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politica estera
8 febbraio 2007
SEGOLENE ROYAL: CIOE' COME SVENDERE LA REPUBBLICA FRANCESE PER IL VOTO ISLAMICO

Di Pascal Virot

Martedì 6 febbraio 2007

Tradotto da: Kritikon

 

Sorprendente la campagna elettorale quando si invita, nel bel mezzo del suo svolgimento,  l’Algeria.

Domenica, Jack Lang si è recato ad Algeri con il fine di trasmettere una “messaggio di amicizia” da parte di Ségolène Royal al presidente algerino Abdelaziz Bouteflika. Il consigliere particolare della candidata socialista ne ha approfittato per promettere un serio impegno affinché “la Francia riconosca tutti i crimini prodotti dalla colonizzazione in Algeria”. Questo passo costituirebbe un’alternativa alle scuse che da tempo Algeri reclama da Parigi.

Ieri, questo progetto ha provocato una reazione piuttosto “forte” negli ambienti politici francesi. Il candidato dell’UDF, Francois Bayrou, ha ritenuto che la proposta di Lang costituisce una “grave imprudenza che rischia di riscoprire le ferite del paese”. Da parte sua, il ministro degli esteri, Philippe Douste-Blazy, ha dichiarato che la Francia dovrebbe cessare di recitare il mea culpa e diffidare da quel senso di colpa troppo diffuso nella società.


 Ecco un bel tomo da non perdere



 

____

 

 

In verità il quotidiano francese Libération la sa lunga ma non la vuole raccontare.

Ségolène Royal, da tipica creatura della sinistra europea, tenta di ingraziarsi il voto islamico con un metodico lavoro ben congegnato. Difficile dimenticare la recente visita in Libano, le incaute dichiarazioni anti-israeliane e filo Hitzbullah (che non mancarono di irritare un tantino il fronte sunnita), i maldestri tentativi di porvi rimedio.

Ora Ségolène, stretta fra delle proiezioni che la vogliono in calo (per carità, lascia il tempo che trova), qualche accusa di malcostume politico e la malcelata criptocrisi con Hollande, rincara la dose certificando agli elettori musulmani che, se eletta, non mancherà di cospargere la Repubblica francese di cenere e lapilli.

Un personaggio che promette bene per la futura Repubblica Islamica Francese.

 


 




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diritti
7 febbraio 2007
L'ISLAM RENDE IMPOSSIBILE LA LIBERTA' RELIGIOSA



3 gennaio 2007

Articolo integrale

Tradotto da: Kritikon

 

Vuoi perché è nata dopo l’islam, vuoi perché non menzionata nel Corano, la religione baha’is (Babista, ndr) è al centro di numerose persecuzioni nel mondo islamico. Considerati dei veri e propri eretici, essi sono a tutti gli effetti dei “non cittadini”.

Beninteso, non che le altre religioni se la passino bene nei paesi a maggioranza islamica ma, perlomeno, quelle che trovano citazione nel Corano hanno comunque un riconoscimento che, per quanto spesso umiliante, sussiste.

Tuttavia i baha’is (Babisti, ndr), già per il solo fatto di essere comparsi dopo il profeta (auto-dichiarato nel libro sommo in questione come l’ultimo degli ultimi profeti), hanno riservata una vita difficile assai. Proprio nella terra d’Islam essi rischiano la propria pelle, esattamente come fece il loro primo apostolo, Al-Mirza Ali Mohamed Al.Chirazi, nato nel bel mezzo del XIX° secolo e giustiziato in Iran.

I baha’is in Egitto sono eterni clandestini. In uno Stato dove ogni cittadino deve obbligatoriamente indicare la propria fede sulla carta d’identità e nei documenti di stato civile, la Corte suprema egizia è arrivata a negare a questi esseri umani, egiziani, ogni diritto di identificarsi come babista.

Facendo ciò li si priva contemporaneamente del diritto di iscrivere i propri figli a scuola, di fare domanda di lavoro, di detenere un conto bancario, di avere assistenza sanitaria, di ottenere un certificato di nascita, di sottoscrivere una polizza assicurativa, rinnovare la patente ecc.

