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Spigolature di attualità, politica e religione
CULTURA
17 dicembre 2006
A BERLINO FINALMENTE IN SCENA IL CONTESTATISSIMO IDOMENEO DI MOZART. SGARBO DEI RAPPRESENTANTI MUSULMANI.

 Lexpress.ch


Berlino: i responsabili musulmani non andranno alla prima dell’Idomeneo.

Lexpress.ch 20:11

http://www.lexpress.ch/ats/depeche.php?id=20061217201125714172194810700

 

I rappresentanti delle comunità musulmane di Germania, invitati ad assistere lunedì sera a Berlino alla contestatissima messa in scena dell’opera di Mozart l’”Idomeneo” hanno al fine declinato l’invito. Uno di loro ha spiegato di sentirsi strumentalizzato politicamente.

“Io vado all’opera” ha detto “per distendermi e non per mischiare religione arte e politica”. Una delle scene dell’opera mostra il re di Creta, Idomeneo, deporre su delle sedie le teste di Poseidone, Gesù, Buddha e Maometto. L’opera fu cancellata a settembre dalla Deutsche Oper Berlin per timore di reazione da parte degli islamisti.

Criticando l’invito “un po’ populista” del ministro dell’interno Wolfang Schauble, un altro responsabile religioso ha messo in guardia dalle semplificazioni che vorrebbero giudicare l’integrazione dei musulmani tedeschi in base alla partecipazione all’Idomeneo.

“La libertà dell’arte dev’essere preservata e la rappresentazione può dunque svolgersi”. Ciò nonostante la liberta suppone che “ognuno possa scegliere se andare o meno ad assistere ad una scena priva di gusto ed irrispettosa”.

 

L’articolo suggerisce tre riflessioni:

 

La prima, che a conti fatti andrebbe silurata la responsabile della Deutscher Opera, che quest’estate si permise di privare la maggioranza dei cittadini tedeschi di godere di un’opera siglata da un “brocchetto” della stazza di Mozart. Gli offesi, fino a prova contraria, dovrebbero essere tutti i melomani del pianeta, brutalizzati da chi ancora campa con principi medievali. A titolo di curiosità vorrei ricordare che, tempo prima, a Ginevra, sempre per il timore di atti inconsulti di questi trogloditi, venne soppressa dal cartellone l’opera (il Maometto) di un altro noto analfabeta: Voltaire.

La seconda, consiste nell’umiliazione data alle autorità tedesche, sia non presenziando alla rappresentazione come promesso in un primo incontro, sia con il messaggio dei responsabili religiosi, messaggio nemmeno tanto velato, con il quale facevano notare alla Umma germanica che essi autorizzavano per benevolenza un simile scempio rappresentativo.

La terza, il lavoro di demolizione della nostra cultura già iniziato, nella fattispecie con la contestazione di Mozart e Voltaire (nel caso specifico Mozart viene liquidato come privo di gusto). Quello che sorprende è il silenzio della sinistra. Ossia quella parte della società che si vuole depositaria della cultura d’avanguardia e che vede mettere il bavaglio, in questo caso, a due giganti che, fra i loro contemporanei, non furono certo dei conservatori.

Un silenzio troppo assordante, per non essere sospetto.



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politica estera
17 dicembre 2006
PALESTINA: UN'ANALISI POLITICA PER LA SINISTRA
Interessante analisi fatta dagli analisti ANSA sul possibile scenario dei prossimi sei mesi tra i palestinesi. Nella speranza che qualcuno del governo la legga, prima di inviare chicchessia nella Striscia di Gaza.



http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_2054613232.html

 

2006-12-16 20:55

FUGA IN AVANTI DI ABU MAZEN, SCENARI

RAMALLAH - Dopo otto mesi di coabitazione armata con il governo di Hamas, il rais Abu Mazen, uomo di dialogo e moderazione, oggi ha scelto la via dello scontro e del rischio per uscire dal tunnel di una crisi sempre più pericolosa, mettendo in gioco anche il proprio futuro politico. Elezioni anticipate, ha annunciato nonostante le grida di collera di Hamas, politiche e presidenziali, nel tentativo di ridare alla Palestina una autorità unica, una sola testa, possibilmente la sua. La decisione del presidente, contestatissima da Hamas e dai gruppi più radicali, che la definiscono illegale e anticostituzionale, anzi un "golpe", apre un periodo di circa sei mesi di grande incertezza per la politica palestinese. Potrebbe effettivamente portare a una vittoria di Abu Mazen, a un ridimensionamento di Hamas, e finalmente al rilancio del processo di pace. Ma potrebbe anche sortire effetti opposti. Questi alcuni scenari possibili.


