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Spigolature di attualità, politica e religione
SOCIETA'
26 dicembre 2006
PENSIERINO POST NATALIZIO PER IL MINISTRO PAOLO FERRERO SUGLI IMMIGRATI

Con l’entrata in vigore della nuova legge sull’immigrazione, la Svizzera contribuisce a creare una cerniera impermeabile che rischia fortemente di stornare verso il nostro paese una grande quantità di immigrati diretti e di transito (verso i paesi nordici). Le nostre leggi permissive, le periodiche massicce sanatorie rischiano davvero di creare un sottobosco clandestino di proporzioni bibliche, capaci di squilibrare sensibilmente sicurezza e qualità della vita.

 

La legge svizzera in pillole:

 

-         Tutti coloro che hanno avuto rifiutata la richiesta di asilo politico saranno privati di assistenza sociale

-         I clandestini che non cooperano per il loro rimpatrio potranno essere detenuti in carcere per 24 mesi. Con successiva espulsione.

-         Chiunque entrerà in Svizzera sprovvisto di documenti di identità e non riesce a fornirli nelle successive 48 ore sarà immediatamente rimpatriato.

 

Ricordiamo che il 70% dei votanti si è espresso per questa legge della UDC elvetica.

Resta ora da vedere se, con le leggi di “immigrazione mirata” francese in dirittura d’arrivo, le restrizioni britanniche di due settimane fa, il giro di vite “zapateriano”, questa legge elvetica e quelle che si prospettano in Olanda come conseguenza del successo delle destre, quale sarà la posizione dell’Italia, che rischia di diventare il ricettacolo di tutti i respinti della UE.



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politica estera
26 dicembre 2006
ISRAELE DOPO 13 ANNI PROMUOVE NUOVE COLONIE IN CISGIORDANIA

        Lexpress.ch

           

Cisgiordania: arrivano nuove colonie israeliane

26/12/2006 ore 19:43

 

Il governo israeliano ha concesso, per la prima volta dal 1992, l’autorizzazione alla costruzione di una nuova colonia ebraica in Cisgiordania, precisamente lungo la valle del Giordano. Questa decisione non ha mancato di suscitare vive proteste fra i palestinesi.

Il governo ha approvato “la costruzione di trenta case, in conformità agli impegni assunti dall’allora ministro della difesa Shaoul Mofaz, finalizzati a trovare sistemazione per quei coloni che erano stati evacuati dalla Striscia di Gaza.

Il principale negoziatore palestinese, Saeb Erakat, ha denunciato la nascita di questa colonia: “ essa rovinerà l’atmosfera favorevole creatasi sabato dopo l’incontro fra il presidente Mahmoud Abbas ed il Primo ministro Ehud Olmert”.

Secondo la maggiore organizzazione dei coloni, “la costruzione di questo complesso, che verrà ribattezzato Maskiot, richiederà due anni. I lavori inizieranno fra due settimane. Attualmente 260.042 coloni vivono in Cisgiordania”.

Un’organizzazione israeliana contraria agli insediamenti (“Pace oggi”) ha dichiarato che “121 colonie hanno regolare permesso, ma 102 altre sono state costruite abusivamente dai coloni”. La comunità internazionale, comunque, non opera distinzioni fra colonie legali ed illegali, considerandole tutte illegali di fronte al diritto internazionale.

Quest’autorizzazione israeliana giunge all’indomani della rimozione di 27 posti di blocco stradali che erano posti sulle strade della Cisgiordania.



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politica estera
26 dicembre 2006
L'ETIOPIA SCONFIGGE A BAIDOA LE CORTI ISLAMICHE. L'ERITREA PROMETTE AIUTO AGLI ISLAMISTI.
     

             26 dicembre 2006

Le forze lealiste somale e l’Etiopia, che le sostiene fattivamente, avrebbero (il condizionale è d’obbligo fino a solida verifica) sconfitto le milizie delle Corti Islamiche, rompendo dunque l’accerchiamento di Baidoa. Secondo il Primo ministro etiope, Meles Zenawi, “le forze lealiste hanno battuto le Corti islamiche e le hanno costrette ad una ritirata disordinata”.