La soluzione sarebbe quella di convertirsi all’islam. O, quantomeno, accettare di diventare ebrei o cristiani (molte penalizzazioni permarrebbero, ma sarebbe possibile lavorare nel settore privato) ossia le tre religioni riconosciute dagli Stati musulmani moderati (fa impressione doverli chiamare così, malgrado certe porcherie ndr).

Il caso dei “non cittadini” baha’is viene alla luce nella primavera dello scorso anno. Protagonisti una giovane coppia, Husam Izzat Musa e Ranya Enayat Rushdy, che si vedono confiscati carte d’identità e passaporti per il solo fatto che nei certificati di nascita chiedevano la menzione della loro fede baha’is.

In aprile, quello che corrisponderebbe (grosso modo) al TAR egiziano, emette una sentenza che obbliga lo Stato egiziano a donare alla coppia “eretica” i documenti di identità con la precisa indicazione della religione professata. Il dispositivo motivante recitava che anche se lo Stato egiziano non riconosce la religione babista, i suoi cittadini conservano tuttavia il diritto di poter indicare la propria appartenenza religiosa sui documenti personali.

Questa sentenza, manco a dirlo, provoca un’immediata reazione da parte degli elementi estremisti e radicali, specie negli ambienti dei Fratelli musulmani.

In quel periodo un quotidiano francese, Le Figaro, riporta un editoriale del giornale cairota al-Gomhoreya: “se i baha’is saranno riconosciuti ufficialmente, gli adoratori di vacche, del sole e del fuoco avranno un precedente giuridico che spalancherà loro le porte del dar el-islam”.

Peccato però che nell’editoriale cairota ci si dimentichi di ricordare che i babisti raccolgono già 6 milioni di fedeli in tutto il mondo e che, già nel 1948, mentre la maggior parte dei musulmani pensava ad aizzare i palestinesi (fino a quel momento cordialmente detestati da turchi ed arabi) contro gli israeliani, il babismo era riconosciuto come ONG dall’UNESCO e con esso collaborava.

Ma torniamo alla sentenza del “TAR egizio”.

Non finisce di certo lì. Il governo presenta ricorso ed il 16 dicembre la Corte suprema gli da ragione.

Occorre dire che, nella fattispecie, la sentenza costituisce un’anomalia già per il semplice fatto che, già nel 1983, la stessa Corte aveva espresso una sentenza che permetteva ai babisti di iscrivere la propria religione sui documenti di identità, in quanto la Costituzione garantiva l’eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini.

A rincarare la dose ci pensava l’immancabile braccio teologico dei Fratelli musulmani: il Consiglio delle ricerche islamiche dell’Università di Al-Azhar (una specie di Vaticano sunnita). Secondo l’illuminato sceicco Abdallah Sammak: “L’islam non riconosce che le religioni celesti. Invece, questa religione si ispira agli insegnamenti del Corano, ma ne muta profondamente l’interpretazione e la pratica. Pregano differentemente, digiunano differentemente ed il loro pellegrinaggio non è la Mecca, ma bensì Akka (l’israeliana San Giovanni d’Acri). Non solo. Dovendo andare a sottilizzare, il loro libro, benché ispirato al Corano, è diverso. E si chiama Al-Aqdass. Dunque essi devono essere considerati semplicemente degli eretici”.

 

Appare divertente notare come un episodio del genere (che, sia chiaro non è affatto isolato ai soli babisti), che riguarda la libertà (di religione) negata ingeneri un effetto-sponda tutt’altro che marginale in una società fortemente non egualitaria come quella islamica.

Ed è proprio questo che i gran muftì temono.

Far cioè sorgere nella società arabo-musulmana, ma islamicamente inquadrata in genere, la comparsa di ciò che sino ad oggi è un tabù senza discussioni: la libertà di fede. La libertà di scelta, quindi uno spirito critico diffuso ed accettato, con conseguenze catastrofiche per il loro sistema politico teocratico, a forte vocazione totalitaria.

