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Spigolature di attualità, politica e religione
4 dicembre 2006
ULTIMO AVVISO PER CHI CERCA UN MATRIMONIO ISLAMICO IN ITALIA

 

Mi avvalgo di un articolo interessante e (soprattutto VERO), estrapolato da un sito combattente e schierato, con lo specifico fine di far ben riflettere le nostre ragazze prima che esse imbrocchino la strada del matrimonio islamico. Passata la prima ondata ormonale poi quello che resta sono essenzialmente rogne. Avendo già espresso alcuni articoli in proposito nei quali emergeva la voluta cecità di una certa sinistra, orientata a permettere una deroga nel contrarre matrimonio islamico (che consta nella possibilità che avrebbe l’imam di omettere la lettura degli articoli riguardanti la parità di diritti e doveri, lettura rimandata in altra sede non specificata) non resta altro che richiamare i nostri giovani a muoversi con cent’occhi.

 

http://www.iostoconoriana.it/site/content.php?article.1198

 

Questa è la storia vera di un’italiana non musulmana che sposa in moschea un italiano convertito all'islam, diventato un leader religioso nel nostro Paese (di cui non si cita il nome, ma è facilmente identificabile) che si ribella alla pratica del ripudio islamico perché viola i diritti fondamentali della donna.
«Mi sta accadendo una delle cose più interessanti del mondo: la diretta di quello che succede, in questo paese, a un bel numero di donne, musulmane e non, immigrate e non, dal momento in cui si ritrovano in questo mondo parallelo fatto di luoghi di culto non riconosciuti come tali, dove si celebrano matrimoni che non valgono nulla se non dal punto di vista morale e religioso e che, infine, divorziano senza giudici e senza regole, senza una rete sociale di sostegno e senza nessuno da cui potersi andare a lamentare se ne escono a pezzi».

La denuncia è di Lia, pseudonimo di una professoressa italiana vissuta in Egitto e residente a Genova.
Così Lia racconta l’inizio di questa singolare storia d’amore: «Sembra fatto apposta: lui sposa islamicamente Lia di Haramlik perché è lei, raccontatrice di arabeggianti vicende. E lei sposa islamicamente il Mullah di noialtri perché è lui: uno che, da queste parti, rappresenta l’islam non solo per come è ma—soprattutto — per come dovrebbe essere».

Rilevando l’impossibilità di condividere il marito in una famiglia poligamica.

Fino alla decisione repentina, assunta da lui, il Mullah, di ripudiarla.

Che scatena la protesta di Lia: «Qui succede che, se devi divorziare (o essere divorziata, come normalmente accade), la stessa moschea o organizzazione che stipula i contratti di matrimonio— rilasciando tanto di certificati con tanto di clausole da sottoscrivere per le spose, firme e numero di carta d’identità dei testimoni e via dicendo — si dichiara completamente incompetente ad operare un qualsivoglia tipo di verifica sulla legittimità dell’operato del marito e sul trattamento che i tuoi dirittiquelli spiegati nel Corano, mica pagliasi ritrovano a subire durante il matrimonio stesso e nel momento in cui finisce. Ti sposano e se ne lavano le mani, insomma, perché — si sa — qui "un giudice islamico non esiste": ne consegue che, di fatto, una donna musulmana si ritrova a subire in Italia forme di discriminazione che magari non subirebbe in un paese dove vige il diritto islamico e dove, quindi, esistono le strutture chiamate a farlo rispettare. Paradossale ma vero».

La condanna della leadership islamica in Italia è netta: «E pensavo che una classe dirigente islamica non può permettersi di giocare con cose islamicamente serie come il matrimonio, rilasciando e firmando certificati che suppongono l’assunzione di impegni specifici in nome di valori specifici, e poi decidere a discrezione propria se rispettarne i risvolti pratici o no, con te che non ci puoi fare niente. E pensavo a quelle donne che, con meno risorse della sottoscritta, si consegnano tutte intere nelle mani di uno di questi dementi, magari seguendolo da un paese all’altro, abbandonando la famiglia, rompendo col proprio ambiente e chissà che altro. Che alcune finiscono in strada a prostituirsi, che altre vivono di pubblica carità, che chissà come diavolo lo sbarcano, il lunario».