- ELEZIONI E VINCE ABU MAZEN: nonostante le manifestazioni di massa iniziali di Hamas contro le elezioni, alla fine si va alle urne. Si vota fra marzo (secondo Yasser Abed Rabbo) e giugno (stando a Saeb Erekat). Gli integralisti alla fine accettano la sfida puntando su un 'en plein', e sulla conquista di presidenza e parlamento. Ma perdono. Abu Mazen viene rieletto e in parlamento torna ad avere una maggioranza Al Fatah, o quantomeno con i moderati. I rubinetti dell'aiuto finanziario internazionale si riaprono. Vere trattative di pace con Israele possono riprendere, si punta verso lo stato palestinese.


- VINCE HAMAS: stesso scenario di quello precedente per la parte iniziale. Ma nelle urne Hamas ripete il sorprendente successo del gennaio scorso, e oltre al parlamento, conquista anche la presidenza, probabilmente con l'attuale premier Ismail Haniyeh, il volto più popolare di Hamas. Il futuro della Palestina appare assai incerto.


- NUOVA COABITAZIONE: Le elezioni si svolgono, ma non danno l'esito sperato dal rais. Abu Mazen viene confermato presidente, ma Hamas rimane maggioranza parlamentare. Oppure Haniyeh diventa presidente, ma Hamas perde la maggioranza parlamentare. Sono due situazioni piene di incognite.

- STALLO E GOVERNO UNITA' NAZIONALE: Hamas riesce a impedire in qualche modo lo svolgimento delle elezioni, con manifestazioni di massa o ottenendo un pronunciamento giuridico dell'alta corte Anp, o con un accordo politico al foto-finish con Abu Mazen, ma accetta la formazione di un governo di unità nazionale, facendo qualche concessione alla comunità internazionale. Questo potrebbe riaprire qualche spiraglio per il processo di pace.


 - GUERRA CIVILE: lo scenario del peggio. Le manifestazioni di massa dei due campi, per e contro le elezioni, degenerano e lo scontro fra gli armati dei due campi dilaga. I numeri, sulla carta, danno Abu Mazen, comandante supremo delle forze Anp, con l'appoggio delle migliaia di miliziani dei gruppi armati del Fatah, probabile vincitore. Forse più difficilmente a Gaza, dove la struttura di Hamas è molto forte e dove dal 2005 sono entrate enormi quantità di armi. Ma la Palestina pagherebbe un alto prezzo di sangue e rischierebbe una spaccatura fra Cisgiordania e Striscia di Gaza.




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politica estera
17 dicembre 2006
MA IN ALGERIA IN CHE MONDO VIVONO?
Un articolo (uno dei tantissimi) che, nella sua finta volontà di analisi, riassume perfettamente la cecità, le bugie e lo sterile populismo che accompagna la frustrazione araba. E ne evidenzia la ragione prima della sua arretratezza: l'assenza di autocritica.

Le Quotidien d'Oran (Algerie)

 

Gli arabi sono ancora credibili?

 “Il processo di pace è morto”.

(evidenziato mio)

E’ annunciando quest’evidenza che il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, ha tacitamente riconosciuto l’inefficacia delle strategie arabe per la soluzione del problema palestinese.

Riuniti il giorno dopo lo svolgimento della sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, i ministri degli esteri arabi non sono riusciti ad esprimere neanche una dichiarazione di principi. Chessò, una condanna agli Stati Uniti, oppure delle ritorsioni contro Washington, che con i suoi reiterati veti alle condanne ad Israele prova di essere il primo sicario di ogni speranza alla pacificazione della regione.

Credendo di fare gesto coraggioso “rompendo l’embargo finanziario imposto ai palestinesi”, i rappresentanti degli Stati arabi hanno dimostrato al mondo come i quadri dirigenziali siano compromessi ed inetti, incapaci di valutare i rischi ed i costi di questa loro sottomissione all’ordine israelo-americano.

Lungi dall’essere una dichiarazione fragorosa, l’annuncio del ripristino degli aiuti finanziari ai palestinesi non fa che andare a ruota con il discorso del Primo ministro palestinese Haniyeh, che ha dichiarato che preferirebbe salvare gli interessi del proprio popolo piuttosto che scendere a tali umilianti compromessi. Un uomo che ha dato prova di dignità e senso dell’onore che stride sensibilmente con la onorabilità dei suoi omologhi nella regione.

Se c’è una domanda da porsi è: “perché i paesi arabi “fratelli” hanno vigliaccamente abbandonato il popolo palestinese in una delle situazioni più critiche della loro storia nazionale?”

Siccome Hamas non dirige più, almeno ufficialmente, il governo dell’autorità palestinese, la Lega Araba s’è finalmente conformata alle direttive degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. L’embargo finanziario, ricordiamolo, deriva dal rifiuto legittimo di Hamas di riconoscere Israele. Al di la del quesito se il riconoscimento, in ogni caso, dovrebbe essere reciproco, è lecito interrogarsi sul senso della partecipazione all’embargo stesso da parte di certe petro-monarchie come l’Arabia Saudita, che neanche hanno un rapporto diplomatico con Israele.