Una spallata pazzesca all’intero edificio giuridico settario odierno, simile per moltissimi versi alle dottrine pre-rivoluzionarie che ci accompagnarono in Europa. Dottrine legittimanti il potere monarchico per diritto divino.

 

Ma la persecuzione della religione babista non si ferma di certo nei paesi arabi musulmani.

In Iran, se è per questo, la situazione appare ancora peggiore.

Il regime iraniano attuale pratica una discriminazione secondo criteri religiosi. Riconosce due sole categorie di cittadini: i musulmani sciiti (ed in sfumature minori, i sunniti) come privilegiati ed i fedeli delle religioni anteriori all’Islam (zoroastriani, ebrei e cristiani) come (è il caso di dirlo) figli di un Dio minore. Tutti gli altri, in particolare babisti, agnostici ed atei compresi, sono dei non cittadini.

In Iran i babisti sono vittime di segregazioni in ogni fase della loro vita. Per esempio: non hanno diritto ad accedere alle scuole superiori. Da oramai 25 anni, ossia una generazione, figli e figlie della minoranza religiosa più importante del paese si devono accontentare del diploma. Difatti, in Iran le università sono riservate a musulmani, ebrei, cristiani e zoroastriani.

Dall’avvento della Repubblica Islamica, nel 1979, i circa 300.000 babisti dell’Iran vengono considerati alla stregua di “infedeli non protetti”, in definitiva delle non-persone, che non hanno in capo né diritti, né protezione.

Uno studio della Federazione internazionale della lega dei diritti dell’uomo (FIDH), datato 2003, riassume bene il problema: “essi (i baha’is ndr) non hanno diritto alla pensione, di scrivere il loro nome sulla propria tomba, di ereditare, di riunirsi per pregare (…) I loro luoghi santi ed i loro cimiteri vengono distrutti. Spesso i loro beni sono oggetto di procedimenti di confisca. Pressioni vengono sistematicamente esercitate sui datori di lavoro per licenziarli. Perché? Semplice, la loro fede, che è nata in Iran nel XIX° secolo, è posteriore all’Islam e, per questa ragione non è considerata religione dal regime. (…)”.

Agli inizi degli anni ottanta, circa 200 baha’is, scelti fra i maggiori attivisti, sono stati giustiziati per aver rifiutato la conversione all’Islam. L’indignazione della comunità internazionale ha contribuito a frenare non poco questa repressione. Ma non a fermarla del tutto. Un documento interno, firmato da Ali Khamenei, guida suprema della Rivoluzione islamica, detta una serie di raccomandazioni per risolvere la cosiddetta “questione baha’is”: “Il governo farà in modo che i baha’is siano impediti di crescere e svilupparsi. (…) Occorre espellerli dalle università, sia nelle prove di ammissione, sia nel corso degli studi (…) L’accesso al lavoro, se si dichiarano baha’is, dev’essere ostacolato”.

Ultima, piccola, precisazione: in Egitto come in Iran, la comunità babista è in fortissima diminuzione da quando i regimi islamici hanno applicato sistematicamente una politica di reislamizzazione capillare. Ma il depauperamento delle minoranze religiose coinvolge, oramai, anche ebrei e cristiani. Senza distinzione. In Egitto, come negli altri Stati islamici, stiamo oramai andando verso l’eliminazione di minoranze radicate storicamente, come i cristiani d’oriente.

 

Non potremo un domani dire che la Storia non ci avesse avvertiti…

 

 




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POLITICA
6 febbraio 2007
DEDICATA A CARUSO: LA LIBIA INTRODUCE VISTI D'INGRESSO E CPT

Kabylie.com2 febbraio 2007

Djilali Benyoub

Tradotto da: Kritikon

 

La Libia ha deciso di introdurre il visto per tutti gli stranieri. La decisione è stata annunciata ieri dal ministro degli Interni, Salah Radjab, a Tunisi, in margine alla riunione dei ministri degli interni arabi.

