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Spigolature di attualità, politica e religione
SOCIETA'
17 febbraio 2007
Gran Bretagna: conflitto di diritti fra gay, lesbiche e credenti. Oltre la linea rossa?


ROMA, domenica, 11 febbraio 2007

Per l’articolo integrale clicca qui

 

Le agenzie cattoliche per le adozioni in Gran Bretagna corrono il rischio di essere costrette a chiudere. Il 29 gennaio il Primo ministro Tony Blair ha annunciato che non saranno previste deroghe, per le agenzie cattoliche, alle leggi antidiscriminazione.

La nuova normativa sarà votata dal Parlamento questo mese, per entrare in vigore il 6 aprile, secondo un rapporto della BBC del 29 gennaio. La legge sull’uguaglianza, valida per Inghilterra, Galles e Scozia, vieta ogni discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, nella fornitura di beni e servizi.

L’unica concessione fatta alla Chiesa è che le agenzie cattoliche avranno tempo ancora fino alla fine del 2008, prima di essere obbligate ad accogliere anche le coppie omosessuali come possibili genitori adottivi. Fino ad allora potranno dirottare le coppie omosessuali alle altre agenzie.

In una dichiarazione, pubblicata lo stesso giorno dell’annuncio del Governo, il Cardinale Cormac Murphy-O'Connor, Arcivescovo di Westminster, si è detto “profondamente deluso” per la decisione di non dare alle organizzazione cattoliche la possibilità di avvalersi dell’obiezione di coscienza sulla base delle proprie convinzioni religiose.

Secondo il Cardinale la normativa va contro la convinzione della maggior parte delle persone, che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre. Inoltre, in Gran Bretagna, tutte le principali fedi religiose condividono la “profonda convinzione” che i figli “prosperano grazie alla dedizione di un padre e di una madre”.

Tale condivisione è stata dimostrata dal sostegno manifestato al Cardinale Murphy-O'Connor, da parte di esponenti di diverse religioni.

Gli Arcivescovi anglicani Rowan Williams di Canterbury e John Sentamu di York hanno inviato il 23 gennaio una lettera al Primo ministro in cui affermano che “la libertà di coscienza non può essere soggetta alla legge, per quanto buone siano le intenzioni”.

Muhammad Abdul Bari, Segretario generale del Consiglio musulmano di Gran Bretagna, ha detto che “il diritto di praticare la propria fede o la libertà di non essere credenti rappresentano uno dei pilastri della nostra società”, come riportato dal Times il 26 gennaio.
Anche il Gran maestro della Gran Loggia scozzese di Orange, Ian Wilson, ha manifestato il suo sostegno alla posizione della Chiesa cattolica. “Deve esserci maggiore tolleranza per le opinioni delle persone credenti, tra cui anche il Cardinale”, ha affermato Wilson in un rapporto pubblicato dal quotidiano Scotsman il 31 gennaio.

Il giorno precedente lo Scotsman aveva pubblicato un articolo in cui si riportano alcune dichiarazioni del portavoce dello Scottish Catholic Media Office, il quale avvertiva che la nuova normativa è destinata a produrre gravi problemi per i cattolici.

“Si è discusso molto della necessità di contrastare le discriminazioni”, ha osservato William Rees-Mogg, opinionista del quotidiano Times, il 29 gennaio. Ma mai si era profilata l’ipotesi di intaccare la libertà di altri, in favore delle coppie omosessuali che hanno il diritto legalmente riconosciuto di adottare. Piuttosto, la questione è che il Governo, imponendo la sua volontà contro la Chiesa cattolica, dimostra di temere la lobby degli omosessuali più di quella cattolica.

Stephen Glover, in un articolo di opinione pubblicato dal quotidiano Daily Mail il 25 gennaio, ha osservato che la Chiesa cattolica non minaccia nessuno, limitandosi a chiedere per i cattolici la possibilità di seguire la propria coscienza, secondo valori plurisecolari condivisi da milioni di persone. Non è una posizione estremista questa, ha osservato.

“Verrebbero persi decenni di esperienza se le agenzie venissero estromesse a causa del contrasto tra Chiesa e Stato”, ha affermato Pierce. Dopo tutto, ha osservato, gli omosessuali non sono obbligati ad andare dalle agenzie cattoliche per poter adottare.

Anche Mary Dejevsky, scrivendo sul quotidiano Independent del 25 gennaio, ha osservato che gli omosessuali disporrebbero di molte altre agenzie qualora volessero adottare. Dichiarando il suo disaccordo con la Chiesa cattolica su molte questioni, Dejevsky ha tuttavia affermato: “È sbagliato che lo Stato cerchi di imporre i propri valori sulla fede religiosa”.

