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Spigolature di attualità, politica e religione
politica estera
21 dicembre 2006
GLI USA FINANZIANO L'OPPOSIZIONE SIRIANA
            Lexpress.ch
            
            21 décembre 2006 - 01:25

GLI STATI UNITI SOSTENGONO GRUPPI DI OPPOSITORI IN SIRIA

 

Gli Stati Uniti hanno ammesso mercoledì scorso di sostenere i gruppi dell’opposizione siriana. Washington ha comunque assicurato che non sono finalizzati ad attività sovversive destinate alla destabilizzazione del presidente Bachar al-Assad.

Gli Stati Uniti sostengono “coloro che sono interessati alla libertà, la libertà di espressione, di scelta dei propri dirigenti” ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack.

Questo sostegno, ha poi aggiunto McCormack, appare molto simile a quello che gli Stati Uniti accordano ad altri movimenti di opposizione nel Medio Oriente e non implicano alcuna attività segreta.

“Tutte le attività del Dipartimento di Stato sono pubbliche, sono finanziate nel quadro degli stanziamenti per il Medio Oriente e sono rilevabili da chiunque”, ha poi proseguito. “Vi sono pubblicazioni sull’argomento e se ne parla anche al Congresso”.

In un’inchiesta pubblicata sul proprio sito internet, il magazine “Time, citando un documento segreto, afferma che l’amministrazione del presidente George W. Bush è intenzionata a finanziare segretamente l’opposizione anti-Assad.

Questa iniziativa, secondo Time, equivarrebbe al tentativo di destabilizzare un governo straniero e la Casa Bianca sarebbe tenuta ad avvisarne il Congresso.

Il periodico ha poi precisato che gli Stati Uniti pensano di monitorare le prossime elezioni in Siria, nel 2007, cosa che, date le pessime relazioni diplomatiche fra i due paesi, potrebbe essere svolta solo segretamente.



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politica estera
20 dicembre 2006
LIBIA: LE CONDANNE A MORTE SONO LA SPIA DEL TRAMONTO POLITICO DI GHEDDAFI

 

 

Il verdetto che oggi il tribunale libico ha emanato (condanna a morte per tutti e sei gli imputati: cinque infermiere bulgare ed un medico palestinese) era piuttosto atteso, oltre che temuto, dagli osservatori. Malgrado l’accusa di aver volontariamente inoculato il virus in 426 bambini (50 dei quali sarebbero già deceduti) sia stata scientificamente dimostrata una montatura, (vedi:

http://www.nature.com/news/2006/061023/full/443888a.html) la sentenza invece accetta il “teorema degli untori”.

La decisione del tribunale di Bengasi, penultimo atto di un caso che tutti gli osservatori giudicano abbondantemente politicizzato, rischia di diventare un nuovo ostacolo al processo di riavvicinamento di Tripoli alla comunità internazionale. Un processo iniziato nel 2003 proprio con dei gesti significativi verso le richieste occidentali (lo smantellamento delle strutture preposte allo studio e allo sviluppo degli armamenti non convenzionali).

Ma stavolta non è affatto detto che la pressione internazionale possa suggerire una soluzione più morbida o qualche atto di clemenza.

Questo è un “caso” che, secondo molti specialisti dell’area, è sfuggito di mano allo stesso colonnello, diventando invece un potente strumento per l’opposizione del Mashrek libico (molto vicino ai Fratelli Musulmani egiziani).

I sei sfortunati imputati, già condannati a morte, nella prima istanza del 1999, dal tribunale di Bengasi, sono oramai al centro di un braccio di ferro politico il cui valore simbolico supera di molto ogni interesse umanitario e gran parte delle remore per le ambizioni internazionali della Libia.

Quando all’annuncio del verdetto i numerosi familiari dei bambini contagiati e la moltitudine infinita dei cittadini di Bendasi, hanno esultato al grido di “Allah u akbar”, “giustizia è fatta” e “vogliamo un’esecuzione rapida”, si è capito che sia la portata mediatica dell’evento, sia il posto dove esso è maturato (Bengasi, la città più indocile e meno allineata a Gheddafi, quella dei nove morti per le vignette) renderanno estremamente difficile che questa storia non prenda la piega di un “Sacco e Vanzetti” del terzo millennio.