Che cosa chiede Lia? «Chiedo un divorzio —e dei divorzi in generale, a prescindere dal mio — la cui correttezza islamica, a partire dai suoi risvolti pratici, sia verificata da una commissione appositamente costituita. Un’Authority composta da uomini e donne provenienti da una pluralità di organizzazioni e capace di assumersi la responsabilità di dire pubblicamente chi ha ragione e chi ha torto di fronte ai contenziosi».
Proprio ieri è stato annunciato a Romanascita di un seminario permanente delle femministe musulmane e la stesura di un Manifesto dell’Islam delle donne. Ci auguriamo che prima di legittimare il matrimonio islamico, i nostri deputati e senatori vogliano ascoltare le donne che ne pagano sulla propria pelle le conseguenze.


Magdi Allam
01 dicembre 2006
da http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/12_Dicembre/01/allam.shtml



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4 dicembre 2006
LE BUGIE SULLA RICERCA CONTRO IL CANCRO

A suo tempo, in occasione dell’ormai dimenticato contenzioso Di Bella, rimasi prima colpito dal fervore belluino con i quale la “scienza ufficiale” aggredì lo scienziato dissenziente, per poi essere stimolato ad una seria riflessione sull’effettiva correttezza di un certo mondo accademico.

Sorvolando sul fatto che quello stesso mondo di medici ultraspecialisti (come Veronesi, per intenderci) debba dimostrare la specchiata onestà che viene presunta dalle autoreferenze che reciprocamente si comminano, ho avuto modo di riflettere un po’ sui risultati ottenuti da questi signori.

E’ indiscusso che uno degli argomenti maggiormente utilizzati da queste associazioni (dalla madre AIRC alle altre satelliti) sia lo sgocciolamento impressionante di percentuali positivi.

Ma positivi in che?

Spigolando qua e là mi sono riproposto evidenziare due elementi utili a riflettere sopra gli strombazzamenti spesso accettati in appecoronato assenso.

I dati li ho estrapolati dal seguente sito:

 

http://www.disinformazione.it/balle_oncologia.htm

 

Ebbene sì: il 50% dei malati di cancro guarisce! Questa è la bandiera sventolata ai quattro venti dalla medicina oncologica.

Di primo acchito questi dati sembrano dar ragione ai luminari, ma se usiamo un attimo il cervello, con l’ausilio dello strumento fornito dalla logica, troveremo delle cose molto interessanti.
Affermare che il 50% dei malati guarisce, è come dire che il 50% dei malati muore.

In pratica una persona su due affetta da tumore non ce la fa!


E comunque le statistiche qui fornite riguardano i pazienti che seguono i trattamenti ortodossi e che per questo rientrano nelle indagini epidemiologiche ufficiali. Sarebbe molto interessante, a scopi statistici, avere i dati delle persone che NON seguono l’iter classico. Ma forse tali dati, per qualcuno come le case farmaceutiche, potrebbero essere controproducenti…

Torniamo al discorso di prima, e cioè alle statistiche oncologiche del 50%.Innanzitutto non sono 50% le guarigioni, perché usando i dati ufficiali Istat della mortalità per tumori in Italia nell’anno 2002, risulta che i decessi sono stati:

-          162.201 persone, così suddivise: uomini: 92.906 e donne: 69.295;

Mentre l’incidenza di nuovi casi di tumori, sempre in Italia e sempre dati ufficiali, sono stati:

-          250.000 persone, così suddivise: uomini: 135.000 e donne 117.000.

Quindi a fronte di 250.000 nuovi malati di cancro, ne muoiono ogni anno oltre 162.000.
Per cui se la matematica non è un’opinione, la percentuale di morte è del 64,8%, e di conseguenza, la percentuale di sopravvivenza è del 35,2%, ben lontana da quel 50% propagandato!!!
Purtroppo non finisce qua: la percentuale appena estrapolata è ancora più bassa nella realtà, perché gli oncologi, nelle loro elucubrazioni matematiche commettono errori grossolani di distrazione (diciamo così dando il beneficio del dubbio….).