Imponendo alle agenzie di adozione di riconoscere i diritti delle coppie omosessuali, lo Stato “scivola dal piano secolare, entrando in quello sacro”, ha avvertito.

 

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L’esperienza olandese insegna che il movimento liberale non può commettere l’errore di identificarsi tout-court con un ateismo conclamato. La risposta della società non sarà mai univoca e, paradossalmente, proprio in Olanda i movimenti religiosi cominciano a scoprire più intensamente i valori comuni piuttosto che le differenze rituali. Ed è indubbio che il rischio al quale sono votati gli ultraliberisti-ateisti sia proprio quello di portare le varie componenti sociali ad un “frontale” politico fra i diritti delle minoranze sessuali (perché, non dimentichiamolo, di minoranze si tratta) ed i valori proclamati dalle varie comunità religiose (che minoranze non sono affatto).

Quello che sta accadendo in Gran Bretagna è una forzatura che, pur riguardando nel breve termine la Chiesa cattolica, non potrà non trovare solidali (come già si delinea) tutte le altre componenti religiose (musulmani in testa) e non, coinvolte loro malgrado in un contenzioso che calpesta valori che nessuno è obbligato a seguire, dunque privi di coercizione per chi non crede.

Veltroni il mese scorso ha dichiarato al TG3 che: “allorquando in un sistema democratico una minoranza del 2,5% condiziona il resto del paese, vuol dire che qualcosa di anomalo insidia il sistema stesso”.

Gay e lesbiche richiedono che uno Stato laico riconosca i loro diritti. Bene. Ma non possono pretendere che le tre religioni monoteiste stravolgano i loro principi.

A quando la difesa dei diritti delle maggioranze?

 




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politica estera
16 febbraio 2007
In Iran si moltiplicano gli attentati contro il regime
        

Per l’articolo originale: clicca qui

Tradotto da: Kritikon

16 febbraio 2007 – ore 21:51

 

Una potente esplosione è stata rilevata questa sera a Zahedan, capoluogo della provincia iraniana del Sistan-Balucistan (sud-est), dove mercoledì scorso un auto-bomba aveva fatto undici morti. Riguardo a quest’ultimo episodio, l’agenzia di stampa iraniana IRNA ha precisato che l’esplosione era stata causata da una bomba, senza precisare ulteriormente. L’attacco di mercoledì scorso era stato rivendicato dal gruppo estremista sunnita Joundallah.


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Dopo aver esportato la rivoluzione, Teheran importa la macellazione.
E' il mercato. Domanda, offerta, prezzo.
Ahmadinejad però è un "pinzoco", non  un economista....




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SOCIETA'
16 febbraio 2007
IL SIGNIFICATO DEL PROSELITISMO SCIITA NEL MAGHREB
        

15/02/2007 – Tradotto da: Kritikon

Articolo originale: clicca qui

 

Gli algerini si preoccupano della comparsa delle sette religiose di fede sciita impegnate in un’intensa campagna di proselitismo tendente a radicare questa corrente sostanzialmente estranea alla società algerina.

Il ministro algerino prende tempo, giudicando il fenomeno senza importanza ed assicurando che l’Algeria non permetterebbe mai la penetrazione di riti o correnti religiose suscettibili di destabilizzare la società algerina. La presenza di questa corrente religiosa in Algeria non costituisce comunque una novità. La quantità di libri religiosi concernenti lo sciismo attualmente in circolazione costituiscono la reale cartina tornasole della situazione. Il fenomeno non resta isolato alla sola Algeria. Il Gran muftì del Qatar, l’egiziano Yussef Al Karaduoui, ha dichiarato recentemente che i tentativi di penetrazione sciita nell’area del Maghreb sono reali e non ha mancato di stigmatizzare questa campagna “aggressiva, suscettibile di creare zizzania nei paesi musulmani sunniti”.

Questa penetrazione sciita in Algeria ha una connotazione politica che si fonda sull’indiscussa simpatia manifestata dagli algerini verso il movimento Hitzbullah, protagonista della recente guerra contro Israele, nonché verso il personaggio Ahmadinejad ed i suoi propositi antisionisti e filonucleari.

Algeria, Marocco, Tunisia, Libia e Mauritania sono gli obiettivi di questa offensiva sciita, affidata ad ex studenti delle università di Qom, in Iran. Il regime dei mullah mette a disposizione di questi “studenti” delle vere e proprie squadre di predicatori islamici, ma anche know-how relativo ad armi e fabbricazione di ordigni. Molti hanno anche frequentato campi di addestramento sciiti in Pakistan ed Afghanistan, mentre non mancano i veterani della guerra contro i russi.