La Bulgaria, che ha provveduto, in tutti questi anni, a garantire alle cinque infermiere una prigionia decente nel penitenziario libico, la comunità europea, gli Stati Uniti e gli stessi palestinesi (che non hanno potuto fare altrettanto con il loro connazionale, oggetto di indicibili sevizie nei carceri libici) stanno chiedendo la commutazione della pena.

Come già nel caso delle indennità per i danni del colonialismo, ciclicamente sbattute in faccia agli italiani, l’ufficio paghe del colonnello Gheddafi ha dimostrato una strepitosa velocità nel calcolo degli indennizzi.

Sarebbero quantificabili in qualcosa come 10 milioni di euro per bambino, cioè lo scherzetto di 4,26 miliardi di euro (novemila miliardi di vecchie “lirozze”).

Sulle cifre sopra vedi: http://www.lexpress.fr/info/quotidien/actu.asp?id=7906

La Bulgaria ha chiaramente rifiutato questa grossolana provocazione, così come d’altronde il resto dei paesi (occidentali e non): primo perché sarebbe un’ammissione di colpevolezza (che appare altamente improbabile, visto che il virus era in circolazione nel fatiscente ospedale da molto tempo prima), secondo perché è chiaramente un modo insano (altro che untori….) di speculare. Perché è certo che pochi di quella valanga di euro andrebbero effettivamente nelle tasche delle famiglie colpite.

Il Ministro libico della Giustizia (chiamiamola così….) Alì Omar Hassnaoui ha invitato gli imputati a fare appello alla Corte Suprema. L’ultimo diaframma che li separa dal plotone di esecuzione.

            Nel frattempo un invito veloce veloce agli imprenditori italiani (che già la scorsa primavera si recarono a frotte a Tripoli per l’expo): statevene lontani da questi pedissequi osservatori dell’Islam (in questa zona del dar_el_Islam poi, si predilige il ricatto). Che cominceremmo ad esser stanchi di pagare riscatti.

 




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20 dicembre 2006
Quando il Natale diventa la festa degli scemi
            Un articolo maiuscolo di Massimo Introvigne. Meglio se letto da chi si 
                reputa un laico perfetto



il Giornale.it
n. 300 del 20-12-06 pagina 1

La festa degli scemi

di Massimo Introvigne

 

Evidenziature mie
Non tutti gli scemi vengono per nuocere. Mentre la scuola islamica di Via Ventura a Milano celebra il Natale chiamandolo con il suo nome con albero, panettone e spettacolo, la scuola italiana che vedo dalle finestre del mio studio a Torino espone solo un orribile straccio giallo che augura «Buona Festa della Luce». Per la verità, i primi a sostituire il Natale con la Festa della Luce furono i nazisti, ma immagino che la preside non lo sappia. Così il sindaco di Chicago, che vieta i manifesti del film Nativity «per non offendere i musulmani», non sa che nell'islam (che ha semmai qualche problema con la passione e la resurrezione, non con Natale ma con Pasqua) la nascita miracolosa di Gesù da Maria è ammessa senza problemi.

Ma gli episodi di idiozia che si moltiplicano nel mondo hanno almeno fornito a Benedetto XVI l'occasione per una stupenda lezione sulla laicità dello Stato. Certo, il Papa non può permettersi di dare dell'idiota agli idioti, anche se quando era il cardinale Ratzinger coniò la famosa formula secondo cui «un'idea cattolica non può essere stupida, e un'idea stupida non può essere cattolica». Si limita dunque a parlare di «degenerazioni dell'intelletto»: espressione che è peraltro quasi un sinonimo di «deficienza».
Ricevendo la settimana scorsa l'Unione dei Giuristi Cattolici Italiani il Papa ha, come aveva già fatto altre volte, rivendicato quello della laicità come un valore originariamente cattolico. Il Vangelo insegna a dare a Cesare quello che è di Cesare, e il magistero rispetta sia «la legittima autonomia delle realtà terrene» sia i diritti delle minoranze religiose.
Tuttavia, il rispetto dei diritti delle minoranze non esclude il non meno importante rispetto dei diritti delle maggioranze, anzi lo richiede: solo una maggioranza rispettata nelle sue convinzioni sarà disponibile a riconoscere pacificamente alle minoranze i loro legittimi diritti. In un Paese come l'Italia dove - non lo afferma il Papa, ma i sondaggi periodici dell'Eurisko - oltre l'ottanta per cento dei cittadini si dichiara cattolico, «l'esclusione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici», a Natale e anche passato il Natale, secondo Benedetto XVI «non è espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo».
Quando una religione è ampiamente maggioritaria in un Paese, il bene comune e le esigenze della pace religiosa - beni che, come tali, tutelano anche i non credenti e le minoranze - impongono che quella religione non sia «confinata al solo ambito privato» ma sia «riconosciuta come presenza comunitaria pubblica», sia quanto ai suoi simboli sia quanto alla sua «rilevanza politica e culturale» e al «diritto di coloro che legittimamente la rappresentano di pronunziarsi sui problemi morali che interpellano la coscienza dei legislatori e dei giuristi», dai Pacs all'eutanasia.

