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DOSSIER NUCLEARE 1: Il mercato nero mondiale del nucleare

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Una società austriaca, strettamente sorvegliata dalla CIA, che fornisce a Teheran tecnologia nucleare, un programma di nuclearizzazione dei paesi arabi sunniti che fa perno su Dubai ed una miriade di ingegneri e faccendieri coinvolti. Non è un romanzo. E’ l’anticamera ed il prodromo di Armaghedon.



Abdul Qadir Khan, lo scienziato pachistano al centro di un tentacolare “mercato nero mondiale del nucleare”, vive sotto sorveglianza speciale nel suo paese. Ma molte delle terminazioni della rete messa in piedi da lui, permangono attive [1].

Da quando nel febbraio 2004 rivelò l’esistenza di un vero e proprio “mercato nero mondiale del nucleare”, i servizi segreti occidentali hanno scatenato una caccia all’uomo di dimensioni planetarie. Da quanto riportato dal quotidiano austriaco “Kleine Zeitung” la polizia austriaca ha arrestato lo scorso mese di agosto in Stiria (sud dell’Austria) un uomo d’affari per “complicità e diffusione di armi di distruzione di massa” e sta attivamente ricercando il direttore generale di un’importante società import-export accusata di vendere all’Iran equipaggiamenti suscettibili di essere associati al programma nucleare [2].

Con sede a Graz, la società Daniel Frosch Export era strettamente sorvegliata dalla CIA da molti mesi: forniva a Teheran acceleratori e componenti elettronici, parimenti utilizzabili sia per il confezionamene di un ordigno nucleare. Questo, senza aver richiesto l’abituale autorizzazione preventiva alle autorità austriache.

Sentendo il cappio stringersi, il direttore generale della società, Daniel Frosch, s’è eclissato, rifugiandosi negli Emirati Arabi Uniti, non prima di avervi trasferito sede legale e beni dell’impresa. Una scelta oculata da parte sua, visto che non esiste accordo per l’estradizione fra Vienna e Dubai [3].

Per il procuratore di Graz, Manfred Kammerer, gli acceleratori e le centrifughe rientravano nelle tecnologie radiate dal commercio verso i paesi sospetti.

Il padre del fuggiasco, Eric Frosch, è stato arrestato con il capo d’accusa di “complicità nella produzione e diffusione di armi di distruzione di massa”. Accusa giudicata “grottesca” dal suo avvocato difensore, Gerald Ruhri.

 

Frattanto, in Pakistan, il dottor Khan è tutt’ora chiuso nel silenzio [4].

Dallo smantellamento ufficiale della “rete Khan”, nel 2004, i sospetti maggiori sussistono nella lotta al traffico illegale di tecnologia nucleare verso i cosiddetti Stati canaglia, come Iran, Corea del Nord e Libia [5]. Gli ispettori dell’AIEA non hanno ancora ricevuto il permesso di interrogare il dottor Khan, consegnato al silenzio da Islamabad. Secondo l’esperto statunitense nella non proliferazione Leonard Weiss questo episodio non lascia alcun dubbio: “Alcune filiere della rete sono tutt’ora attive”.

Ma in questa caccia all’uomo planetaria le informazioni permangono incomplete. Si scopre così che uomini d’affari iraniani hanno acquistato nel 1993 un piccolo terreno per l’aviazione leggera a Hartenholm (Germania), a 50 Km da Amburgo, per favorire il transito di pezzi di ricambio di “tecnologie sensibili” in piena discrezione. Dal 1994 al 2004, Dubai è servita da punto d’appoggio per la rete Khan, ove agiva il “cassiere” e riciclatore in capo, l’uomo d’affari dello Sri Lanka Buhary Syed Abu Tahir [6]. Questi ha fatto assemblare componenti di centrifughe il Malesia, poi caricate su containers per l’Iran, la Libia e la Corea del Nord.