C’è poi da rilevare come la sola Algeria abbia proseguito ad erogare un aiuto finanziario a favore dei palestinesi, dando prova che si possa essere anti-sionisti senza correre il rischio di pestare troppo i piedi al gran maestro americano.

Ma resta soprattutto il segno poco edificante di una incapacità araba ad assumere un minimo di posizione, un minimo di contestazione. Al di la delle rivalità nazionali desuete e delle argomentazioni vuote degli americani.

Occorre scegliere una linea dura contro le ingiunzioni israelo-americane, produttrici di instabilità regionali, di radicalizzazioni pericolose ed assumere un atteggiamento fermo, basato sulla dignità come piattaforma minima di ogni negoziato.

 

 

______

 

Fin qui l’articolo integrale.

Qualche riflessione si impone.

-         Intanto sorge più di una perplessità circa il “legittimo rifiuto” di Hamas a non riconoscere Israele. Senza stare troppo a menarla per le lunghe non oso immaginare cosa avrebbero detto nella Quercia (senza scomodare l’ultrasinistra militante) a parti invertite. Con cioè un qualsivoglia paese occidentale che perseguisse la distruzione di uno Stato riconosciuto dal gotha planetario. La verità effettiva, ben nota negli ambienti non solo diplomatici, è che Hamas sa fa un solo mestiere. Il terrorismo. Ed è rimasto prigioniero del suo stesso “brand” legato alla lotta antiebraica (non solo antisionista, attenzione!). Ma quando si firma un’intesa, caldeggiata ed avallata dalla comunità internazionale, non si può rinnegarla addossandola alla controparte politica del tuo stesso Stato. Si chiama senso di responsabilità.

-         Le petromonarchie per intanto sono le maggiori finanziatrici del wahabismo, ossia di quel cancro che sta corrodendo lo stesso Islam dall’interno, respingendolo verso un medioevo pericoloso per il pianeta tutto. Tuttavia, recentemente, la stessa Arabia Saudita ha cercato per canali informali di colloquiare con Israele, conscia che è Tel Aviv l’ultimo baluardo al nazisalmismo sciita. Le recentissime affermazioni elettorali, da parte della componente sciita, nel Bahrein sono un ulteriore grattacapo per la monarchia tribale di Riad. D’altronde, chi semina vento…..

-         L’antisionismo algerino è connaturato al wahabismo che oramai impregna una buona metà dell’Islam planetario (alla faccia delle smentite). L’antioccidentalismo, invece, è fortemente di facciata. Perché l’Algeria, capace dopo la conquista della propria indipendenza di annientare tutto il know-how delle piccole imprese, quel tessuto produttivo che dall’imprenditoria francese che aveva ereditato,  ha un’economia allo sfascio. I piani socialisti e “ummatici” stanno a zero.

Vedi l’esaustivo: http://www.fen.fr/~marchand/LIEN/Lien%2035/LCA.html

L’economia si regge sulla mera esportazione del petrolio e del gas, beni non eterni, e non sa bene cosa fare quando, fra meno di un trentennio, la festa degli idrocarburi sarà finita.  Non solo. La cecità del wahabismo sta spingendo alla liquidazione dei pochi settori economici alternativi realmente produttivi, come quello dell’industria vinicola. Chi governa sa bene che pestare troppo i piedi può costare caro. Perché è vero che l’Occidente abbisogna degli idrocarburi algerini ma, se prevalesse il vento del nucleare (anche i Verdi non sono eterni), Algeri dovrebbe fare a meno di quel flusso finanziario che consente al suo popolo di non campare di soli datteri. Ed il petrolio non è granchè da bere.

-         Un ultimo appunto lo faccio volentieri sull’affermazione, un tantino azzardata, circa le rivalità nazionali desuete. Pare proprio di parlar di corda in casa dell’impiccato. Proprio lo stesso quotidiano algerino, che nell’ultimo anno ha tirato menate folli per la vicenda del Sahara spagnolo, conteso in modo sempre meno “diplomatico” fra Algeria e Marocco. Non è mistero che i recentissimi viaggi di Zapatero in Marocco e Chirac in Algeria abbiano avuto in agenda (e non nelle ultime pagine) la reiterata pressione dell’Europa al rispetto del principio di autodeterminazione del popolo Saharawi.

Vedi sull’argomento: http://www.lematin.ma/Journal/Article.asp?idr=natio&idsr=sahar&id=68314

Sembrerebbe, però, che la preziosa presenza di fosfati nella regione abbia lo strabiliante potere di azzerare il principio della “fratellanza musulmana” e di spingere i contendenti a ricorrere alla desueta rivalità. Quella che i Sig.ri Giulietti ed Agnoletto definirebbero una guerra coloniale (ma siccome a farla non sono gli sporchi europei, ma due Stati musulmani, allora è meglio non parlarne. Non fa audience).

