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DOSSIER NUCLEARE 2: LA CORSA ALLA BOMBA ISLAMICA SUNNITA E' COMINCIATA

Della redazione

 

Non è ancora una reazione a catena incontrollabile. Ma il blocco psicologico (e non solo) ereditato dalla guerra fredda presenta oramai vistose crepe. L’Iran e la Corea del Nord, che cercano di dotarsi dell’arma nucleare, hanno aperto una breccia nel muro di non proliferazione nucleare.

Dinanzi alla minaccia iraniana e nord-coreana, molte potenze di medio cabotaggio tentano la scalata nel gotha delle èlites planetarie manifestando la volontà di sviluppo di un proprio programma nucleare. Esse insistono sul carattere pacifico del proprio programma, pur essendo chiaramente difficile non ravvisarvi una malcelata ambizione militare.

A lungo riservata agli Stati Uniti e all’ex U.R.S.S. e quindi alle potenze firmatarie del TNP, Trattato di Non Proliferazione (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia), assistiamo oggi ad una sorta di “democratizzazione” dello strumento di dissuasione nucleare. La nuclearizzazione del mondo subisce una brusca accelerazione.

Il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) a Vienna, Mohamed ElBaradei suona il campanello d’allarme. A questo ritmo non ci saranno più solo 9 Stati con l’arma atomica (i 5 + Pakistan, Israele, India e Corea del Nord), ma piuttosto 30, molti dei quali in grado di sviluppare molto rapidamente l’arma nucleare.

 

Lo scorso 10 dicembre, 6 Stati del Golfo, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, hanno ufficializzato la propria volontà di dotarsi della tecnologia nucleare a scopi civili.

Il 3 dicembre Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia, li avevano preceduti.

Bruno Tertrais, esperto della Fondazione di Studi Strategici di Parigi, sottolinea come tutto questo non sia altro che l’effetto domino della nuclearizzazione iraniana. Tutti i paesi musulmani sunniti giudicano una minaccia reale per la propria sicurezza l’esistenza di una bomba nucleare iraniana (sciita). Con in più, per l’Egitto, la necessità di difendere uno status regionale piuttosto appannato [1].

 

Dinanzi al successo delle ambizioni nucleari sciite, l’Arabia Saudita si sente minacciata. Il paese aveva acquistato missili balistici di concezione cinese circa 15 anni fa. Ma oggi sarebbero obsoleti. Piuttosto, rumors ricorrenti lasciano intendere come l’Arabia Saudita cooperi strettamente con il programma nucleare pakistano, al quale ha destinato ingenti investimenti.

Infine, rileva Bruno Tertrais, “Ryad ha chiesto nel giugno 2005 di essere esentata dalle ispezioni dell’AIEA. E questo ingenera più di un sospetto. Occorre comunque anche relativizzare. L’Arabia Saudita ha in piedi un programma nucleare piuttosto debole ed occorrerebbero almeno dieci anni per avere una tecnologia avanzata. Molto più probabile che il Pakistan fornisca delle garanzie nucleari senza nessun trasfert materiale di armi”.

 

I paesi arabi non sono i soli a reagire alle ambizioni nucleari iraniane. Recentemente il primo ministro israeliano ha messo in imbarazzo più di un addetto diplomatico, commettendo la “gaffe” di confermare in via ufficiale che Israele possiede l’arma nucleare.

Mai lo Stato ebraico aveva fatto un tale “coming out” nucleare. Ma su una questione così strategica, il lapsus di Ehoud Olmert va letto come un “messaggio voluto” [2].

La credibilità dell’esercito israeliano, comunque la si metta, è stata intaccata dalla mancata vittoria su Hitzbullah nella guerra di luglio e la recentissima Conferenza negazionista sull’Olocausto spinge Israele a palesare qualche valido argomento per riaffermare il proprio primato nella regione.

 

In Estremo Oriente è invece la Corea del Nord che, con l’esperimento (quanto riuscito è ancora un mistero) del 9 ottobre scorso, ha rinverdito paure mai sopite e scoperto risentimenti antichi.