I clandestini del Maghreb sono indistintamente interessati da questo provvedimento. Algerini, tunisini, marocchini, mauritani, egiziani, tutti sono oramai colpiti dall’obbligo di visto per l’accesso in Libia. Esentati sino ad oggi da questa procedura di accesso, gli arabi restano disorientati dal fatto di essere equiparati a qualsiasi altro straniero.

A ciò si aggiunga il fatto che, contestualmente, entra in vigore la recente legge libica di vincolare la permanenza di tutti i lavoratori immigrati ad un regolare contratto di lavoro. Pena l’espulsione immediata.

Il ministro degli interni libico non ha annunciato una data particolare per l’entrata in vigore del provvedimento, limitandosi a dichiarare che esso troverà applicazione “prossimamente”. Per il ministro, questa decisione rientra nel quadro della lotta contro l’immigrazione clandestina. L’alibi risulta piuttosto enigmatico, soprattutto se si considera che le principali vie di immigrazione clandestina da Marocco, Algeria, Mauritania ed Egitto non transitano certo dalla Libia.

Appare dunque fondamentale, nella scelta libica, la proposta italo-tedesca di istituire dei centri di detenzione (tipo CPT, ndr) in territorio libico, con precipua funzione di filtro fra Libia e paesi di partenza dei clandestini. Il ministro libico s’è affrettato a precisare che, nella scelta succitata, sono comunque state rispettate le disposizioni contemplate dall’Unione del Maghreb Arabo.

Tuttavia, resta il paradosso di una politica che contraddice apertamente le disposizioni dell’UMA, introducendo un ostacolo alla libera circolazione delle persone nel quadro del Maghreb.

Ufficialmente, nessuno dei paesi del Maghreb ha reagito a questa dichiarazione. L’Algeria, che condivide con la Libia una lunga frontiera, non ha ancora commentato l’annuncio, ma possiamo immaginare una malcelata irritazione.

Avendo sino ad oggi l’Algeria operato secondo i principi della reciprocità, è giocoforza attendersi che gli emigranti libici verranno sottoposti dalle autorità di Algeri ad analoga procedura.

 




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CULTURA
5 febbraio 2007
L'AUSTRALIA PROMUOVE L'APARTHEID ISLAMICA. QUANDO IN EUROPA?

Kabyles.com

30 gennaio 2007

Tradotto da: Kritikon

Testo originale qui

 

 

E’ accettabile che sia accordato ad alcuni studenti un trattamento di favore in virtù della religione da loro professata?

L’Università australiana di La Trobe ha concesso dei bagni separati per gli studenti musulmani. Bagni dunque doppi: per maschi musulmani e maschi “altri” e per femmine musulmane e femmine “altre”. Per potervi accedere è stato disposto un codice che viene fornito allo studente islamico da un servizio loro riservato, lo stesso che fornisce loro cibo halal ecc.

In effetti, La Trobe accoglie studenti musulmani da ogni aprte e si augura così di aiutarli al loro arrivo (clicca qui).

Questa discriminazione pro musulmana ha provocato non pochi rilievi nella stampa locale (clicca qui).

La risposta dell’Università è stata che, a suo tempo, furono raccolte delle lamentele allorquando alcuni studenti musulmani s’erano lavati i piedi nei lavabo dei bagni previsti per gli studenti, al fine di poter esercitare i precetti religiosi. Per evitare altri spiacevoli episodi sono stati dunque progettati bagni ad hoc per i credenti islamici.

Sale di preghiera sono state preparate specificatamente proprio in una Università che non ha mai contemplato una sola cappella per i cristiani. E gli ebrei? Nulla, neanche per loro.

Ma è certo che l’Università non ha nessun interesse a “catturare” studenti cristiani o ebrei, specie se non australiani, quanto piuttosto studenti musulmani.

D’altronde, precedenti manifestazioni organizzate nel campus ed etichettate come pro-palestinesi, hanno avuto una svolta violentemente antisemita… Occorre ricordare che numerosi studenti universitari australiani, contrariamente a quanto succede in Europa, hanno tendenza ad accettare le tesi antisioniste..