 




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SOCIETA'
16 dicembre 2006
CONTRO-ORDINE A BOLZANO. NELLA SCUOLA MATERNA SI CELEBRA IL NATALE

16/12/2006

Direttore decide, bambini Bolzano canteranno Stille Nacht

L'asilo 'Casa del Bosco' ha fatto marcia indietro

 

(ANSA) - BOLZANO, 14 DIC - Nonostante tutto i bambini dell'asilo 'Casa del Bosco' di Bolzano canteranno 'Stille Nacht'. Lo ha deciso il direttore del circolo scolastico i cui insegnanti avevano stabilito che non vi sarebbero stati canti con riferimenti a Gesu' Bambino per rispetto nei confronti di chi non e' cristiano. Di fronte al clamore destato dalla vicenda, dunque, l'asilo ha fatto marcia indietro ed i piccoli alla festa di Natale canteranno Stille Nacht.


Forse le maestre sessantottine il Natale lo intendono così


 

Cancellato il divieto delle maestre che "per non offendere gli islamici" avevano "bloccato"
la canzonicina scatenando la polemica. Il via libera dopo l'intervento del direttore del circolo
Natale, contrordine a Bolzano
"A scuola si canta Stille Nacht"
I bambini della materna di Bolzano potranno cantare le canzoncine di Natale


BOLZANO - Marcia indietro: i bambini di Bolzano canteranno la canzoncina di Natale a scuola.
Un ordine del direttore del circolo scolastico cancella il caso della materna che aveva vietato riferimenti a Gesù per rispetto ai bambini islamici. Alla festicciola di Natale gli scolaretti della "Casa del bosco" canteranno insieme, italiani e stranieri, cattolici e musulmani, Stille Nacht, il più amato dei canti del mondo tedesco.


Siamo ad Oltrisarco, uno dei quartieri di Bolzano con la maggior presenza di stranieri nelle scuole: nella "Casa del bosco", su 80 iscritti, 30 sono stranieri. Tutti gli istituti sono alla ricerca della migliore ricetta per favorire l'integrazione, ma quando si è trattato di programmare le canzoni della recita, le maestre della materna hanno deciso di cancellare le canzoncine in cui si parla di Gesù per non offendere i bambini musulmani.


Apriti cielo: le prime ad essersi infuriate sono state le stesse mamme che non hanno capito il perché di quella decisione e hanno chiesto alla direzione scolastica di cambiare idea. Subito dopo è arrivata la durissima presa di posizione della sovrintendente scolastica dell'Alto Adige, Bruna Rauzi: "È una scelta che non condivido per nulla", ha detto. "La nostra identità culturale va salvaguardata e non dobbiamo aver paura di tirar fuori Gesù Bambino quando arriva Natale".


L'ultima, e decisiva parola, l'ha presa il direttore del circolo scolastico Gianfranco Cornella: "A Natale, Stille Nacht si canterà". Soddisfazione è stata espressa da Titan Miftin, albanese di nascita ed ex presidente della Cosulta stranieri di Bolzano, ora cittadino italiano e mediatore culturale nelle scuole: "Le maestre forse sono state troppo zelanti. Tra i bambini - ha spiegato Titan che da 10 anni opera con gli straieri nelle scuole -il razzismo non esiste, e non ho mai sentito nessuno di loro chiedere che si tolga il crocifisso da un'aula oppure che non si canti di Gesù Bambino. Ricordiamo che dal canto può venire la reciproca conoscenza e si può aprire una strada per conoscere le gente con la quale si vive".

 

da " Repubblica"







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SOCIETA'
16 dicembre 2006
Una selezione (curiosa) del Guiness dei primati 2006


La lingua più lunga del mondo è di nazionalità tedesca. "Fin da bambina gli amici e i compagni di scuola hanno sempre scherzato sulla mia lingua incredibile. Invece io ne ero orgogliosa e avevo ragione". Così Annika Irmler ha commentato il suo ingresso nel Guinnes dei primati grazie a una lingua da record, lunga ben sette centimetri. Di fronte alla giuria Annika ha dimostrato di poter leccare un gelato partendo quasi dal fondo del cono, proprio grazie a questo organo di eccezionale lunghezza.




Gli occhi più sporgenti del mondo appartengono al brasiliano Claudio Paulo Pinto, di Belo Horizonte, un paese a nord di Rio de Jaineiro. Pinto riesce a far sporgere gli occhi dal fondo delle orbite di ben 7 millimetri. "Faccio questa cosa da quando avevo nove anni e non fa male neanche un po'".


La 65enne Lee Redmond, dallo Utah, entra nell'edizione 2007 per avere le unghie più lunghe del mondo, ben 7,5 metri. Le taglierà, con il laser, a fine novembre.



Si chiama Steve Spalding, odia l'uva, eppure ha battuto un record davvero singolare: ha preso in bocca 116 chicchi di uva, lanciatigli singolarmente da 5 tiratori addestrati, da una distanza di 4,5 m,al ritmo di 1 al secondo. La prova è durata 3 minuti in tutto.