Questa campagna di proselitismo ha favorito la comparsa di gruppuscoli impregnati di dottrina sciita i cui membri sono stati i primi ad imbracciare le armi per il Jihad. L’influenza sciita in Algeria risale agli inizi degli anni novanta e coincide con le attività ufficiali svolte dall’ambasciata iraniana in Algeria, particolarmente coinvolta nelle interferenze di politica interna del paese, soprattutto nella collaborazione fattiva con movimenti islamisti. L’Algeria ruppe a suo tempo le relazioni diplomatiche con l’Iran proprio per protestare contro queste ingerenze. Oggi quest’azione di ingerenza si ripresenta attraverso altri canali.

Il recente smantellamento della rete di reclutamento di volontari per il jihad in Irak, avvenuto nelle città del sud-est algerino, è un segnale forte dell’attivismo di queste cellule religiose nel paese. Le informazioni fanno riferimento anche a numerosi giovani algerini fuggiti in Irak (si ignora, in verità, se i volontari siano inquadrati in brigate combattenti sunnite o sciite).

Gli algerini pensano che quest’offensiva di proselitismo sciita (fondata, giustamente, sulla predicazione ed il combattimento) di fatto non sia altro che una “quinta colonna” dell’Iran che opera di concerto con Teheran per la lotta contro gli Stati Uniti. Questo conferma la nostra analisi: più che il perseguimento di una egemonia religiosa, il fenomeno del proselitismo sciita è direttamente legato alla necessità che ha Teheran di amplificare la crisi , moltiplicando i focolai di ribellione, nella speranza di stroncare i legami che i paesi musulmani sunniti mantengono con i paesi occidentali.

Minoritari, gli sciiti rappresentano solo il 15% dei musulmani del pianeta, ciò nonostante, contrariamente alle “querelles” politiche, etniche o razziste, le dispute religiose possono sfociare in autentiche campagne di conversione. Lo sciismo seduce oggi le masse esaltate ed esistono senz’altro molti simpatizzanti di questa religione in tutti i paesi arabi.

Se ufficialmente gli sciiti sono più di 130 milioni, concretamente, più della metà di essi (per la maggior parte iraniani) ne hanno abbastanza. Ma, per contrappunto, lo sciismo seduce milioni di musulmani integralisti o anti-israeliani del mondo intero.

L’ideale sarebbe rappresentato dalla scomparsa di questo regime che finanzia tutte le cellule dormienti nei paesi musulmani sunniti unicamente con il fine di seminare zizzania e porsi dunque come arbitro del disordine.

 

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Due riflessioni:

La prima è la mera osservazione che, se è vero che Teheran finanzia le cellule dormienti nei paesi sunniti, è altrettanto vero che Riad ed altri munifici operatori di Allah, provvedono a foraggiare abbondantemente cellule, reti e fondazioni sunnite nel cuore dell’Occidente democratico e permissivo. Il disagio del Maghreb dinanzi l’aggressione interconfessionale sciita potrebbe risultare salutare per far comprendere a questi popoli, semi-monolitici, quanto sia impegnativo e difficile affrontare un discorso pluralista autentico. Per il momenti siamo piuttosto lontani dagli skills minimi richiesti.

La seconda è relativa alla perdita di popolarità del sunnismo nei confronti dello sciismo. Fenomeno che sta rapidamente maturando in paesi tradizionalmente sunniti come Bahrein, Siria e Giordania anche in considerazione di un incontestabile limite organizzativo dell’islam sunnita: l’assenza di una vera gerarchia ecclesiale. Di fronte all’organizzatissimo clero sciita, che palesa una verticalizzazione clericale di chiara contaminazione cristiana, l’islam sunnita scricchiola significativamente. Ed i successi (più o meno autentici) delle organizzazioni sciite come Hitzbullah non costituiscono altro che una solenne bocciatura dell’approssimatività con la quale operano le fondazioni sunnite. E nello scontro intermusulmano la cannibalizzazione è a totale rischio del gigante sunnita.

 

 





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politica estera
15 febbraio 2007
Al Qaeda minaccia il Canada. E i talebani dall'Afghanistan: in primavera 200 kamikaze
        

          Data pubblicazione: 2007-02-15
          Indirizzo pagina originale: clicca qui

Al Qaeda minaccia il Canada. Un gruppo saudita del network del terrore che fa capo a Osama bin Laden ha affermato ieri che tutti i siti petroliferi che servono agli Stati Uniti dovrebbero essere colpiti, non solo in Medioriente. La minaccia è comparsa in un messaggio diffuso via Internet e nel quale vengono indicati, appunto, il Canada, il Venezuela e il Messico, tutti fornitori di petrolio agli Stati Uniti.