D’altra parte, i movimenti musulmani, in antitesi con quanto manifesta ufficialmente la consulta islamica presso il Primo ministro australiano, non mancano mai di incitare all’odio contro Israele mentre il Movimento dei Giovani Musulmani Asiatici ha chiaramente minacciato di rpepetrare attentati suicidi contro qualsiasi interesse ebraico esistente nei paesi che appoggiano Israele.

E’ il caso dell’Australia, paese che ha seri problemi di integrazione di una parte della comunità musulmana. Comunità che spesso non accetta i valori costituzionali dell’Australia, né la democrazia, né il rispetto delle leggi, della mutua tolleranza, dell’utilizzo dell’inglese nelle manifestazioni ufficiali. Per non parlare di quel crescente Islam “carbonaro”, caratterizzato da violenti assunti antioccidentali.

 

____

 

 

Il problema sollevato da Hélène Keller-Lind non resterà a lungo confinato al continente australiano. Molto presto avremo problematiche di questo genere.

Luxuria reclama l’unificazione dei “cessi” del transatlantico ed il suo partito, di concerto, accorda fiducia ad una religione militante che ne prevede la moltiplicazione. Sarebbe da chiedersi se queste cime politiche, oltre ad aver “letto” la cifra essenzialmente antiamericana ed antiebraica dell’Islam siano stati capaci di intuirne le clamorose contraddizioni etiche con i nostri valori che dovrebbero far riflettere i tesserati anarchico-marxisti.

Difficile conciliare allo stesso tempo antiamericanismo, antioccidentalismo e libertà individuali  senza considerare il prezzo politico della cambiale islamica da onorare.

Glorificare l’Islam come partito politico perseguendo contestualmente il diritto di gay, lesbiche, pacs, laicismo (quando non ateismo di Stato), tutela delle minoranze ecc. pare davvero un ruolo da “utili idioti”.

Se ci sono dei paesi che si stagliano nel panorama planetario per le rigorose persecuzioni contro i diversi, le religioni “altre”, la libertà politica, bene questi sono proprio gli Stati islamici (non alcuni, la maggioranza assoluta). E non certo perché sono indotti dagli occidentali, ma perché la fonte normante del loro sistema è ispirata al Corano.

Che la sinistra accetti compromessi di evidente imbarbarimento è preoccupante per due motivi. Il primo è legato ad un evidente inaridimento delle proposte politiche. Abbracciare l’Islam quale strumento di lotta di classe, gettando alle ortiche conquiste che, occorre riconoscere, la stessa sinistra aveva ottenuto in lustri passati, è un’ammissione tacita dell’assenza di leader ed ideali (evidentemente seppelliti sotto il muro di Berlino).

Il secondo denota una miopia politica sensazionale. Linguaggio con una semantica bloccata agli anni settanta, anticristianesimo ed anticlericalismo martellante, tentativo di conquistare con ogni mezzo e concessione i voti musulmani per le prossime amministrative, magari con deroghe sui diritti costituzionali elementari (vedi la proposta di legge sui matrimoni islamici di Valdo Spini, che contempla la possibilità di omettere gli articoli sulla parità dei coniugi) e distinguo vari per venire incontro ad ogni fastidio dei musulmani nativi o importati che siano.

Con un’arma terribile. Una spada di Damocle sapientemente utilizzata. Se osi far notare queste schifezze, allora scatta l’accusa di razzismo, filosionismo, filoamericanismo, filoclericalismo ecc.

 

Gli uomini hanno i riflessi lenti: in genere capiscono solo nelle generazioni successive (anonimo)




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politica estera
4 febbraio 2007
HITZBULLAH PER QUELLO CHE E' (MALGRADO D'ALEMA)

“Hitzbullah è uno strumento per la strategia iraniana nel Libano”, questo è quanto ha dichiarato, alla lettera, l’ex vice-presidente siriano Abdel Khalim, alla TV libanese al Mustaqabal. Ha inoltre aggiunto che l’Iran “aspira a svolgere un ruolo di primissimo piano nella regione al fine di consolidare la propria posizione strategica. Questo obiettivo viene perseguito non a partire dal proprio territorio, ma manovrando altre forze”.