Le milizie integraliste, che controllano la maggior parte del territorio (centro e sud del paese) somalo hanno riconosciuto di aver ceduto una parte del territorio occupato all’indomani del bombardamento dei due principali aeroporti somali da parte dell’aviazione militare etiope.


      Sharif Sheik Ahmed

Il Primo ministro etiope ha aggiunto che “tra le Corti islamiche si conterebbero almeno 1.000 morti ed oltre 3.000 feriti”. Questa cifra non ha avuto ancora diretta conferma dalla Croce Rossa internazionale che, comunque, ufficializza in 800 i feriti raccolti, aggiungendo che “migliaia di civili sono fuggiti dai luoghi di combattimento”.

Osservatori indicano il ritiro delle Corti islamiche non solo dalla periferia di Baidoa (obiettivo dichiarato degli islamisti), ma anche da Dinsoor (120 km. A sud ovest di Baidoa) e Burhakaba (60 km a sud est di Baidoa).

Ma lo sceicco Sharif Sheik Ahmed, capo dell’esecutivo del Consiglio Supremo Islamico della Somalia (SICS), ha spiegato che gli islamisti hanno semplicemente cambiato tattica militare, adeguandosi all’utilizzo dell’aviazione da parte del nemico, ma che sono pronti ad una guerra di lungo periodo contro l’Etiopia.

Tuttavia, le ultimissime agenzie (Lexpress.fr ore 14:34) danno le truppe etiopi-lealiste a soli 70 km da Mogadiscio, bastione delle Corti islamiche.

L’ambasciatore somalo in Etiopia, Abdikarin Farah, ha dichiarato che “le truppe lealiste sarebbero in grado di entrare nella capitale somala in meno di 48 ore”. Gli islamisti, invece, assicurano che un attacco alla capitale scatenerebbe le porte dell’inferno e che, presto, verrà il momento nel quale gli etiopi saranno attaccati da ogni parte.

Il Meles Zenawi ha poi precisato che “la missione delle forze aeree etiopi era di proteggere l’Etiopia dalle minacce. E la metà di questo obiettivo è stata raggiunta. Non appena questo obiettivo sarà definitivamente consolidato, le nostre truppe lasceranno la Somalia”.

Le istituzioni transitorie somale, al potere dal 2004, si sono dimostrate incapaci di contrastare le Corti islamiche. Quest’ultime sono accusate da Washington di essere legate all’organizzazione terrorista Al-Qaida e sospettate di ricevere appoggio logistico dall’Eritrea, principale rivale dell’Etiopia nella regione.

“L’Unione Africana riconosce all’Etiopia il diritto all’autodifesa” ha commentato il vice presidente dell’AFP, Patrick Mazimhaka, in un’intervista concessa alla BBC, “ma ci auguriamo che l’Unione Africana e l’ONU possano fare qualcosa di concreto per evitare un’escalation con l’ingresso di altri contendenti (Eritrea ndr) nel conflitto”.



permalink | inviato da il 26/12/2006 alle 19:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
25 dicembre 2006
GAZPROM E TAGLI DEL GAS. CI RISIAMO, PROPRIO COME L'ANNO SCORSO!!!!

          La guerra dei prezzi fra Mosca e Minsk si riapre. Rischia di ripetersi il tira e molla dello scorso anno. Con tutte le incognite relative. Una domanda sorge spontanea: perchè mentre il mondo intero, compreso chi sul petrolio ci galleggia, va sul nucleare noi continuiamo a scegliere delle soluzioni che, dettate dagli ecologisti e dai verdi, ci condannano al costo energetico PIU' ALTO DEL MONDO?!!


            

25 décembre 2006

Il gigante russo Gazprom ha accusato quest’oggi Minsk , che insiste nel rifiutare il rialzo dei prezzi reclamato da Mosca, di aver assunto una posizione irresponsabile che mette in pericolo l’approvvigionamento di energia.

“Dopo lunghi mesi di negoziati, finalizzati all’introduzione di regole del mercato, la controparte bielorussa ha dichiarato di pretendere lo stesso prezzo della regione russa di Smolensk” ha dichiarato  Sergei Kouprianov, portavoce del gigante russo.

Secondo Gazprom, il prezzo del gas venduto nella regione di Smolensk, città frontaliera della Bielorussia, è sui 40 dollari per 1.000 metri cubi per la popolazione e di 53 dollari per gli usi industriali.