La minaccia di Al Qaeda di colpire le fonti del petrolio destinato agli Stati Uniti in tutto il mondo è apparsa sul sito web della rivista dal titolo Organizzazione di Al Qaeda nella Penisola Arabica, Sawt al Jihad (ossia Voce della Jihad, guerra santa). «È necessario colpire gli interessi petroliferi in tutte le regioni che servono gli Stati Uniti, non solo nel Medioriente - è detto nel testo - lo scopo è quello di tagliare i loro rifornimenti o di ridurli con ogni mezzo». E tra questi ci sono i pozzi dell'Alberta, ricchezza canadese, prima che americana.
Ma le nuovo minacce contro il Canada non si esauriscono con quelle che vedono come obiettivo i pozzi petroliferi delle Praterie. Altre, giunte sempre ieri, riguardano le nostre truppe a Kandahar. Nel giorno in cui il presidente afghano Hamid Karzai ha iniziato un viaggio in Europa - domani sarà in Italia - i guerriglieri talebani hanno avvertito ieri la Nato e il governo afghano che per la prossima, consueta offensiva di primavera hanno a disposizione 200 kamikaze pronti a immolarsi. Intanto però la Nato li ha accusati di aver usato bambini come scudi umani, lunedì, per sfuggire a un mortale accerchiamento durante l'Operazione Kryptonite nella provincia meridionale di Helmand. Il mullah Abdul Rahim, che si è definito il comandante in capo dei talebani nella provincia dell'Helmand, ha dichiarato ieri a un'agenzia di stampa internazionale che fra 8.000 e 10.000 mujaheddin sono pronti a passare all'azione con il disgelo. «In più, oltre a questi combattenti, abbiamo 200 uomini pronti a donare la loro vita per la loro terra e la loro fede. Utilizzeremo queste bombe umane per fare il massimo delle vittime fra i nemici». Rahim ha negato che fra le sue file ci siano combattenti stranieri.

Secondo responsabili afghani, invece, c'erano molti stranieri - ceceni, pakistani, uzbeki - fra i 700 guerriglieri che nelle settimane scorse si erano infiltrati dal Pakistan nell'Helmand con l'obiettivo di attaccare la strategica diga di Kajaki, una delle principali risorse idroelettriche del Paese. La Nato ha reagito alla minaccia con l'Operazione Kryptonite, e martedì ha affermato che la diga è stata messa al sicuro e la minaccia dei 700 talebani annientata, grazie all'intervento di 300 soldati dell'Isaf, britannici e olandesi, e di truppe afghane. Proprio durante la loro ritirata dalla zona di Kajaki, lunedì, secondo la Nato i talebani avrebbero fatto uso di bambini come scudi umani. È la prima volta, hanno detto fonti locali, che questo succede. «Durante questa operazione gli estremisti talebani hanno fatto ricorso a scudi umani. In particolare, hanno usato dei bambini afghani locali per proteggersi mentre scappavano dalla zona», ha detto il colonnello Tom Collins, portavoce dell'Isaf.

Ieri la Nato ha annunciato di aver ucciso un capo talebano, Mullah Manan, e almeno 11 suoi guerriglieri in un raid mirato, condotto prima dell'alba, in una zona fra la diga di Kajaki e il distretto di Musa Qala, il cui capoluogo è stato conquistato dagli insorti 13 giorni fa. Fonti locali hanno detto che nell'attacco sono stati uccisi anche dei civili, mentre secondo l'Isaf non ci sono state perdite «collaterali». «È una ben nota tattica del nemico incolpare l'Isaf di perdite civili», ha detto il portavoce Collins. Le forze dell'Alleanza atlantica hanno operato per diversi mesi nella zona di Kajaki per proteggere i lavori di ricostruzione e di ammodernamento della diga sul fiume Helmand e delle linee dell'alta tensione, interrotti l'anno scorso per gli attacchi dei guerriglieri. Quando sarà pienamente operativa, la centrale fornirà elettricità a 1,8 milioni di persone, ha detto la Nato.

 






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politica estera
13 febbraio 2007
UN BELL'ESEMPIO DI "FRATELLANZA MUSULMANA"

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5 febbraio di 2007


Marocco e Sahara Occidentale: Le persecuzioni giudiziarie dei saharawi

difensori dei diritti umani devono finire

Londra. - Alla vigilia del giudizio a L'Aaiún contro Brahim Sabbar ed Ahmed Sbai, difensori saharawi dei diritti umani, Amnesty International ha espresso il timore che ambedue stiano subendo una persecuzione giudiziaria per il loro lavoro in difesa dei diritti umani e del diritto alla libera determinazione del popolo del Sahara Occidentale. Amnesty International ha chiesto garanzie alle autorità marocchine che i procedimenti giudiziari di domani si adeguino alle norme internazionali di imparzialità processuale.