Articolo integrale su: http://www.guysen.com/

 

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Una cosa del genere, peraltro scontatissima, dovrebbero venircela a dire (invero, da tempo) i nostri ministri degli esteri e presidente del consiglio, non certo un ex figura di primo piano della Siria. I nostri, invece, si limitano a gracchiare quanto sia importante dialogare. Con chiunque urli più forte degli altri.

Peccato che il dialogo sia importante, ma non è affatto un obbligo e, soprattutto, non può essere ricercato con chiunque. Ma solo con chi è affidabile.

Invece, continuiamo a permanere nell’ambiguità. Peccato. Dire le cose per quello che sono non precluderebbe affatto ad un successivo dialogo. Semmai, farebbe capire alla controparte che sappiamo benissimo con chi abbiamo a che fare:

 

Una cosa ben detta conserva il suo sapore in tutte le lingue.
(John Dryden)

 




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POLITICA
3 febbraio 2007
L'ISLAM POLITICO? ...CRONO CHE DIVORA I SUOI FIGLI...

03 02 2007 - 08:13 (AGI) TERRORISMO: 10 ARRESTI IN ARABIA PER RACCOLTA FONDI

(AGI) - Riad, 3 feb. - Le forze anti-terrorismo hanno arrestato in Arabia Saudita dieci persone. Sarebbero implicate in attivita' estremistiche: avrebbero raccolto e trasferito clandestinamente fondi destinati a "organizzazioni sospette". Lo ha reso noto l'agenzia di stampa 'Spa', che citava fonti del ministero dell'Interno. Il denaro, ottenuto per lo piu' attraverso finte donazioni, sarebbe servito per "adescare normali cittadini", da ingaggiare poi allo scopo di integrarli nelle file della guerriglia.

 

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L’Arabia Saudita che cerca di reprimere gli integralisti wahabiti dopo averli cresciuti e pasciuti. Sarebbe la nemesi dell’islamismo di Stato. Se non fosse che continuano a finanziare quelli in casa nostra….

Con la benedizione di una certa sinistra (vero sindaco Brogioni di Colle val D’Elsa?)

Dimmi chi ti ammira e ti dirò chi sei (Charles-Augustin de Sainte-Beuve)

 

 




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CULTURA
2 febbraio 2007
IL PREMIO NOBEL PAMUK FUGGE DALLA TURCHIA
          Repubblica.it 
             02/02/2007 ore 19:02
          Articolo integrale: clicca qui

"E' scappato, per lungo tempo, portando con sé i suoi beni" afferma aggiungendo di essere venuto a conoscenza della notizia già ieri, ma di non averla pubblicata "per evitare che all'aeroporto di Istanbul vi fossero proteste" contro Pamuk. "Valutate voi - scrive Altaly rivolgendosi ai lettori - il danno che questa decisione arreca all'immagine della Turchia".

"Avevo anche saputo che Pamuk aveva ritirato dal suo conto 400 mila dollari - continua Altaly - e che partiva dalla Turchia con l'intenzione di non ritornarci per un lungo periodo. E abbiamo accertato l'esistenza di una prenotazione a suo nome su un aereo delle 12.30". Il direttore di Sabah spiega che, appreso della presunta decisione dello scrittore, si è trovato di fronte a una scelta, "combattuto fra il dovere giornalistico e le considerazioni umane". (Repubblica)

 

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Ora si impone una riflessione all’intera pletora di tuttologi e qualunquisti. Quello che è capitato al nobel della letteratura era da tempo nell’aria, anche se in molti preferivano fare finta di nulla. E’ invece la conferma che il radicalismo islamico ha oramai infettato in modo insanabile la stessa Turchia “liberale”. Peggio.

Che il male è assai più diffuso di quanto non dicano le istituzioni stesse.

Oggi, questa Turchia ha a che fare con l’Europa come un indiano con un pakistano.

Del male crescente se ne sono accorti tutti. Meno che alcuni sognatori e molti militanti di un certo schieramento politico. Forse aspettiamo l’irreparabilità?

Utile e' la medicina quando giunge a tempo opportuno.
(Palingenio)

 




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11/09/2001