Si tratta di un discorso che non è in contraddizione con le aperture all'islam del viaggio in Turchia. Qui il Papa ha chiesto con forza libertà religiosa per le minoranze che riconoscono i principi universali del bene comune (dunque non per i terroristi): vale per i musulmani rispettosi della legge in Italia, ma vale anche per i cristiani in Turchia. Ma ha anche - nella terra del laicismo dell'Atatürk - riaffermato l'opportunità che lo Stato, senza discriminare le minoranze, riconosca pubblicamente i diritti delle maggioranze religiose e i loro simboli: mezzelune in Turchia (lo Stato turco è laico, ma la mezzaluna resta nella bandiera), croci e presepi in Italia. Altro che Festa della Luce.




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politica estera
19 dicembre 2006
PALESTINA. DAL MAROCCO UNA VELATA SIMPATIA PER HAMAS.
Contrariamente al quotidiano tunisino La Presse, che esprime delle teorie fuori dal coro, L'Opinion nei pochi passi interessanti rileva una malcelata irritazione per la scelta di Abbas.



19 décembre 2006

 

Estratti significativi

Evidenziato mio

Fragile cessate il fuoco a Gaza.

 

(…) A Gaza, gli uomini armati dei due schieramenti hanno ridotto sensibilmente la loro presenza nelle strade. (…) Il governo Hamas è boicottato politicamente ed economicamente dall’Occidente, che ha fatto sprofondare i territori palestinesi in una crisi economico-finanziaria senza precedenti. Il movimento islamista si rifiuta di riconoscere Israele ed i precedenti accordi. Il primo ministro, Ismail Haniyeh, ha definito la decisione di Abbas come anticostituzionale, mentre altri responsabili del partito Hamas hanno chiaramente parlato di “Putsch” contro il governo islamista. Ha tuttavia offerto il proprio sostegno all’accordo di cessate il fuoco, che prevede tra l’altro il cessate il fuoco immediato, il ritiro degli uomini armati dalle strade, il ripristino dei servizi primari ed essenziali, il divieto assoluto di manifestazioni, la liberazione degli ostaggi.

“Il governo sostiene qualsiasi accordo suscettibile di risparmiare spargimenti di sangue palestinese e di porre fine alle tensioni” ha aggiunto Haniyeh.

(…) Fatah ha annunciato domenica sera che avrebbe boicottato una conferenza stampa, congiuntamente con Hamas, per l’annuncio di un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Questo per protestare contro le violazioni dell’accordo da parte di Hamas. Questo è stato quanto annunciato dal portavoce di Fatah, Tawfic Abou Houssa.

(…)




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politica estera
19 dicembre 2006
DALLA TUNISIA UNA INTERESSANTE INTERPRETAZIONE SULLA PALESTINA
Per il quotidiano tunisino La Presse i palestinesi starebbero andando in modo irreversibile verso la separazione legislativa dei due territori. Striscia di Gaza agli integralisti, Cisgiordania ai moderati. Sarebbe il requiem dello Stato di Palestina.



http://www.lapresse.tn/index.php?opt=15&categ=6&news=40473

 

testo integrale
Alla distanza geografica si somma la distanza politica

Distanti solo 50 chilometri, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania stanno diventando sdue mondi sempre più diversi.

 

Al Qods Occupata - L’esplosione delle violenze nei territori palestinesi non è solo la conseguenza dell’incontro/scontro fra due diverse visioni ideologiche in competizione fra loro. Essa è la sintesi delle diverse traiettorie evolutive che, Striscia di Gaza da una parte e Cisgiordania dall’altra, stanno seguendo, finanche rimettendo in discussione il concetto stesso di Palestina unificata.

Separate da soli 50 chilometri, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania appaiono sempre di più due realtà differenti.