Nonostante creda che questi due uomini, incarcerati da più di sei mesi, possono essere prigionieri di opinione, nel qual caso dovrebbero essere liberati immediatamente e senza condizioni. La preoccupazione dell'organizzazione è grande poiché Brahim Sabbar è stato già condannato a due anni di prigione in un altro processo sulla base di accuse che, secondo Amnesty International, furono probabilmente falsificate.

Brahim Sabbar, segretario generale dell'Associazione Saharawi di Vittime di Violazioni Gravi di Diritti umani Commesse dallo Stato Marocchino, e che Amnesty International conosce bene perchè è da molto tempo attivista dei diritti umani, è accusato insieme al suo compagno Ahmed Sbai di appartenere ad un'associazione non autorizzata ed incitamento ad attività violente di protesta contro l'amministrazione marocchina del Sahara Occidentale.

Brahim Sabbar ed Ahmed Sbai sembra siano oggetto di queste persaecuzioni per il loro lavoro di divulgazione e di di informazione sulle violazioni dei diritti umani nel Sahara Occidentale, ed anche per difendere pubblicamente il diritto alla libera determinazione del popolo che abita in quel territorio.

Furono fermati il 17 giugno di 2006 a un posto di blocco della polizia all'entrata di L'Aaiún, nel Sahara Occidentale, mentre tornavano in automobile dalla vicina località di Boujdour. Lì, come hanno affermato, stavano partecipando all’inaugurazione di un ufficio della loro associazione. Poco prima, nel maggio di

2006, la sua associazione aveva pubblicato una relazione di 121 pagine nella quale si descrivevano dettagliatamente decine di denunce di detenzione arbitraria e tortura o maltrattamenti con l'intervento delle forze di sicurezza negli ultimi mesi.

Il processo precedente contro Brahim Sabbar ha avuto luogo poco dopo il suo arresto. Era accusato di aggressione e disubbidienza ad un agente di polizia durante la sua detenzione, Brahim Sabbar ha negato le accuse e sostenendo che in realtà erano stati gli agenti di polizia a schiaffeggiarlo e insultarlo, oltre a riempirlo di calci. Altri difensori saharawi dei diritti umani hanno denunciato maltrattamenti simili o più gravi durante la detenzione o durante gll interrogatorio Brahim Sabbar fu condannato a due anni di prigione il 27 giugno di 2006. Nello stesso giudizio furono dichiarati colpevoli degli stessi reati due fratelli, Ahmed e Saleh Haddi che viaggiavano con Brahim Sabbar ed Ahmed Sbai al momento dell’arresto; il primo fu condannato a tre anni di prigione, ed il secondo a un anno di prigione con la condizionale. Le condanne furono confermate in appello il 20 Luglio di 2006.

Amnesty International ha espresso varie preoccupazioni in relazione all'imparzialità del giudizio. In particolare è preoccupata che il tribunale non abbia preso in considerazione le richieste degli avvocati della difesa di interrogare alcuni testimoni, malgrado fossero fondamentali per la difesa. Brahim Sabbar ha affermato che in nessun momento gli avevano permesso di leggere e verificare l'esattezza del verbale del suo interrogatorio, questo è contrario al diritto costituzionale marocchino.

Infine, Amnesty International fa un appello alle autorità marocchine affinché smettano di criminalizzare l'attività pacifica del collettivo saharawi che opera in difesa dei diritti umani e difendano invece il diritto da tutta la popolazione saharawi ad esprimere pacificamente le sue opinioni, comprese quelle sul Sahara Occidentale, senza paura di rappresaglie.

 

 

 

INFORMAZIONE COMPLEMENTARE

Brahim Sabbar ed Ahmed Sbai

Brahim Sabbar è stato perseguitato dalle autorità marocchine in varie occasioni nell'ultimo quarto di secolo. Fu fermato nel 1981 all'età di 22 anni, recluso senza accuse né processo in vari centri di detenzione segreta e rimesso in libertà nel 1991. Le autorità marocchine non hanno mai dato una spiegazione ufficiale dei motivi della sua detenzione e sparizione forzata, ma si pensa che avessero a che fare con le sue attività pacifiche per rivendicare il diritto alla libera determinazione della popolazione del Sahara Occidentale.

Nel 2001, Brahim Sabbar era tra i 36 difensori dei diritti umani marocchini e saharawi condannati a tre mesi di prigione per "aver partecipato all'organizzazione di una manifestazione non autorizzata" a Rabat, capitale del Marocco, il 9 dicembre del 2000. La manifestazione era convocata per chiedere la fine dell'impunità per gli autori di abusi contro i diritti umani nel paese. Brahim Sabbar ed altri furono assolti in appello. Informazioni maggiori al riguardo nella relazione Marocco ed il Sahara Occidentale: La libertà di riunione a giudizio, Indice AI: MDE 29/011/2001,

http://web.amnesty.org/library/index/eslMDE290112001.