Kam Ma, inglese trentaduenne, si è fatto praticare 1015 piercing sul corpo in un'unica seduta di 7 ore e 55 minuti, senza anestetico




Jackie Bibby ha segnato il suo record tenendo in bocca 10 serpenti per 12 secondi e mezzo







L'uomo più alto del mondo è cinese e misura 2 metri e 36 centimetri




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politica estera
16 dicembre 2006
LA PRIMA VERA SFIDA PER EVO MORALES SI CHIAMA AUTONOMIA INTERNA

Lexpress.ch

http://www.lexpress.ch/ats/depeche.php?id=20061216033138997172194810300

Quattro regioni reclamano l’autonomia, senza invocare l’indipendenza.

 

Santa Cruz – Quattro regioni boliviane, tra le quali quella di Santa Cruz (est) hanno lanciato venerdì scorso un fermo appello all’autonomia regionale. Sfidano in tal modo il presidente socialista Evo Morales, senza tuttavia sconfinare nel separatismo o l’indipendenza.

Lo stesso presidente Evo Morales, felicitandosi nella stessa notte di venerdì con le assemblee delle quattro regioni in causa, ha detto che le richieste saranno esaminate dall’Assemblea Costituente.

Gli autonomisti reclamano dall’Assemblea Costituente la definizione dei poteri e l’ampiezza dell’autonomia da esercitare per le quattro regioni: Beni (nord), Pando (nord), Tarija (sud) e Santa Cruz (est).



In caso contrario, come detto dal governatore di Santa Cruz Ruben Costa dinanzi a migliaia di convenuti (si stima un milione), gli autonomisti sono pronti ad una “rottura istituzionale” con il governo centrale. Costa ha poi aggiunto che: “questa rottura costituzionale ci obbligherebbe ad un esercizio di sovranità per attuare l’autonomia regionale”.

Già all’apertura dei lavori delle “Assemblee Autonomiste” scontri violenti avevano opposto venerdì stesso, nella città di Santa Cruz, membri dell’estrema destra e Indios partigiani del presidente socialista Evo Morales, con un bilancio di 22 feriti.

Molti ministri si sono detti preoccupati dal clima “quasi-insurrezionale” che si respira in numerose province.




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politica estera
16 dicembre 2006
L'ULTIMA CARTA DI ABU MAZEN PER EVITARE LA GUERRA CIVILE

 

Dunque Mahmoud Abbas avrebbe deciso.

Perché l’esternazione riportata alle 13:24, da un po’ tutte le agenzie del mondo, suona molto più che un semplice proposito. Appare davvero un passo ineluttabile.

Il presidente, pressato dalla catastrofe umanitaria del suo popolo, dalla intransigente diniego ad ogni compromesso palesato dai circoli politici islamisti, dalla fermezza (invero un po’ titubante negli ultimi giorni in alcuni paesi arabi) del fronte occidentale, vuole  rompere gli indugi ed esercitare l’unico, vero potere che ha in mano. La possibilità di richiamare alle urne la popolazione palestinese. Una minaccia che per gli oltranzisti islamici appare, oggi molto più di ieri, un pericolo da evitare ad ogni costo.

Il prezzo da pagare, per evitare il passaggio alle urne, può essere politico, con l’accettazione di un compromesso serio, accettato agli occhi della comunità internazionale, o sociale, con una guerra civile che, data la morfologia del territorio (la più alta densità abitativa al mondo), rischia di rivelarsi sanguinosissima.

I partecipanti all'incontro di oggi hanno riferito che Abbas non ha fissato una data entro la quale convocare elezioni anticipate, ma una fonte a lui vicina ipotizza che il voto possa tenersi fra quattro quattro o cinque mesi.

Da parte sua Hamas, che ha vinto le elezioni palestinesi a gennaio, ha respinto ogni ipotesi di voto anticipato. ''Non permetteremo questa rivoluzione'', ha dichiarato il portavoce del movimento islamico, Ismail Radwan, aggiungendo che il governo guidato da Hamas intende continuare il suo lavoro. Ahmed Yusef, consigliere del primo ministro Ismail Haniyeh, ha dichiarato alla rete televisiva araba al Jazeera che l'ipotesi di elezioni anticipate non ha senso. Yusef ha aggiunto che nessuno ha diritto di sciogliere l'attuale governo e che il comitato esecutivo dell'Olp non rappresenta nessuno. Vedi: http://www.adnkronos.com/3Level.php?cat=Esteri&loid=1.0.627151169

 

A favore di una lettura catastrofica, quella dell’inizio della guerra civile, gioca sicuramente la grave crisi umanitaria. Che fa alzare sempre di più la voce alle organizzazioni internazionali che lavorano sul terreno, e che non ce la fanno a dare assistenza a un popolo ridotto alla fame dall’embargo imposto da Stati Uniti, Israele e dall’Europa. Un embargo la cui responsabilità è da assegnare senza indugio ad Hamas, alla indiscussa ostinazione con la quale si è rifiutato di fare politica, abbarbicandosi ai dogmi che permeano il suo statuto e che vanno dall’esplicito progetto di cancellare Israele dalla carta geografica nell’implicito programma di islamizzare tutto ciò che capiti a portata di mano (diciamo il mondo).