Gazprom si augura di aumentare il prezzo del gas destinato a Minsk, che attualmente paga 46,68 dollari per 1.000 metri cubi, fino a 200 dollari.

Già lo scorso inverno la guerra dei prezzi aveva trascinato l’Europa in un incubo energetico fatto di interruzioni della distribuzione o, comunque, una riduzione estremamente significativa delle forniture.

 

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Una domanda da girare ai nostri sempiterni ecologisti.

Ma se i nostri fornitori primari di gas, che sono Libia, Russia ed Algeria (non dimentichiamo che Russia ed Algeria hanno recentemente stretto un accordo capestro per noi consumatori) palesano questa affidabilità, siamo ancora sicuri che l’energia nucleare sia l’ultima soluzione per un paese che ha un consumo che cresce ogni anno del 3% e che dipende per l’88% dal petrolio e dal gas. Cioè dai sopra citati più Arabia Saudita, Iran, Kuwait e Bahrein. Le culle del fondamentalismo islamico.

Considerando che l’eolico è stato impietosamente “stoppato” in Danimarca a causa della sua discontinuità strutturale e che il fotovoltaico prima di vent’anni è pura utopia (salvo che per Pecoraro Scanio)…..

Vogliamo continuare a regalare i soldini ai fratellini di Bin Laden?



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CULTURA
25 dicembre 2006
ALGERIA: I NAPOLETANI? TUTTI ZOZZONI.

            

Sul giornale algerino, nell'edizione di oggi non si ravvede una parola sul Natale, in compenso arriva un significativo riconoscimento per una città che di nordafricani ne ospita (e foraggia) un bel pò. Non si illuda però il signor Zitouni, i francesi continueranno a chiamarlo lo stesso "sporco arabo". E non per demerito degli italiani.

Edition du 25 décembre 2006

 

http://www.elwatan.com/spip.php?page=article&id_article=57102
estratto dell'articolo:

Il presidente dell’APC di Algeri-centro, Tayeb Zitouni ha dichiarato ai microfoni di radio El Bahdja, ostentando la massima serietà, che “la capitale algerina è molto più pulita di Napoli (Italia)”. Il presidente ha poi aggiunto che “l’impresa Netcom (incaricata delle pulizie della città n.d.r) ha molti più mezzi assegnati alla nettezza cittadina che non la città di Bruxelles (Belgio)”.

La sporcizia che caratterizza la prima città del paese, agli occhi del sindaco di Algeri-centro, non è dunque una fatalità. Incombe, nell’ordine di idee, alla visione stereotipata, supinamente accettata dai più di “sporco arabo!”. Ma Zitouni dichiara di aver sperimentato di persona sia Napoli che Bruxelles, avendovi soggiornato, e di parlare con cognizione di causa (…) Zitouni ha così risposto indirettamente alle dichiarazioni del presidente della Repubblica, M. Bouteflika che aveva detto “di vergognarsi, in quanto algerino, della sporcizia delle città e dei villaggi del paese” (…)

 

_______

 

 

Complimenti al presidente dell’APC algerino. Quello di dire che gli altri sono più sporchi di te è probabilmente un modo antiquato di fare politica, ma che ha il suo tornaconto.

Dire che i napoletani sono più zozzi degli algerini dovrebbe essere la panacea dei mali dei confratelli del presidente Bouteflika e può servire da deterrente contro la celeberrima frase razzista che da sempre perseguita i maghrebini: “sporco arabo”.

Chissà se Bassolino potrà servirsi di questo paragone per mettere al bando legalmente la parolaccia “terrone”….

 Quello di Zitouni è un vecchio modo di fare politica, ma si sa, i musulmani sono molto ancorati al loro passato. Anche nei loro progetti politici più seri, ad andare più in la della visione di un califfato proprio non ce la fanno….



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arte
25 dicembre 2006
BUON NATALE A TUTTI!!! (con le immagini più suggestive)......


































permalink | inviato da il 25/12/2006 alle 16:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
24 dicembre 2006
ANCORA BUON NATALE!!!!! CON TANTE ALTRE VIGNETTE!!!!.....



















permalink | inviato da il 24/12/2006 alle 23:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
24 dicembre 2006
BUON NATALE CON MILLE VIGNETTE NATALIZIE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!


