Nell'anno precedente all'arresto del giugno 2006, ci furono tre occasioni distinte in che Brahim Sabbar fu fermato, interrogato e liberato poco tempo dopo in relazione al suo lavoro di difesa dei diritti umani o per la partecipazione a manifestazioni contro l'amministrazione marocchina del Sahara Occidentale. Dal 2000

gli hanno ritirato il passaporto.

Ahmed Sbai fu condannato a 10 anni di prigione nel 2003 per reati che comprendevano la distruzione della proprietà pubblica. La dichiarazione di colpevolezza si basò in larga misura su una "confessione" che, come affermava, l'avevano obbligato a firmare durante un interrogatorio nel quale l'avevano torturato frustandolo con una cintura di pelle.Fu liberato con un indulto reale nel 2004.

Brahim Sabbar ed Ahmed Sbai sono in sciopero del fame dal 30 di gennaio di 2007 assieme ad altri saharawi reclusi nella Prigione Civile di L'Aaiún per protestare contro gli abusi dei quali affermano essere stato oggetto il 19 di gennaio di 2007. Secondo le affermazioni di familiari ed amici, l'amministrazione penitenziaria convocò decine di poliziotti anti sommossa come misura di punizione che li aggredirono con manganelli ed a confiscare alcune delle loro cose, compresi libri e coperte. La famiglia di Brahim Sabbar denunciò anche che la direzione della prigione aveva ordinato che non ricevesse visite familiari per un mese.

L'Associazione Saharawi di Vittime di Violazioni Gravi di Diritti umani Commesse dallo Stato Marocchino osserva e documenta casi attuali di violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità marocchine, chiede giustizia per i saharawi vittime di sparizione forzata nei decenni precedenti, come Brahim Sabbar, ed i parenti di quelle persone ancora scomparse. Nonostante ciò, gli ostacoli amministrativi frapposti per motivi politici hanno impedito a Brahim Sabbar, Ahmed Sbai ed i suoi compagni di registrare la loro associazione.

Una missione dell'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che visitò il Sahara Occidentale nel maggio del 2006 mise di rilievo questo motivo di preoccupazione. Nella sua relazione confidenziale, concludeva che nella pratica era stata ostacolata la registrazione dell'Associazione davanti alle autorità e segnalava che, secondo membri dell'Associazione, le autorità pertinenti si erano rifiutate reiteratamente di rilasciare una ricevuta, paralizzando così il processo amministrativo.

L'Associazione ha impugnato il rifiuto del permesso da circa due anni. Il 21 settembre del 2006, un tribunale amministrativo annullò la decisione delle autorità locali di L'Aaiún di non rilasciare una ricevuta all'Associazione. Tuttavia, rappresentanti del Ministero dell'Interno marocchino dissero alla missione dell'ONU che il ministero non avrebbe mai autorizzata le attività di una associazione che avesse come fine discutere l'integrità territoriale del Marocco, in apparente allusione alle opinioni dei membri delle associazioni saharawi che chiedono l'indipendenza del Sahara Occidentale.

 

 

 




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diritti
12 febbraio 2007
PER UNA CERTA SINISTRA LA DEMOCRAZIA CONSISTE NELLA DITTATURA DELLE MINORANZE.

Alla trasmissione “Il Bivio”, andata in onda giovedì 18 gennaio su Italia 1, dedicata al caso di due gemelli transessuali, era presente, perché invitato, anche Kevin Harris, ora felicemente sposato, ma con un passato di transessuale. Durante la registrazione del programma, Harris ha esordito dichiarandosi cristiano. Questo è bastato perché fosse immediatamente sommerso dalle proteste dei presenti. Tra questi figurava Vladimir Luxuria, il deputato transessuale e comunista, piagnisteo di professione, che reclama costantemente parità di diritti per quelli come lui. Il Luxuria ha preteso di intervenire e, mentre parlava, ad Harris è stato fisicamente tolto il microfono, così che non ha potuto esporre il suo pensiero. Questo fatto gravissimo ci fa capire dove andiamo a parare nel prossimo futuro. Harris e quelli che, come lui, sono la prova che dall’omosessualità e dalla transessualità si può uscire, anche attraverso un percorso impegnativo di rieducazione, non avranno più libertà di parola. La vicenda di Kevin Harris e il suo percorso di ritorno alla normalità da un passato quarantennale di transessualità sono raccontati oggi (26 gennaio) su Libero da Andrea Morigi: un articolo che merita di essere divulgato. Clicca qui per leggere l'articolo

Scritto da: Gianpaolo BARRA il 26-1-2007 

        Fonte: http://www.iltimone.org/




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politica estera
11 febbraio 2007
QUELLA POLITICA "ARABA" LEGATA ANCORA A SCHEMI ARCHEOLOGICI...
         