Nella Striscia di Gaza, poi, il problema è diventato quasi irrisolvibile. I poveri, nei Territori palestinesi, sono ora sempre più poveri, e soffrono assieme a quelli che poveri lo sono diventati in questi ultimi nove mesi. Questo ha provocato una serie di incidenti che hanno interessato Gaza City, Beit Hanoun, Betlemme, Ramallah, Nablus, Gerico, teatri di un braccio di ferro tra Fatah e Hamas.

Alcuni osservatori asseriscono che l’accusa a Mahmoud Abbas è squisitamente politica (anche perché finanziariamente Hamas ha davvero poco da ridire, visto l’isolamento totale, e quindi economico, nel quale ha gettato i palestinesi). La voce della strada dice che il presidente sia troppo sensibile a Washington, troppo assuefatto agli interessi occidentali (Europa compresa), troppo dipendente da quelle autocrazie sunnite (Egitto, Algeria, Marocco, Tunisia) largamente compromesse nei confronti dei propri popoli e dell’Islam.

Altri preferiscono ricordare che, oggi, la maggioranza dei palestinesi contesta la posizione del governo di Hamas di rifiutare le condizioni poste dal Quartetto (Onu, Ue, Usa e Russia) per una soluzione della situazione della regione, è a favore di elezioni politiche anticipate, vede positivamente un incontro tra il presidente del'Anp, Mahmoud Abbas, ed il premier israeliano Ehud Olmert, giudica in modo più positivo l'azione svolta da Abbas rispetto a quella di Haniyeh, ma continua a ritenere il capo del governo l'uomo politico più affidabile. Sono questi alcuni dei risultati di un'indagine condotta dal Palestinian Center for Public Opinion (PCPO), un centro indipendente che dal 1994 studia l'opinione pubblica palestinese, diretto da Nabil Kukali, cristiano, che è anche professore alla Hebron University, in Cisgiordania.

L'inchiesta ha anche mostrato che la stragrande maggioranza dei palestinesi (91%) è contraria all'idea di attaccare le chiese cristiane in reazione alle parole di Benedetto XVI sull'islam, anche se il 7,9% si è detto a favore.

Il risultato più significativo dell'indagine, secondo Kukali, è il giudizio della maggioranza dei palestinesi (il 52,7%) sul rifiuto del governo di accettare le condizioni del Quartetto, insieme al fatto che il 61,4% è a favore di un incontro tra Abbas e Olmert.

Indicativo è anche il raffronto tra le risposte date ad identiche domande riguardanti la valutazione del comportamento di Abbas e di Haniyeh.

Il presidente del'Anp, Abbas, ottiene in 14,3% di "molto buono" ed un 31,6% di buono, per un totale del 45,9% di giudizi positivi, accanto ad un 24,6% di mediocre ed un 28,3% di valutazioni a vario titolo negative.

Il capo del governo, Haniyeh, ha un 17,5% di "molto buono", un 22,5% di buono (per un totale di giudizi variamente positivi pari al 40,0%), con il 26,2% di mediocre ed il 32,0% di valutazioni negative.

Un riscontro del giudizio su Abbas può essere visto nel fatto che la larga maggioranza (61,8%) dei palestinesi si dice contraria allo scioglimento dell'Autorità nazionale palestinese - a fronte del 35,5% che è favorevole - mentre una praticamente identica maggioranza (65,2%) giudica positivamente l'eventuale scioglimento delle forze del Ministero degli interni, che fanno riferimento al governo di Hamas.

In questo quadro, anche se non è stata richiesta alcuna eventuale intenzione di voto, la bilancia sembra pendere per il Fatah di Abbas in caso di elezioni politiche anticipate, "fortemente a favore" delle quali è il 37,1% degli intervistati, che con il 20,4% che è "abbastanza a favore", fa una solida maggioranza del 57,5%, contro il 40,8% che è a vario titolo contro il voto anticipato. Ad una identica domanda su elezioni anticipate per il rinnovo della presidenza dell'Anp, invece, è favorevole solo il 42,5%, a fronte di un 54,7% di contrari.

Vedi su: http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=7553&geo=57

 

Questi sono i numeri, espressi invero su di un campione comunque ridotto. La situazione sul terreno sarà sicuramente tutta un’altra storia. Occorrerà, insomma, vedere come reagirà Hamas alla decisione ultimativa di Abu Mazen. E cosa succederà, poi, nel caso di elezioni anticipate.