La prima è un feudo di Hamas, dove il movimento islamista non ha mai cessato di consolidarsi e radicarsi nel territorio sin dal 1980. La seconda è dominata da Fatah, il movimento nazionalista storico della lotta dei palestinesi per il proprio Stato.

L’arrivo di Hamas al potere, lo scorso mese di marzo, non ha fatto altro che divaricare il fossato che divideva queste due realtà. Il movimento islamista ha rinforzato le proprie posizioni nella Striscia di Gaza mentre Fatah tentava di risollevarsi dalla pesante disfatta elettorale concentrando ogni sforzo in Cisgiordania, dove vive la maggioranza dei 3,8 milioni di abitanti dei territori.

Oltre che la propria attendibilità politica, ogni schieramento ha provveduto ad ampliare le rispettive capacità belliche, non solo nel proprio campo, ma anche in quello avverso. Le latenti tensioni fra le fazioni rivali di Hamas e Fatah non avevano bisogno che di una scintilla per degenerare in scontro aperto.

Per gli osservatori, il rischio è oramai quello che le divisioni diventino così profonde da trasformare Striscia di Gaza e Cisgiordania in due inconciliabili feudi, compromettendo l’ipotesi di uno Stato unitario palestinese.

“C’è un serio pericolo che l’attuale conflitto, persistendo, possa scavare un solco incolmabile fra le due realtà territoriali”, osserva Moine Rabbani, dell’International Crisis Group. “Esiste il rischio di ritrovarci con due movimenti armati rivaleggianti, ognuno padrone e signore del proprio lembo di territorio”.

Agli inizi degli anni 90 i palestinesi della Cisgiordania potevano salire a bordo dei bus ed andare a trovare i loro amici nella Striscia di Gaza, o addirittura recarsi sulla spiaggia di Tel Aviv.

Ma dagli accordi di Oslo del 1993 e, soprattutto, dall’inizio della seconda intifada, nel settembre 2000, Israele non ha mai smesso di rinforzare il proprio dispositivo di sicurezza, sigillando Gaza, occupata sino al 2005, e costruendo una barriera lungo la Cisgiordania, sempre occupata.

 

“Un altro mondo”

Gli spostamenti fra i due territori sono diventati pressochè impossibili, salvo per gli alti dirigenti palestinesi. Tutti gli altri riscontrano enormi difficoltà nell’ottenere un visto.

Un confratello palestinese, che aveva recentemente lasciato la Striscia di Gaza per la prima volta dopo anni e si era recato a Ramallah, principale città della Cisgiordania, è tornato sbalordito dall’ampiezza delle differenze che oggi ci sono con la Striscia di Gaza.

In Cisgiordania, ha riferito, il consumo di alcool è tollerato, molte donne non portano il velo ed anche gli abitanti religiosamente più osservanti, più pii, la pensano comunque diversamente da quelli di Gaza.

Un accordo concluso dopo il ritiro israeliano da Gaza, finalizzato a facilitare gli spostamenti dei palestinesi fra i territori, non ha mai avuto seguito.

La separazione geografica ed economica s’è invece ampliata e, dalla vittoria di Hamas, è pure raddoppiata la distanza politica.

“Israele ha fabbricato la realtà di due entità ideologiche distinte e di due economie distinte”, dice Rabbani. “L’ipotesi vi vederle (Gaza e Cisgiordania) diventare due entità politiche distinte può essere compresa solo in questo contesto”
_________

Fine articolo. Solo un'annotazione.
L'analisi appare interessante e, anche se un pò semplicisticamente, possibile. Non viene difatti analizzata l'influenza dei vari Stati arabi che non permetterebbero un tale suicidio politico senza pagare un'umiliazione pazzesca per la fratellanza musulmana.
Tuttavia, resta il retaggio di dover per forza addossare gli errori di una nazione musulmana (nella fattispecie la nazione palestinese), qualsiasi errore esso sia, agli altri.
Gli ambienti diplomatici ben conoscono la composizione del sottobosco politico palestinese, con alcuni soggetti e capipopolo che anche da noi starebbero all'Ucciardone, con la presenza di interessi molto poco pii anche nei territori a controllo di Hamas.
Ma su tutto si tace e si sorvola. Preferendo dire che è comunque e sempre colpa dell'altro.
Questa constante, direi strutturale, insita nell'analisi della maggior parte della stampa islamica, di non accettare che un musulmano possa sbagliare, o che ci sia sempre lo zampino "dello perfido giudìo" è il limite principe della realtà feudale che l'arco islamico ancora oggi vive.