9 febbraio 2007

Tradotto da: Kritikon

 

L’accordo concluso giovedì 8 febbraio alla Mecca, tra i movimenti palestinesi rivali Fatah ed Hamas, è stato accolto con favore dai palestinesi, che non hanno mancato di manifestare nei Territori. Ciò nonostante, Al-Hayat Al-Jadida denuncia questo accordo che spinge Hamas a riconoscere lo Stato di Israele.

 

Finalmente, dopo un arduo dialogo alla Mecca, Fatah ed Hamas sono addivenute ad un accordo. La prossimità della Kaaba incoraggia il popolo ad essere ottimista e a leggere in quest’accordo una vera e propria intesa nazionale tra i due principali movimenti politici palestinesi. Si spera che, per lo meno, non scorra più sangue per ogni minima divergenza e che la stretta dell’embargo internazionale si allenti significativamente.

Ma lo spirito delle controparti permane visibilmente identico, per nulla modificato da un accordo che corre il rischio di rivelarsi puramente formale. Persistono i timori di una nuova recrudescenza delle violenze dei giorni scorsi, con altre vittime innocenti, coinvolte in una guerra intestina che nulla ha a che spartire con le grandi cause religiose o nazionali.

Una delle clausole dell’accordo prevede che Hamas, o comunque il governo di unità nazionale nel quale Hamas stesso è corresponsabile, riconosca tutti gli accordi siglati dalla’OLP, in particolare quelli di Oslo, che implicherebbero il riconoscimento dello Stato di Israele.

Si tratterebbe di un netto passo indietro da parte di Hamas in rapporto al proprio statuto e a quanto perseguito fino ad oggi. Nella storia del conflitto arabo-israeliano questo passo costituirebbe un precedente che potrebbe rivelarsi estremamente pericoloso per il futuro. Perché il risultato di questo accordo è che l’occupazione viene assolta proprio da coloro le cui case ed i cui terreni e villaggi sono occupati.

Come mi fu detto da Abdelaziz Rantissi (precedente ccapo di Hamas) in una mia precedente visita dopo il primo tentativo di assassinio da parte dell’esercito israeliano (il 10 giugno 2003. Rantissi venne poi ucciso in un secondo attacco, perpetrato il 17 aprile 2004): “Riconoscere Israele sarebbe un tradimento!”. E, a tutt’oggi, questa resta la posizione cardine degli islamisti palestinesi. Una linea rossa da non superare.

In questi tempi di sconfitte ed umiliazioni della nazione araba, abbiamo bisogno di qualcuno che sappia dire no e che si rifiuti di formalizzare la disfatta. Dire no è una necessità politica perché è sempre possibile dire si in seguito, mentre invece una volta ceduto su tutto non resta nulla su cui negoziare. E’ il principio che Hamas ha difeso durante questi ultimi anni e che lo ha premiato nelle ultime elezioni.

Numerosi sono coloro che avrebbero preferito che Hamas rinunciasse alle redini piuttosto che riconoscere Israele, perché tutti gli onori del mondo non valgono una posizione di principio.

 

Mahmoud Al-Habbach, Al-Hayat Al-Jadida (Ramallah)

 

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Pensierino:

 

spontanea una riflessione sull’arcaicità del pensiero politico di molti intellettuali arabi.

Intanto l’assunto che il riconoscimento di Israele costituisca un elemento negoziabile e, in ultima istanza, il punto di arrivo della trattativa. Questo mentre l’intero pianeta è concorde da tempo a considerare il riconoscimento dello Stato di Israele come la piattaforma di partenza di un negoziato che mira a costituire uno Stato palestinese.

Una posizione talmente logica da essere oramai ritenuta necessaria ed irrinunciabile anche da una parte della diplomazia araba, persino nel forziere economico ed ideologico dell’islamismo wahabita.

Quindi la mancanza di un programma politico serio. Qualcuno sa che tipo di Stato palestinese sia programmato? O forse è scontato che debba essere l’ennesima Repubblica Islamica neonazista tanto auspicata sottovoce da tanti politicastri della sinistra estrema (e neanche troppo estrema)? Oppure ci è sfuggito qualcosa anche sul concetto di “nazione araba”?

Che cacchio significa “araba”? Forse che i petrodollari sauditi riusciranno ancora a lungo a schiacciare tutte le minoranze berbere dell’Algeria e del Marocco nel nome dell’arabicità, a far credere che gli egiziani sono tutti di sangue arabo e che (ancora stà favola) essere arabo coincida con l’essere necessariamente musulmano.