Il famoso 50%, che abbiamo visto essere intorno al 35%, si riferisce alla media aritmetica di diversi tipi di tumore, che possono avere guarigioni che vanno dal 97% ad un 3%.

Mi spiego meglio.

Vengono sommate le percentuali di guarigione di tumori diversi con percentuali ovviamente diverse la cui media risulta – sempre casualmente - più alta.

Iniziate a capire il triste giochetto?

Se non credete alle mie parole, sentite cos’ha dichiarato Francesco Bottaccioli (membro dell’Accademia delle Scienze di New York, docente di Psico-oncologia alla facoltà “ La Sapienza ” di Roma): “Il 50% di cui parlano gli oncologi non è effettivamente la metà del numeri di malati di tumore, come si è indotti a credere, ma la media delle varie percentuali di guarigione dei diversi tipi di cancro. Per capirci, si somma, per esempio, l’87% di guarigione del cancro al testicolo con il 10-12% di quella del polmone e si fa la media delle percentuali di guarigione, non calcolando che i malati di carcinoma al testicolo sono solo 2000 l’anno, mentre le persone che si ammalano di tumore al polmone sono attorno alle 40.000

Non sarebbe forse il caso di aprire gli occhi e smetterla di accettare che il nostro denaro venga sperperato in ricerche fallimentari?



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4 dicembre 2006
IL NIGER RIFIUTA IL PROTOCOLLO DEI DIRITTI DELLA DONNA

L'ennesimo esempio di quanto sia grande il gap da colmare

La Tribune de Genève

Circa 2000 musulmani tradizionalisti hanno manifestato nel Niger contro il progetto di ratifica del Protocollo di Maputo sui diritti delle donne.
Già qualche giorno fa i deputati del paese hanno provveduto a respingere il documento, saltando a piè pari le intese fra i governi africani.

Il Protocollo di Maputo è stato adottato degli Stati africani come documento di riferimento per accelerare la diffusione delle garanzie essenziali per le donne del continente, soprattutto in tema di parità dei diritti con gli uomini. Il Protocollo affronta inoltre tematiche importanti quali il divieto della circoncisione e dell’infibulazione, della poligamia e dei matrimoni concordati dei minori-

Chiaro che in un paese desertico (predomina il deserto del Sahél), dove il 95% della popolazione è musulmana, resta difficile più che altrove convincere i veri registi della vita sociale (gli Ulema) ad uscire da un medioevo radicatissimo.



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3 dicembre 2006
NUOVO CODICE PENALE SVIZZERO: OMICIDIO COLPOSO? NIENTE PRIGIONE. SOLO UNA MULTA!

 

Un cambiamento radicale nella gestione della giustizia svizzera che, almeno in parte, richiama il meccanismo legislativo penale statunitense.

Resta da verificare sul campo non tanto l’impatto che ci sarà sui colpevoli, quanto le conseguenze che subiranno le vittime che, almeno sulla carta, non sono minimamente considerate dai “garanti dei colpevoli”. Un invito alla giustizia fai da te?....

 

La Tribune de Genève

 

http://www.tdg.ch/tghome/toute_l_info_test/l_evenement/prison_02_12_.html

 

 

Senza rumors particolari, senza dibattiti pubblici o meno, senza passione, una vera e propria rivoluzione legislativa in materia di Giustizia sta per stravolgere il panorama elvetico. Con il nuovo anno entrerà in vigore il Nuovo Codice Penale che contempla, per le pene di lieve entità (meno di un anno) e salvo le discrezionali eccezioni, che esse vengano sostituite da multe o lavori di interesse pubblico.

Di fatto sono interessati tutti quei reati minori che vanno dal borseggio, alle lesioni corporali colpose, fino ad arrivare all’omicidio colposo dovuto a mera negligenza. Detto in poche parole, la morte di un essere umano, a seguito di un incidente stradale, potrà essere regolato da un’adeguata sanzione pecuniaria.