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SCIENZA
19 dicembre 2006
Momentaccio per gli animalisti. Estinto per sempre il delfino di fiume.

E così se né andato anche il Baiji, che non è un luogo iracheno dove si fanno saltare in aria le auto, né un combattente sciita, ma un delfino di fiume, che da 20 milioni di anni tirava a campare nei meandri asiatici, dal Mékong in su. Gli ultimi esemplari erano stati individuati sul corso dello Yangtze.

August Pfluger, organizzatore della spedizione per conto della Baiji Org Foundation è chiarissimo: “Se vi sono ancora esemplari non possono che essere che uno o due, ma questo significa che il Baiji non sopravviverà negli anni futuri”. Ergo, deve essere dichiarato estinto.

Il Baiji diventa quindi il primo grosso mammifero la cui estinzione è certamente legata all’azione dell’uomo moderno. Nella fattispecie sembrerebbe essere stata decisiva la costruzione della mega-diga cinese sullo Yantze.

A chi ha chiesto se ci fosse la possibilità di riformare la razza con due o tre esemplari, Pfluger ha risposto secco: “Ora non c’è più motivo di discutere, lo abbiamo perso per sempre”.

Insomma, prima lo scannamento triviale autorizzato dai tribunali tedeschi come eccezione culturale dei musulmani, ora la perdita del Baiji… Brutto momento per gli animalisti. Riusciranno a salvare Pecoraro Scanio?



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SOCIETA'
19 dicembre 2006
LA CASSAZIONE: BOTTE LECITE SE PER MOTIVI RELIGIOSI. CERCASI FEMMINISTE.
La sentenza della Corte di Cassazione, che conferma Appello e primo grado, farebbe invidia ai mullah dehobandi del Pakistan. Eppure, ora, è giurisprudenza ...
 

Desta non poca perplessità la sentenza partorita dalla Sesta sezione penale della Corte di Cassazione, e riportata in Repubblica del 15/12/2006, pag. 29, che ha valutato come inammissibile il ricorso presentato dal Procuratore Generale di Catanzaro contro l’assoluzione di un uomo, decisa appunto dal tribunale di Catanzaro, già confermata in sede di tribunale di appello.

Assolto da che?

Assolto da percosse. Ossia quel delitto per il quale si va dritti dinanzi al giudice e, almeno fino ad oggi, si pagava. Ma ora non è più così. Occorrerà prestare attenzione alle discriminanti. E che eccezioni!!!

Il caso riguarda l’evoluzione di aspri dissidi intercorsi fra due coniugi di diversa fede. Nella fattispecie, lei testimone di Geova, lui si presume Cattolico. Una relazione difficile, aggravata da una relazione extraconiugale che “lui” intratteneva con un’”altra”, che si è complicata proprio nel momento in cui, in genere, entrano in profonda crisi un po’ tutte le coppie interconfessionali: l’educazione dei figli.

L’uomo, disapprovando il tipo di educazione che la donna, geovista, impartiva ai figli ha esercitato maltrattamenti ricorrenti, con tale violenza che alla fine la donna lo ha querelato.

Risultato: se il marito picchia la moglie nell’ambito di un litigio, che ha per oggetto un dissidio dovuto a motivi religiosi, non necessariamente viene a verificarsi il reato di maltrattamenti. A condizione che si verifichi sporadicamente.

Si segnalano festeggiamenti senza freno nei circoli peninsulari dei Fratelli Musulmani, tra seguaci di monsignor Léfèvre ed i penitenti dell’Opus Dei.

Assenti i movimenti femministi, già da tempo spariti, per palese conflitto di interessi con i “brand” dell’ultrasinistra, alle prime problematiche irrisolvibili (tipo caso Hina, per capirci)




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SOCIETA'
19 dicembre 2006
Eh! Ma che donna!!!!