Temo che la strada sia lunga e non sia stata nemmeno imboccata…..

 




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SOCIETA'
10 febbraio 2007
DALLA FRANCIA SEGNALIAMO UN FUORICLASSE CHE PIACEREBBE A DILIBERTO. NATURALIZZIAMOLO!!!
      Nouvelobs.com

10 febbraio 2007

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Tradotto da : Kritikon

 

Stelio Capio-Chichi, alias Kemi Seba, 25 anni, fondatore del gruppuscolo di neri estremisti “Tribu Ka”, dissolto nel 2006, è stato condannato venerdì 9 febbraio dal tribunale di Chartres a cinque mesi di reclusione, di cui tre con la condizionale per oltraggio a P.U. nonchè delle sue divagazioni razziste.

Già posto agli arresti domiciliari, Kemi Seba risultava già condannato, assieme ad altri due componenti del GKS (Cyrille Kamdem, 26 anni e Yédé Awo, 28 anni) per i reiterati inviti alla rivolta contro le forze dell’ordine e l’apologia di razzismo.


 

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Dedicato a quelli che il razzismo è geneticamente bianco ed occidentale...

 


 




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diritti
10 febbraio 2007
Dietro lo scandalo svizzero del mercato dei visti c’è il colabrodo UE
         

9 febbraio 2007

Per l’articolo integrale clicca qui

Tradotto da: Kritikon

 

 

Jakarta – L’ambasciata svizzera è totalmente estranea allo scandalo dei visti concessi a pagamento ad indonesiani diretti in Europa. Questa è la conclusione alla quale è giunta Micheline Calmy-Rey, incaricata dell’ispezione ministeriale disposta dal governo svizzero all’indomani dell’episodio divulgato dalla stampa elvetica (due indonesiani avevano pagato circa 8.000, 00 euro ognuno per accedere come rifugiati nella Confederazione).

La Calmy-Rey ha anche precisato che i criteri selettivi con i quali l’ambasciata sceglie i propri collaboratori (per esempio, le agenzie di viaggio), non sono affatto chiari e richiederanno nel breve periodo una chiarificazione del protocollo.

La consigliera federale ha ricordato che il caso che fece clamore consisteva nella concessione di visto di accesso semplificato. Proceduta resa possibile dal fatto che i due richiedenti erano muniti di un visto Schengen rilasciato dall’ambasciata spagnola.

 

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Certo che, a soldi,  tutto il mondo è paese (e questo lo sospettavamo in molti).

La riflessione che la nostra sicurezza sia solo sulla carta sorge spontanea. Vieppiù è lecito domandarsi se dove finisca il diritto di un cittadino europea alla sicurezza e dove prevalga quello di un extra comunitario a reclamare l’ingresso nella UE (o, come nel caso svizzero, in paesi strettamente interconnessi). Davvero siamo tenuti ad aprire la porta a tutti? O è solo esercizio teorico?

 




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politica estera
8 febbraio 2007
DIRITTI DELL'UOMO NEGATI IN ALGERIA. ANCHE STAVOLTA COLPA DEL PERFIDO OCCIDENTE?
      L'Express.ch
         Giovedì 8 febbraio 2007
         Traduzione di: Kritikon

Algeri – La polizia algerina ha vietato lo svolgimento di un simposio sui diritti dell’uomo ad Algeri. Le autorità hanno spiegato che il Forum si sarebbe svolto senza che le necessarie autorizzazioni per la sua realizzazione fossero state concesse agli organizzatori.

Cinque gruppi algerini, attivi per la difesa dei diritti dell’uomo, avevano preannunciato questo pubblico dibattito in una due giorni dedicata dalla riconciliazione nazionale dopo l’insurrezione islamista del 1992. Una ventina di poliziotti, sia in abiti civili che in uniforme, hanno fatto fallire la riunione ricacciando tutti i partecipanti dall’entrata dell’hotel sede del dibattito.

Souhayr Belhassen, una militante tunisina per i diritti dell’uomo che doveva partecipate al Forum, ha definito paradossale l’atteggiamento del governo algerino, sopragiunto proprio quando martedì scorso ha sottoscritto, a Parigi, la Convenzione internazionale vertente proprio sulla difesa dei diritti dell’uomo.

 

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Il lupo perde il pelo. Ma non il vizio.

Sinora mi pare difficile veder coniugati i diritti della persona ed islam pratico. Se poi questi problemi li hanno fra correligionari, figurarsi le minoranze……

Eppure molti tuttologi e sociologi ardenti continuano a studiare “la tipologia del sistema sociale” islamico, per comprenderlo a fondo. E dunque integrarlo…. Mah….

Illusi:

Ci vuole tutta una vita per capire che non é necessario capire tutto (anonimo cinese)

 




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11/09/2001