Questo nuovo codice penale “sessantottino” secondo l’espressione del professore di diritto penale Robert Roth, nasce pieno di buone intenzioni: i ricercatori hanno difatti constatato che le pene di breve durata nuocciono al reinserimento sociale del soggetto colpito. “I danni collaterali della sanzione possono difatti portare alla rottura dei legami familiari, dei rapporti di lavoro e professionali. In breve, risultano sproporzionati come conseguenze indirette indesiderate”.

Resta tuttavia un notevole scetticismo da parte degli addetti ai lavori per questa modifica.

Secondo Assael: “prima di tutto l’applicazione del nuovo sistema non tiene in nessun conto della percezione delle vittime e della loro sofferenza. Eppure è facile pensare che, in caso di omicidio colposo per negligenza, la famiglia del defunto potrebbe risultare scioccata da una giustizia che riduce la vita umana ad una cifra da liquidare”.

Queste nuove disposizioni rischiano fortemente di suscitare forte incomprensione da parte della popolazione, facendo insorgere un sentimento di banalizzazione della pena.

La tariffa di un giorno di ammenda? Da 1 a 3.000 franchi svizzeri, a seconda della fortuna del condannato. Se poi quest’ultimo non dispone di questa somma, allora finirà dritto in prigione. Dunque questo Nuovo Codice Penale rischia di creare anche delle discriminazioni fra coloro che potranno permettersi il pagamento della cauzione e coloro che non potranno farlo. Pensiamo agli immigrati di passaggio o clandestini.

Uno studio condotto dalla giudice Antoinette Stalder sottolinea che la percentuale degli stranieri coinvolti nel tipo di reati oggetto della riforma, dal 1996 al 2003, era pari al 70%.

Come si farà ad infliggere simili pene a tossicomani borseggiatori, palesemente non in grado di pagare?

Non solo. Quale sarà l’impatto sociale, in termini di deterrenza, sapendo il malvivente che lo aspetta una pena pecuniaria o un ridotto indennizzo?

In molti concordano che questo nuovo codice penale sia frutto dell’intervento di teorici puri, con tutte le conseguenze del caso. Indiscutibilmente coerente con la sociologia e la psicologia assistenziale più avanzata rischia di rivelarsi in pratica inapplicabile



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3 dicembre 2006
IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

763 clandestini marocchini rimpatriati dalla Libia!!!

 

Potrebbe essere un primo risultato degli accordi bilaterali fra Italia e Libia?



http://www.liberation.press.ma/default.asp?id=16858

 

Rabat si appresta a rimpatriare ben 763 immigrati clandestini marocchini fermati dalle autorità libiche. La notizia è stata diffusa ieri dal ministro per gli emigrati. Annunciando il colossale rimpatrio, ha sottolineato, dinanzi al parlamento di Rabat, che “il Marocco non fa alcuno sforzo per facilitare i rimpatri dei propri clandestini”

Attualmente i 763 marocchini sono stipati nei CPT libici.

Essi rappresentano il 15 % dei detenuti in questi centri.

In tutto il 2005 gli immigrati clandestini marocchini complessivamente rimpatriati erano stati 2.500,



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2 dicembre 2006
LE DIVERSE STRADE DEI FRATELLI CASTRO

E’ innegabile che Cuba si appresti a vivere un profondo rivolgimento del proprio corso storico. Il lìder maximo, oramai malato terminale, non è apparso all’apertura della sfilata militare svoltasi in suo onore all’Avana. A quattro mesi dal manifestarsi dei seri problemi di salute (che secondo fonti dei servizi segreti USA sarebbero classificabili come un cancro intestinale in stadio molto avanzato) i poteri appaiono sempre più irreversibilmente in mano al fratello Raul.

Quest’ultimo, contrariamente a Fìdel, apparentemente prigioniero della propria immagine, ha tentato contatti per vie informali con Washington al fine di sondare le possibilità di poter avviare un negoziato mirato al ripristino di un tavolo di discussione che affronti (e possibilmente risolva) il contenzioso storico fra i due paesi. L’auspicio più autentico sarebbe per Raul Castro il concretizzarsi di un recupero delle relazioni diplomatiche, interrotte dal 1961.