TURCHIA: VINCE ALLA LOTTERIA E LASCIA IL MARITO

Il consorte: non vuole condividere con me il suo denaro

Istanbul, 18 dic. (Apcom) - Due anni fa ha vinto circa un milione di euro alla lotteria. E oggi ha vinto un altro terno al lotto, visto che ottenuto il divorzio definitivo da suo marito. Il 31 dicembre Yesim Akyol ha vinto la una fortuna alla lotteria turca e ha pensato di porre fine a quello che per lei era diventato un grosso problema: il rapporto con il marito, persona affetta da problemi di alcool e noto per il suo temperamento molto irascibile. Gesto che il consorte non ha gradito molto, nonostante la mogliettina, prima di lascialo gli avesse comprato una macchina e aperto un'attività. Anzi, l'ha persino accusata di aver concepito il loro figlio con un altro uomo e non con lui. A porre fine a tutto ci ha pensato il tribunale di Bakirköy, a Istanbul, che ha reso esecutivo il divorzio, posto sotto tutela della madre il figlio e obbligato il coniuge a pagare alla sua fortunata moglie circa 280 euro al mese di alimenti. Adesso potrà vivere senza più botte e scenate e con un sacco di soldi.



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politica estera
18 dicembre 2006
L'ARABIA SAUDITA AD UN PASSO DAL COINVOLGIMENTO IN IRAK. Il dossier in sintesi.

La nostra stampa liquida in quattro righe un dossier scottante. Traduzione integrale dell'articolo dell'Opinion, quotidiano marocchino, che riporta ed analizza il dossier saudita trattato dal New York Times.

Rapporto saudita accusa l'Iran di ingerenza

18-12-2006 08:02

(ANSA) - In edicola il 'Washington Times' pubblica un rapporto segreto di 40 pagine, commissionato dal governo saudita, dove si sostiene che l'Iran ha creato uno 'stato sciita dentro uno stato' in Iraq fornendo sostegno logistico ai gruppi armati.











Dimanche 17 Décembre 2006

Voci sull’implicazione di Ryad in Irak fanno venire i brividi a Washington

 

Lo spettro di una guerra per procura in Irak, tra l’Arabia Saudita da una parte e l’Iran dall’altra, fanno accapponare la pelle agli analisti di Washington proprio nel momento in cui il presidente Bush si appresta ad annunciare una nuova strategia in Irak.

 

“Potremmo essere alla vigilia di un intervento saudita in Irak in nome dei loro confratelli sunniti. Potremmo essere agli inizi di una guerra per procura”. Questo è quanto valuta Chas Freeman, ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita. “L’Arabia Saudita ha informato l’amministrazione Bush che, in caso di ritiro delle truppe statunitensi, il regno potrebbe intervenire finanziariamente a favore dei sunniti sia in Irak, sia in qualsiasi altro contesto ove i sunniti fossero opposti agli sciiti” ha dichiarato Freeman al New York Times. Secondo la stessa fonte, “gli avvertimenti sauditi riflettono i timori degli alleati sunniti degli Stati Uniti (Arabia Saudita, Giordania, Egitto) davanti all’impetuosa espansione dell’influenza iraniana in Irak, per non parlare delle ambizioni nucleari di Teheran”.

L’informazione è stata subito minimizzata dalla Casa Bianca, ma le dimissioni a sorpresa dell’ambasciatore saudita a Washington, il principe Turki al-Faisal, entrato nell’incarico solo 15 giorni fa, ha gettato l’ambiente diplomatico nell’apprensione.

Mentre in Irak furoreggia la guerra civile, una delle opzioni statunitensi consisterebbe nel sostenere il governo a conduzione sciita. Ma un sostegno tacito di Washington alla comunità sciita potrebbe facilitare quest’ultima a schiacciare quella sunnita. E’ evidente che una tale eventualità porterebbe ad un rapido deterioramento delle relazioni fra Washington ed i suoi fedeli alleati sunniti. “Se Washington seguirà una tale politica, allora l’Arabia Saudita sarà dall’altra parte” avverte Freeman, aggiungendo che il denaro saudita contribuirebbe all’armamento pesante delle milizie sunnite. “Ryad non può certo permettersi di prendere una posizione diretta in Irak, perché in caso di sconfitta, proprio alle porte di casa, ne pagherebbe conseguenze prevedibilmente pesanti”.

Il re saudita Abdallah è sottoposto ad una pressione crescente, da parte sia dell’opinione pubblica che dei notabili religiosi del paese, affinché si adoperi per il sostegno ai sunniti iracheni. In questo contesto un sostegno statunitense agli sciiti potrebbe esacerbare gli animi. “Se voi foste un saudita, sareste davvero preoccupato per questa situazione”, dice Michael Hudson, professore di studi arabi alla Georgetown University. “L’Arabia Saudita e, almeno su questo argomento, anche la Giordania, non sono pronte ad ammettere che considerano quella attualmente in Iran una dominazione iraniana. Ma lo pensano”. Una defezione dei sauditi potrebbe avere delle conseguenze davvero gravi per gli USA nell’economia delle strategie militari in Irak e in Afganistan. “Se l’Arabia Saudita è con i sunniti e gli Stati Uniti appoggiano gli sciiti, davvero lei pensa che essa consentirebbe il sorvolo del proprio territorio?” si domanda Freeman.

