecero i comunisti in Cecoslovacchia, Hamas nei territori palestinesi e sta facendo Erdogan in Turchia.
Sul piano più vasto il tentativo si ripete in tutt'Europa: si invocano i diritti democratici per il velo, le moschee, la legalizzazione degli immigranti, col solo scopo di abolirli per tutti gli altri e applicare le "leggi religiose islamiche" che stabiliscono l'inferiorità dei "dhimmi", i non musulmani – come accade in tutti i paesi islamici.
La cosa nuova e più preoccupante è che ci sono in Europa e nell'Occidente, volonterosi collaboratori di questa politica: giudici, politici, "cattolici di base", che ritengono loro dovere aiutare gli islamici nella loro lotta, in particolare contro Israele, applicando una giustizia asimmetrica, garanzie in una direzione sola. Insomma, la democrazia è in guerra, ha individuato la propria emergenza, ma in maniera strana.

Lo vediamo continuamente, col rapporto Goldstone, coi mandati di arresto dei giudici inglesi contro i politici israeliani, con  le stesse reazioni alla morte del terrorista di Hamas a Dubai.
C'è stata una protesta ufficiale dell'Unione Europea per l'uso di passaporti falsi di presunti membri del Mossad.
Ma con che passaporto viaggiava il terrorista?
E si è mai visto un agente segreto che esibisse il suo passaporto vero?
Magari di un paese non riconosciuto e non ammesso, com'è Israele in tutto il mondo arabo, Dubai incluso? Lo stesso vale, a un altro livello, per il processo Wilders in Olanda. Geert Wilders ha indicato il pericolo antidemocratico dell'ideologia islamista, ma non c'è stato un processo contro chi la professa, è stato incriminato lui.

Sapete la vecchia storia del dito che indica la luna e dello stupido che guarda il dito e non la luna? Ecco, quando qualcuno oggi indica all'Occidente un pericolo e magari prova a difendersene, gli imbecilli considerano pericoloso il dito e cercano di eliminarlo: per lasciare entrare indisturbato il pericolo e "non provocarlo". Di modo che possa tranquillamente usare  le nostre leggi democratiche per invaderci, senza fare troppa fatica.

Ugo Volli Informazione corretta




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2 marzo 2010
L'iran prosegue i suoi giri di vite....

 

Arrestato il regista Panahi,
voce dell'opposizione iraniana


Fermato a Teheran da agenti dei servizi di sicurezza. Nel 2000 vinse il Leone d'oro a Venezia con «Il cerchio»



TEHERAN - Stretta del regime iraniano su artisti e intellettuali dissidenti. L'ultimo a farne le spese è stato Jafar Panahi: il regista de Il Cerchio (con il quale nel 2000 vinse il Leone d'oro a Venezia) e Oro rosso è stato arrestato a Teheran assieme alla moglie e alla figlia.
A darne notizia è stato il figlio, Panah Panahi, che ha raccontato al sito dell'opposizione Rahesabz che alcuni agenti in borghese hanno fatto irruzione nell'abitazione del regista, noto sostenitore dell'opposizione al regime, alle 10 di sera.
La polizia ha portato via anche 15 ospiti che in quel momento si trovavano in casa del regista, una delle voci più critiche del presidente Mahmud Ahmadinejad.

NEDA - Panahi, la moglie e la figlia erano già stati arrestati una prima volta il 30 luglio dell'anno scorso mentre prendevano parte nel cimitero Behesht-e-Zahra di Teheran ad una commemorazione in onore di Neda Aqa-Soltan, la giovane uccisa durante le manifestazioni seguite elle contestate elezioni di giugno. Poche ore dopo i tre erano stati rilasciati.
Ma successivamente al regista è stato impedito di lasciare il Paese per essere presente ai festival cinematografici di Mumbai, in ottobre, e di Berlino, il mese scorso.
Il figlio di Panahi, Panah, ha detto che uomini delle forze di sicurezza in borghese hanno fatto irruzione lunedì sera nella sua casa, da dove hanno prelevato, oltre al regista e alle sue congiunte, 15 ospiti, tra i quali alcuni altri registi e attori.
Successivamente hanno perquisito la casa per cinque ore e hanno portato via diverso materiale, tra cui il computer di Panahi. Jafar Panahi vinse il Leone d'oro nel 2000 con Il cerchio, un film dedicato alla condizione delle donne in Iran. Dello stesso argomento si occupava Offside, pellicola che nel 2006 fu premiata a Berlino con l'Orso d'argento.




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11/09/2001