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SOCIETA'
24 dicembre 2006
CANI ASSASSINI. 30 MESI PER UN OMICIDIO: ISTIGAZIONE ALLA GIUSTIZIA FAI DA TE.
Le Matin.ch

Sgomento in Turchia

 

Incomprensione e collera regnano nel paese di origine del piccolo Suleyman (ucciso da tre molossi a Oberglatt, Svizzera), dopo la condanna a 30 mesi di prigione per il proprietario dei pitbulls.

 

Istanbul – Burcin Gercek

23 dicembre 2006

 

“Avrebbe dovuto beccarsi almeno 8 o 10 anni; 30 mesi, troppo poco”. Buhran Oymak, il nonno materno del piccolo Suleyman, ucciso nel dicembre 2005 da tre pitbulls a Oberglatt, parla con voce stanca, come non volesse più proferir parola. La casa di famiglia, nei pressi di Denisli, nel sud-ovest della Turchia, rivive doppiamente il lutto dello scorso anno dopo la sentenza emessa dal tribunale svizzero contro il proprietario dei tre molossi: due anni e mezzo di prigione per omicidio e negligenza.

Sia i parenti che i compaesani non riescono a comprendere il metro di valutazione di un omicidio adottato dal tribunale elvetico. “Tutto quello che volevamo era una pena esemplare, per impedire che questo si ripeta con altri bambini. Ma ciò non è stato possibile” dice Buhran Oymak. “So che anche l’opinione pubblica svizzera è rimasta scioccata dalla sentenza. I giornali avevano condotto una campagna per il divieto della detenzione di certe specie di cane. Ma il tribunale non ha preso in considerazione il sentimento prevalente dell’opinione pubblica”.

Seguita da vicino dalla stampa turca, la decisione del tribunale ha provocato una reazione feroce sulle rive del Bosforo. Se il tono degli articoli pubblicati s’è mantenuto neutro, non così è stato per le opinioni espresse dai lettori (…)

Già nell’ultimo grado del processo, la stampa turca aveva criticato la requisitoria del pubblico ministero. “Pena ridicola per il proprietario dei pitbulls assassini” aveva titolato ad ottobre il popolarissimo quotidiano turco Star. L’indignazione è tanto più grande in quanto in Turchia, già dal 2003, la vendita e la riproduzione di questa razza è stata vietata.

____

 

Un articolo che invita ad una riflessione seria sull’opportunità di togliere di mezzo certe razze canine che troverebbero senso solo al guinzaglio di un pasdaran piuttosto che in una famiglia.

Più volte i tentativi di porre un freno a questo scempio sono rimasti insabbiati dinanzi al fuoco di sbarramento trasversale delle camere istituzionali.

Dagli interessi (forti) delle lobby degli allevatori (basta pensare a tutta la famiglia di molossoidi pericolosi che popolano gli allevamenti italiaci e non) alle rimostranze degli animalisti, sempre pronti a dire che la colpa non è mai del cane, ma di chi lo alleva.

Del patentino per chi vuole un cane potenzialmente pericoloso (parliamo di pitbull, fila brasileiro, dogo argentino, rottweiler e compagnia cantante) non se n’è fatto più nulla per evidenti motivi di interesse.

Aspettando la prossima strage.








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diritti
24 dicembre 2006
EUTANASIA: RIFLESSIONE DI CHI HA SOFFERTO IN PRIMA PERSONA