Il Giappone ha già provveduto a rompere “il tabù”. Secondo numerosi politici nipponici i tre principi cardine sinora riconosciuti (non produrre o detenere o consentire il transito di armi nucleari sul proprio territorio) e garantiti dalla Costituzione non sono più intangibili [3].

 

 

Malgrado sia sottoscrittore del TNP, il Giappone contribuisce ad elevare il tasso di inquietudine che permea il mondo occidentale, tanto più che, per dotarsi di un’arma atomica, ha la tecnologia necessaria per passare da una fase potenziale ad una realizzativi in tempi strettissimi [4].

 

La Corea del Sud si sente maggiormente esposta. Mercoledì 20 ha sottolineato la necessità strategica di sviluppare un proprio sistema difensivo antimissile. Un indicatore di questo indirizzo può essere il rifiuto di Seul di unificare i propri sistemi a quelli nippo-statunitensi, segno di un’evidente mancanza di fiducia nell’ombrello difensivo americano. Perché se le capacità nucleari di Washington non sono mutate, il fiasco iracheno ha invece inciso moltissimo sulla credibilità politica americana e sulla sua reale possibilità di fungere da gendarme planetario.

E’ anche in questo senso che occorre interpretare le reazioni israeliana, egiziana e saudita. La dissuasione nucleare come arma difensiva è oramai un meccanismo ampiamente avviato.

 

In questo trend di nuclearizzazione globale del pianeta, anche paesi non minacciati da Stati problematici contigui, mostrano di voler comunque gonfiare i muscoli.

Come il Brasile, per esempio, che lo scorso Giugno, lontano da ogni clamore internazionale e mediatico, ha aperto a Resende un centro di ricerca, dotato di centrifughe capaci di arrichhire l’uranio e che, sempre sottovoce, ha approvato un piano di sviluppo che contempla la costruzione di 5 centrali nucleari di qui al 2030 [5].

O anche il caso della Gran Bretagna. Il 4 dicembre scorso, Tony Blair ha deciso l’investimento di qualcosa come 30 miliardi di dollari per la ristrutturazione dell’arsenale nucleare[6]. Un passo giudicato ineludibile dal primo ministro britannico al fine di essere pronti per un possibile confronto con un’altra potenza nucleare o contro Stati canaglia nuclearizzati.

 

Oggi come oggi, quasi tutti gli Stati si nascondono dietro la bugia del nucleare per scopi civili. Particolarmente bugiardi possono risultare Stati quali l’Arabia Saudita, l’Iran e l’Algeria che “galleggiano” letteralmente su idrocarburi e gas. E la frontiera fra utilizzo civile e militare appare sempre più tenue. Per questo molti avanzano la necessità tecnica di tornare ai reattori al Torio [7], il più commercializzato negli Stati Uniti.

Questo elemento permetterebbe di evitare la produzione del plutonio e, dunque, di fornire la materia prima per la costruzione dell’arma nucleare.

Un’altra opzione consisterebbe nel creare una “banca del combustibile”, gestita dall’AIEA, che consentirebbe agli Stati desiderosi di accedere all’energia nucleare di acquisire lo status di “utente”.

 



[1] Il primo paese che sembra voler dal seguito alle parole di al-Attiyah è l’Egitto. Ovviamente, come per l’Iran, la ragione è apparentemente legata a esigenze energetiche e si parla di nucleare per “scopi civili”. Così, il 24 settembre 2006, per la prima volta dal disastro di Chernobyl, quando venne interrotto il programma nucleare egiziano, al Cairo si è riunito il Consiglio Supremo dell’energia per deliberare a favore del programma nucleare civile. L’iniziativa dovrebbe concretizzarsi nella costruzione di una centrale nucleare da 1.000 megawatt a al-Dabaa, sulla costa mediterranea del paese. Il costo si aggirerebbe tra il miliardo e mezzo e i due miliardi di dollari.