Quest’anno si è aperto a Mannheim (Germania) il processo a Gottard Lerch, arrestato nel novembre 2004 [7], uomo d’affari tedesco che avrebbe contribuito alla realizzazione e sviluppo del programma nucleare libico, fino al suo abbandono nel 2003. Come per i suoi colleghi ingegneri, gli svizzeri Daniel Geiger e Friedrich Tinner [8], anch’essi implicati nella rete Khan, la motivazione principale era economica

[1] Abdul Qadir Khan, eroe nazionale e padre della bomba, nel febbraio 2004 ha affermato quello che le autorità pakistane avevano sempre negato: il Pakistan ha effettivamente contribuito alla proliferazione nucleare in Libia, Iran e Corea del Nord.

La proliferazione veniva condotta senza l'avallo delle autorità, che dal canto loro hanno denunciato questa «iniziativa privata» motivata dalla sete di guadagno e, quindi, hanno «perdonato» il colpevole. (Le Monde diplomatique, giugno 2004)

 

 

[2] Poussières d’Empire, 21/12/2006: http://poussieresdempire.blogspot.com/

 

[3] Le Temps.ch – 21/12/2006

 

[4] Nato in India, a Bhopal, Khan negli Anni Settanta ha studiato metallurgia e tecniche industriali in Germania ed in Olanda. Il presidente Bhutto nel ’76 lo mise a capo del’intero progetto di armamento atomico pakistano. La superbomba pakistana debuttò nell’84. Costretto ora ai «domiciliari» in completo isolamento, Khan avrebbe già subìto una serie di attacchi cardiaci senza essere ricoverato in alcuna struttura sanitaria (La Gazzetta del Mezzogiorno, 19/12/2004).

 

 

[5] Il progetto clandestino dal Pakistan in favore per la Libia aveva anche un nome in codice, “Project Machine Shop 1001”. La direzione del progetto era stata affidata, tramite la Gulf Technical Industries, società di Dubai (Emirati Arabi) ad un ingegnere britannico : Peter Griffin. Lo stesso Tahir dichiarò che Griffin era l’istigatore del progetto. Proprio lui, personalmente, organizzò in Spagna la formazione di 8 tecnici libici.Le Monde, 21/02/2004

 

[6] Dai documenti di spedizione rintracciati nel porto di Taranto nell’ottobre 2003, gli agenti di Cia ed MI6 sono risaliti ad un uomo d’affari dello Sri Lanka, che viveva a Dubai (Emirati Arabi) dove girava in una Rolls Royce: Buhary Syed abu Tahir, 40 anni. Venne arrestato nel novembre 2003 dalla polizia malese perché riconosciuto come il mandante che organizzò la spedizione dei macchinari a Gheddafi su un cargo, la «Bbc China», seguita da un satellite-spia al suo ingresso nel Mediterraneo dalla Cia e poi dirottata a Taranto.

La nave è poi misteriosamente affondata.

 

[7] Gotthard Lerch, oggi 63 anni, è un tecnico il cui studio è stato perquisito a fondo dagli investigatori. L’intera operazione è stata svolta a livello mondiale senza troppa pubblicità, ma i vari passaggi sono ricostruibili leggendo vari «flash» diffusi da testate giornalistiche estere (il "Los Angeles Times", la "DPA - Deutsche press agentur", la televisione "Al Jazeera", la "Bbc News") nel corso dell’anno.

 

[8] Nello stesso periodo, il pachistano (Buhary Syed Abu Tahir) era entrato in contatto con Friedrich Tinner, un ingegnere svizzero. Il figlio di quest’ultimo, Urs Tinner, anche lui ingegnere, era stato delegato presso la Scope per sovrintendervi la costruzione delle centrifughe. La famiglia Tinner ha sempre negato di essere a conoscenza della destinazione dei prodotti – Le Monde, 21/02/2004



Pubblicato il 23/12/2006 alle 20.19 nella rubrica Dossier.

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