http://perry.ilcannocchiale.it/

22 Dicembre 2006

Lettera aperta

Caso–Welby e il richiamo divino



Ho preferito far trascorrere qualche ora dalla morte di Piergiorgio Welby prima di scrivere queste righe. Se non altro perché, visitando sull’argomento i vari i siti e molti blog, ho avuto la sensazione di essere di fronte ad una reazione piuttosto “istintiva” in presenza della morte - rispetto a “questa” morte che è riuscita (finalmente) a far discutere dell’argomento un Paese spesso ipocritamente bigotto  – da parte di chi aveva scritto.
L’agonia finale di Welby è durata 88 giorni, periodo nel quale la «politica che conta» non è riuscita ad esprimersi: non sul singolo caso, ma sui drammatici risvolti che lo stesso ha avuto il coraggio di sollevare.
Ho, purtroppo, avuto l’esperienza personale, una di quelle che non si augura nemmanco al peggior nemico. Il tumore che ha assalito mio padre, ha cominciato a devastarlo ai polmoni per poi proseguire la propria infausta opera – beffarda e crudele al tempo stesso – alla trachea e alla gola. Ogni drammatico “sospiro” di quell’uomo – dal letto di casa sua e non in una ospedale qualunque - costituiva un suo tentativo di comunicare qualcosa a chi gli stava intorno e alla fine ce lo ha fatto capire chiaramente: «Perché tutto questo? Non ce la faccio più. Togliete questi inutili aghi dal braccio». Nessuno di noi ha avuto il coraggio di farlo. Per sua fortuna ha sofferto poco prima di appoggiare, in un estremo tentativo di sopravvivenza, una mano sulla mia spalla per sollevarsi e poi crollare definitivamente. Vi assicuro: è uno dei momenti che non dimenticherò mai della mia vita, come non scorderò il calcio dettato dall’impotenza, dalla rabbia e dal dolore che detti alla poltrona del salone di casa.
Premesso questo, non c’è dubbio che tra la vita e la morte sono davvero pochi quelli che prediligono la seconda rispetto alla prima. La domanda da porsi, però, è un’altra: quanto può essere definita “vita” il prolungamento forzato di un destino già deciso? Che senso ha, se Qualcuno (e la “q” maiuscola non è certamente casuale) ha deciso che è giunta la tua ora, la prosecuzione dell’inutile (e dolorosa) non-vita?Può essere definita ”vita” – la domanda è posta direttamente ai cattolici più intransigenti – quella che prolunga artificialmente il momento finale al quale quel Qualcuno ti ha fatto capire di essere inesorabilmente stato chiamato?
Uno studioso della religione da me interpellato, del resto, sostiene che:
1 –E’ stata scelta l’eutanasia, quella definita “passiva”, per porre fine al pontificato di Giovanni Paolo II. Alcuni documenti mostrano come possa risultare difficile attribuire questa decisione a Giovanni Paolo. A cominciare dalle parole che pronunciò l’11 febbraio 2004 in occasione della Giornata del malato: «Nessuno ha il diritto di sopprimere la vita di un paziente a causa della sofferenza. La sofferenza è sempre una chiamata a praticare l’amore misericordioso. Chi soffre non sia mai lasciato solo».
2- Anche Papa Wojtyla ha rifiutato l'accanimento terapeutico. L'anziano pontefice ormai consapevole di essere arrivato alla fine - dopo un primo ricovero al Gemelli per una crisi respiratoria ed un secondo ricovero per una tracheotomia, nel marzo 2005 - rifiutò un terzo ricovero. Sapeva che era una misura inutile. Lo ha ricordato anche il cardinale Javier Lozano Barragan, ministro della Salute del Vaticano.
Giovanni Paolo II, ha detto Barragan, "sapeva che era arrivato al termine della sua vita e così, quando gli dissero che doveva essere ricoverato un'altra volta, chiese ai medici se le cure erano per guarirlo. Loro risposero che non si poteva. E allora lui replicò: lasciatemi qui. Ha rinunciato, dunque - ha spiegato il cardinale - a quello che è l'accanimento terapeutico. Un esempio davvero chiaro".
Il cardinale racconta spesso questo episodio quando affronta il tema dell'accanimento terapeutico, "vale a dire - ha aggiunto - cure sproporzionate o inutili che non fanno altro che prolungare l'agonia di una imminente morte".
3 - Secondo il Catechismo ufficiale, infatti, la Chiesa cattolica rifiuta il cosiddetto “accanimento terapeutico”: «Si intende che può essere legittima l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate ai risultati sperati. In questo modo non si vuole provocare la morte; si accetta il fatto di non poterla impedire. In questi casi la decisione deve essere presa dal paziente, se ha la competenza e la capacità per farlo; in caso contrario da quanti hanno diritti legali, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente».
E allora no, non è eutanasia. I cattolici, soprattutto quelli che si definiscono “praticanti” (quelli, per intenderci, del “tutto casa e chiesa”) avrebbero il dovere – e, perché no,  il coraggio - di definirlo come accelerazione non dolorosa al “Richiamo Divino”.






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11/09/2001