Se, cioè, i palestinesi decideranno in maggioranza di tornare all’amministrazione di Fatah, sperando che non sia più corrotta (haramiyeh, ladri dell’amministrazione precedente, come recitavano gli slogan delle ultime manifestazioni a Ramallah) oppure se confermeranno Hanyeh e i suoi uomini.

E’ indubbio che la batosta economica, l’isolamento internazionale, l’incapacità delle frange integraliste a far politica seria andando oltre i proclami teosofici ha lasciato un segno indimenticabile nella società palestinese. Come visto sopra, i sondaggi darebbero ora la vittoria a Fatah. E questo spiegherebbe l’ira di Hamas. Ma i sondaggi in Palestina, come hanno dimostrato le scorse elezioni, lasciano il tempo che trovano.



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16 dicembre 2006
L'ULTIMO SGAMBETTO DI KOFI ANNAN

 

Lexpress.ch

http://www.lexpress.ch/ats/depeche.php?id=20061216014156711721948103000

 

“Muro” israeliano: l’ONU crea uno sportello per esaminare i ricorsi

 

New York – L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato ieri, Venerdì 15 dicembre, con larga maggioranza la creazione di uno sportello finalizzato all’esame dei ricorsi legati al “muro” di sicurezza costruito da Israele in Cisgiordania. Al termine dei lavori, il “muro” si estenderà per una lunghezza di 650 Km.

Con una risoluzione di 162 voti a favore e 7 astensioni, l’ONU prevede dunque, nel giro di sei mesi, di creare di un Consiglio di tre membri ed un segretario preposti alla registrazione delle domande di indennizzo legate alla costruzione di questa barriera.

Questa, costituita da prefabbricati di cemento armato ed accessi elettronici, è ufficialmente destinata ad impedire che i candidati agli attentati suicidi possano penetrare in Israele. I palestinesi la considerano come un’indebita appropriazione di territori e un fatto compiuto da portare poi sul tavolo delle trattative previste per la creazione di uno Stato palestinese.

Questa barriera, in costruzione dal 2002, in certi punti penetra profondamente all’interno dei territori palestinesi.

Israele, per bocca del suo ambasciatore all’ONU, Dan Gillerman, ha fatto sapere che Israele già sta vagliando le domande di indennizzo. Secondo l’ambasciatore israeliano, qualcosa come 140 domande sono state prese in esame dai servizi ed hanno già portato all’erogazione di oltre 1,5 milioni di dollari ai palestinesi ricorrenti.

Gli Stati Uniti, principale alleato di Israele, fanno parte degli astenuti sulla risoluzione. Lo sportello dovrà avere sede a Vienna, come raccomandato dal segretario uscente delle Nazioni Unite, Kofi Annan. E resterà attivo tanto quanto l’esistenza del muro di separazione. Il costo di questo servizio è valutato in circa tre milioni di dollari l’anno.

 

____

 

Fin qui l’articolo del giornale elvetico.

Una rapidissima riflessione su tre rilievi da me colti nell’articolo e che suggeriscono una riflessione attenta:

-         La terminologia. Ora i terroristi non sono più chiamati come tali, ossia con il termine proprio con il quale si indica chi massacra civili (peggio poi se nel nome di Dio il misericordioso ecc. ecc.). Ora questi macellai vengono definiti “candidati agli attentati suicidi”.

-         La raccomandazione di Kofi Annan. C’è sempre. Peccato che tanta solerzia il “santo patrono della Palestina” non l’abbia avuta per i curdi, per i cristiani copti dell’Egitto, per il Darfur, per il Saharawi, i nepalesi ecc. ecc.

-         Il costo inutile. Quattro gingilli di quest’ufficio costeranno 3 milioni di dollari l’anno. In un servizio che resterà attivo quanto la durata del muro (in teoria costoro starebbero a posto per generazioni). In definitiva l’intuizione del geniale Kofi rischia di costare una tombola per un lavoro che Israele già aveva attivato. Bastava predisporre un ispettorato. Ma è chiaro che la necessità di questo voto risiede solo nel colpire politicamente Israele.

L’indubbio vantaggio concesso ai palestinesi. Che nell’inevitabile procedere verso il naturale modo di fare politica (teocratica) nel mondo musulmano, fondato sull’intransigenza e la sopraffazione di chi è dissenziente, avranno bell’e pronto un muro sul quale allineare i loro fratelli da sopprimere. A Dio piacendo, naturalmente.



permalink | inviato da il 16/12/2006 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
SPORT
15 dicembre 2006
F1 IN LUTTO (E PURE I FERRARISTI): E' MORTO CLAY REGAZZONI

Nato a Mendrisio, Svizzera, il 5 settembre del 1939 è morto oggi, 15 dicembre, in un incidente stradale sull’autostrada A1 tra Milano e Reggio Emilia.