Washington non ha reagito a questa apertura.

Almeno ufficialmente.

Tuttavia, l’assenza di Fidel all’appuntamento che egli stesso aveva fissato, in occasione del suo ottuagenario, rilancia tutte le indiscrezioni possibili sull’immediato futuro dell’isola.

Il mondo, primariamente quello latino americano (da Chavez a Lula), aspetta con ansia. Perché stavolta davvero sembrerebbe proprio che Fidel sia giunto al capolinea.

In un’America latina che sembra aver accelerato verso la propria autodeterminazione totale (quindi culturale ed economica) prendendo ad esempio proprio la realtà storica cubana, i prossimi mesi (ma forse trattasi di poche settimane) potrebbero essere decisivi.

Gli analisti politici potranno aiutarci a comprendere quanto ancora essa sia “il giardino di casa” di Washington e quanto invece abbia da spendere.

Con un governo a tinta dell’asinello (democratici) probabilmente ci sarebbe stato moltissimo spazio alla trattativa. Ma Fìdel non camperà tanto a lungo.

Prepariamoci.


RAUL CASTRO









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1 dicembre 2006
L'IRAN PROPONE IL NUCLEARE ALL'ALGERIA

Nucléaire
Ahmadinejad : «L’Iran est pour la dénucléarisation du monde entier»

Par : EL MOUDJAHID   Le : dimanche 19 novembre 2006

 

 http://www.elmoudjahid.com/stories.php?story=06/11/19/9334784


Traduco alla lettera:

L’Iran è per « la denuclearizzazione del mondo intero e, sopratutto della penisola coreana », ha dichiarato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, nel corso di un incontro con il presidente del parlamento nord coreano, Che Ye-Bok. Il passo è dell’agenzia iraniana IRNA. Ioltre lo stesso presidente iraniano ha aggiunto che “certe potenze cercano di creare tensioni tra i popoli”.

 

Ora una riflessione minima si impone. Considerando il profilo umanitario dei convenuti tra i quali è maturata questa sensazionale dichiarazione, pur con le riserve di antiamericanismo che vogliamo concedere a tutti gli attivisti di soccorso rosso, tifosi di Torsello il mistico, sostenitori delle beate Simone dal velo ecc., mi permetterei di sollevare qualche leggerissima riserva sulla sua credibilità (qualità che nella politica internazionale ancora pesa un po’).

Non più tardi di qualche settimana fa, Teheran ha pensato bene di offrire il proprio Know-How tecnologico in materia nucleare all’Algeria.

Si, perché non se ne parla, ma un po’ tutti nel mondo islamico hanno subitaneamente scoperto che, malgrado galleggino sopra olio e gas, non possono proprio fare a meno del nucleare.

A questo proposito sarebbe interessante aprire un tavolo di confronto fra i verdi europei (indistintamente raggruppati), gli Agnoletti, i gruppi anarchici, Diliberto Magno, Giordano l'Utopico, e questi statisti affamati di energia. Perché siccome è notorio che le industrie del Maghreb e del Mashrek non sanno più dove pescare energia, tanti sono gli operai, le commesse commerciali e compagnia cantante è giustissimo che essi abbiano il nucleare. (L'Italia, invece, che deve importarla per l'80% è meglio che vada in barca a salvaguardare gli storni migratori).

Eppure, malgrado questa corsa (silenziosa) verso la tecnologia nucleare, l’Algeria ha (per il momento?) declinato l’invito. Forse perché trattasi di sciiti che contendono un primato non solo religioso al mondo sunnita. Forse perché finire sotto la lente delle superpotenze (non solo occidentali) sarebbe deleterio.

Comunque, per intanto, la stampa algerina ci ride su (e speriamo che lo faccia a lungo, perché secondo me c’è poco da ridere)

 

http://www.lesoirdalgerie.com/articles/2006/11/30/construction.php

 




L'IRAN PROPONE LA PROPRIA ESPERIENZA NUCLEARE ALL'ALGERIA
"Prima di tutto...occorre indossare questa...!"






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11/09/2001