Sembrerebbe che il principe Bandar ben Sultan, che fu il focoso ambasciatore saudita a Washington per qualcosa come 22 anni, sia tornato nella capitale americana al fine di incontrarvi i responsabili dell’amministrazione Bush, soprattutto la segretaria di Stato Condoleeza Rice.

Consigliere per la sicurezza nazionale saudita, il principe avrebbe esortato i suoi interlocutori a rifiutare ogni negoziato con Teheran e Damasco. “Chiudere gli occhi davanti ai massacri di sunniti irakeni sarebbe abbandonare i principi sui quali si fonda il regno. E’ certo che un coinvolgimento saudita in Irak sarebbe un fattore di rischio immenso e potrebbe condurre ad un salto di qualità nel conflitto regionale. Con un netto peggioramento della situazione” ha concluso Nawaf Obaid, un consigliere dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti.







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SOCIETA'
18 dicembre 2006
OLTRE A DIO VIENE MESSO IN DUBBIO PURE IL "CHE". CHE TEMPI!!!



 

http://www.lematin.ch/nwmatinhome/nwmatinheadactu/actu_suisse/_le_che_n_a_pas_sa.html

 

Il Che non trova posto a scuola

17 décembre 2006

A scuola Che Guevara è sempre di moda. Un preside invia un’informativa ai propri insegnanti per fare in modo che l’effigie del rivoluzionario cubano sparisca dalle aule scolastiche.

 

Magliette, calzini, portachiavi, libri … Più di 7 milioni di siti internet sono consacrati a lui. Il Che è ovunque. Tanto che il preside delle scuole vaudesi del comprensorio di Chexbres, Puidoux, Rivaz e Saint Saphorin s’è fatto saltare la mosca al naso.

In una circolare interna, Jean Mauerhofer si è rivolto a tutti gli insegnanti, esigendo che le classi non siano più tappezzate con i poster del Che. Con preghiera al corpo insegnante di spiegare anche il vissuto “storico reale di quel signore”.

“La realtà sulla sua vita?” Il direttore si basa su un dossier comparso sull’ultimo numero di Historia, rivista che in Europa gode di un’attendibilità indiscussa, dove si demolisce il mito di un Che romantico.

“La scuola non può essere un luogo di esaltazione di signori della guerra”, spiega Jean Mauerhofer. “E’ come se qualcuno affiggesse il ritratto di Pinochet. Come la prenderebbero quelli dell’altra sponda politica? … I giovani oramai non conoscono che il mito del Che. Ma ignorano ciò che veramente fosse. Il compito della scuola è proprio questo. Spiegarglielo”.

Per il preside questa iniziativa va inquadrata nello stesso solco che generò una serie di divieti attuati qualche anno fa. “All’epoca c’era la guerra dei balcani, ed era di moda appendere le bandiere del Kosovo, dell’Albania o della Serbia in fondo alla classe…”

Niente Che… Eppure, moltissime classi sono addobbate con i poster di Britney Spears. “Preferisco questo – aggiunge il preside – almeno, lei, non propaganda ne la guerra, né all’omicidio. Ovviamente preferirei non fosse troppo succinta”.

Per Jacques Daniélou, responsabile della Società Pedagogica Vaudese, “il preside è responsabile, dinanzi alla legge, della conduzione pedagogica della propria scuola. Non c’è dunque nulla di strano che intervenga per vietare alcuni poster”.

Al contrario, per il sindacato vaudese, i poster di Britney Spears sono molto più pericolosi di quelli del Che: “Il Che è un simbolo, il suo poster non induce al proselitismo politico, ma incarna la rimessa in discussione dell’ordine costituito. E’ comunque molto meglio che non gli alunni sottomessi alla società dei consumi”. E poi conclude: “E’ oramai consuetudine che il fondo delle classi appartengano agli alunni. Ho sempre pensato che potesse essere un ottimo strumento per lanciare il sasso nello stagno”.




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11/09/2001