Per approfondimenti vedi: http://www.quadranteuropa.it/articolo.asp?idarticolo=7154

 

[2] Il premier Israeliano Ehud Olmert, in una intervista al canale tedesco N24 SAT1 ha così commentato le dichiarazioni di Gates:

“Noi non abbiamo mai minacciato di distruzione nessuna nazione, l'Iran invece ha apertamente, esplicitamente e pubblicamente minacciato di spazzare via Israele dalle mappe. Potete dire che sia lo stesso livello, quando aspirano ad avere armi nucleari, come l'America, la Francia, Israele o la Russia?”. Olmert ha poi aggiunto che queste nazioni hanno armi sì nucleari ma non minacciano di usarle contro nessun paese.

 

[3] Il documento governativo sostiene che la Costituzione pacifista del dopoguerra (nata anche dalla tragedia nazionale di Hiroshima e Nagasaki) "non necessariamente vieta al Paese di possedere armi, anche se si tratta di armi atomiche, se sono il minimo necessario per l'autodifesa" (Repubblica, 14 novembre 2006)

 

[4] Fin dal 1960 la politica nucleare del Giappone si è basata su produzione e utilizzo in larga scala di plutonio e nonostante le rassicurazioni del governo giapponese in ordine al possesso delle quantità necessarie esclusivamente per scopi civili e commerciali, affermano gli autori, le riserve sono andate fuori controllo con una previsione della domanda che per il 2010 si aggirerà intorno a 85.000-90.000 Kg. E’ vero che le linee strategiche per lo sviluppo energetico giapponese prevedono una sempre maggiore indipendenza del Paese dal petrolio e, quindi, la necessaria presenza dell’energia nucleare (ma anche di quella eolica e fotovoltaica) in misura massiccia ma ciò che lascia perplessa l’opinione pubblica mondiale è proprio la quantità di scorte di plutonio stoccate e, soprattutto, l’impossibilità di determinare con esattezza la quantità di plutonio posseduta dal Giappone.

Per approfondimenti vedi: http://www.paginedidifesa.it/2006/crovetti_060118.html

 

 

[5] Il 9 maggio 2006 a Resende (Brasile) è iniziato un grosso programma di arricchimento dell’Uranio che viene seguito con estremo interesse in quanto il Brasile detiene la sesta riserva di Uranio al mondo e vorrebbe esportarlo sotto forma di Uranio arricchito.

[6] I Trident D5 sono armi molto potenti, con ampia gittata e notevole precisione. Pesanti 58 tonnellate, possono trasportare fino a 10 testate MIRV (che diventano 6 o 8 se accompagnate da testate civetta), ognuna con una potenza che varia dagli 80 ai 120 kiloton (tanto per capirci Little Boy e Fat man, i due ordigni di Hiroshima e Nagasaki avevano un potenziale di 13 kiloton) ma esse sono “forse” state ridotte a 2-4 per rispettare gli accordi START. La gittata (oltre 8.000 km) è maggiore del tipo precedente e il missile è equivalente ad armi russe come l'SS-N 20, ma più preciso e compatto. I Trident, che hanno un costo unitariodi circa 30 milioni di euro, sono caratteristici in quanto installati a bordo di sottomarini (classe Vanguard)  a propulsione nucleare, che per questo motivo vengono comunemente denominati "sottomarini balistici". Attualmente la Gran Bretagna ha in servizio 4 sommergibili di questo tipo, ognuno dei quali dispone di 16 silos di lancio. Potenzialmente almeno 200 testate nucleari, ma disconoscendo i trattati START sarebbero 640, a spasso per gli oceani.

 

[7] Nondimeno, il ciclo combustibile del torio può essere potenzialmente utile sul lungo periodo, data la sua possibilità di produrre combustibile senza dover ricorrere a reattori a neutroni veloci. Il torio è significativamente più abbondante dell'uranio, si trova in piccole quantità nella maggior parte delle rocce e dei suoli, dove è circa tre volte più abbondante dell'uranio, ed è circa comune quanto il piombo, risultando quindi un fattore chiave per la sostenibilità dell'energia nucleare. L'India possiede ingenti riserve di torio ed ha quindi pianificato un ambizioso programma nucleare che ambisce ad escludere l'uranio come materia prima. Per approfondimenti specificatamente tecnici: http://scienzapertutti.lnf.infn.it/risposte/ris134.html

Pubblicato il 27/12/2006 alle 7.51 nella rubrica Dossier.

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