 In 18 anni di agonismo ha disputato 250 corse dal 1963 al 1980 (concludendone 177), collezionando 25 primi posti assoluti, 25 secondi posti e 21 terzi posti. Solamente in Formula 1 ha corso 132 Gran Premi (sei volte primo, tredici volte secondo, dieci volte terzo), con 5 pole position, 15 giri più veloci, 212 punti mondiali e 361 giri in testa, pari a 1.856 chilometri.




Pilota caratterizzato da un talento istintivo e da un notevole coraggio, Regazzoni fece un debutto a sensazione con la Scuderia Ferrari nel 1970, aggiudicandosi dopo solo quattro gare il Gran Premio d'Italia e terminando il campionato al terzo posto assoluto, alle spalle del compagno di squadra Jacky Ickx e del compianto Jochen Rindt, unico campione del mondo alla memoria.

Passato alla BRM nel 1973, Regazzoni fece squadra con Jean-Pierre Beltoise e con Niki Lauda. Proprio con quest'ultimo farà ritorno alla Ferrari l'anno successivo, formando con il direttore sportivo Luca Cordero di Montezemolo e il direttore tecnico Mauro Forghieri la base del gruppo che riporterà la scuderia di Maranello ai vertici mondiali. L'accoppiata Lauda-Regazzoni sfiorò due volte il titolo (Regazzoni lo perse per tre punti nel 1974, Lauda per uno nel 1976) e con Lauda si aggiudicò il mondiale edizione 1975.

Passato alla neonata Ensign nel 1977 e poi alla Shadow nel 1978, Regazzoni sarà protagonista di un paio di stagioni incolori fino al 1979, anno in cui Frank Williams lo assunse nella sua squadra a fare coppia con Alan Jones. Regazzoni regalò alla squadra inglese la sua prima vittoria a Silverstone e diversi buoni piazzamenti (memorabile la piazza d'onore conquistata a Montecarlo, partendo dalle ultimissime file dello schieramento), ma nonostante questo fu allontanato in favore di Carlos Reutemann a fine stagione.

Tornato all'Ensign, la carriera di Regazzoni terminò in seguito ad un drammatico incidente sul circuito di Long Beach nel 1980, dove rimase seriamente ferito alle gambe ed alla spina dorsale. Da allora Regazzoni, pur costretto su una sedia a rotelle, non ha abbandonato il mondo dei motori, partecipando ad alcune gare e rivelandosi un vivace commentatore sportivo, oltre che un instancabile promotore per migliorare l'inserimento dei disabili nella vita e nello sport. Un accurato resoconto della sua vita si può trovare nell'autobiografia È questione di cuore, pubblicata a metà anni Ottanta.




permalink | inviato da il 15/12/2006 alle 17:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
14 dicembre 2006
E MENTRE LA LEGA ARABA SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI, LA SIRIA PREPARA LA GUERRA.
Appare evidente dagli articoli dei due maggiori quotidiani del Libano e della Siria. Il primo pone in evidenza gli sforzi (peraltro riconosciuti ardui) di Moussa, il secondo sottolinea la voglia di combattere dei siriani delle alture del Golan.
Moussa come Neville Chamberlain




 

http://www.lorient-lejour.com.lb/page.aspx?page=article&id=329287

 

La mediazione Moussa fallisce sulla questione del tribunale internazionale.

Michel Hajji Georgiou

 

Non s’è ancora scoraggiato e proseguirà nei suoi tentativi fino a che proprio non ci sarà speranza. Solo allora Moussa tornerà al Cairo. Ciò nonostante il mondo politico non si fa soverchie illusioni. La mediazione di Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba, s’è nuovamente arenata sul problema del tribunale internazionale.

Latore di un piano globale e progressivo, con l’avallo del governo, mirante ad ottenere in un primo momento la convocazione della Camera per la ratifica di un progetto di Tribunale Internazionale, al fine di evitare la formazione di un governo di unità nazionale, il mediatore egiziano ha cozzato contro le priorità in agenda agli interlocutori.

In questo contesto, segnato da vive polemiche fra Hitzbullah ed il movimento 14 marzo, il Primo ministro Fouad Siniora si reca oggi a Mosca, su invito del presidente russo Putin.

Questa visita è significativa, perché anticipa di poco quella del presidente siriano Bachar el-Assad, in Russia il 19 dicembre.

 

 

 

http://www.sana.org/fra/51/2006/12/14/92180.htm

 

SANA Agence de Presse Arabe Syrienne

I nostri compatrioti del Golan riaffermano l’attaccamento alla loro identità siriana.

 

In un comunicato pubblicato oggi, in occasione dell’anniversario dell’annessione del Golan occupato, i nostri compatrioti hanno affermato la loro determinazione a salvaguardare la loro identità arabo-siriana e qualunque siano le decisioni ingiuste prese contro di loro, sono determinati a difendere la loro terra siriana palmo a palmo.



permalink | inviato da il 14/12/2006 alle 23:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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11/09/2001