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DOSSIER SOMALIA 1: ANALISI DELLO SCENARIO

            Della redazione 28/12/2006

Perché nel ginepraio del Corno d’Africa alle colpe originarie dell’Occidente coloniale vanno sovrapposte altre motivazioni che hanno generato il quadro attuale. Le conseguenze dell’avventura marxista dell’Etiopia con Menghistu. Quanti sono davvero i “cittadini europei” combattenti volontari con Corti islamiche.  La tentazione integralista dell’Eritrea. Il ruolo di Al Qaida e dei Fratelli musulmani nell’area.


Le forze governative somale, appoggiate dall’Etiopia, si avvicinano sempre di più a Mogadiscio dopo la caduta del contrafforte islamico di Jowhar. Nello stesso momento una riunione convocata ad Addis Abeba dall’Unione Africana (UA) tenta di trovare una soluzione politica.

L’avanzata delle forze lealiste, dopo aver superato Jowhar, non ha perso lo slancio travolgente e, complice un ripiegamento (quanto possa essere strategico o disordinato lo si vedrà) delle Corti islamiche, sarebbero giunte alle porte di Balad, a circa 60 km da Mogadiscio.

Il comando islamista, da parte sua, ha indicato che violenti combattimenti hanno luogo a Leggo, circa 120 km. Ad ovest di Mogadiscio.

L’inevitabile balletto delle dichiarazioni fa assumere alla tragedia di guerra un qualcosa di lite da rione, con gli integralisti a dire: “abbiamo perso la città di Jowhar, ma i combattimenti continuano e la ritirata va considerata strategica” e lo Stato maggiore lealista che, per bocca del comandante governativo a Jowhar, Hassan Abdulahi Jiis ribatte: “abbiamo respinto i terroristi verso la capitale, Jowhar è nelle nostre mani e contiamo di avanzare ancora” [1].

In questo contesto, il PAM (Programma Alimentare Mondiale) ha annunciato la sospensione degli aiuti e la temporanea evacuazione di tutto il personale straniero. La Croce Rossa Internazionale, invece, mantiene i suoi presidi medici, contando su un ponte aereo per avere il materiale medico e chirurgico necessario.

 

E’ praticamente certo che l’intero arco della sinistra italiana (un po’ meno quella europea, che comincia a “vivere” la propria realtà sociale al fianco dei musulmani) getterà la croce di questo conflitto (che promette di durare molto a lungo) sull’Etiopia che, guarda caso, è dei paesi del Corno d’Africa l’unico davvero multireligioso (40% musulmano, 40% cristiano copto, 20% animista) e, di fatto, multiculturale. Un’Etiopia ambiziosa, nemica di sempre della Somalia, che a sua volta odia degli etiopi la componente abissina [2] e che ha subodorato il rischio di avere alle porte di casa un movimento radicale che con il multiculturalismo ha davvero poco a che fare.

Sono mesi che si parla di una guerra imminente in Somalia. Basterebbe farsi una passeggiata su google, interrogare adeguatamente e salterebbero fuori le Sibille di un anno fa.

In verità la crisi s’è acuita, poco dopo il 7 dicembre, in coincidenza con l’approvazione da parte del consiglio di sicurezza dell’ONU dell’invio di un contingente di caschi blu. Una scelta che ha trovato una sostanziale approvazione da parte dell’Unione Africana (anche per le fortissime pressioni del Kenya, altro dirimpettaio della polveriera, che da tempo sostiene il disagio dell’invasione di profughi a tutt’oggi quantificati, secondo alcuni, in 500.000 disgraziati [3]) ma che ha provocato la reazione delle Corti islamiche, con la proclamazione della “guerra santa”.

A questo quadro occorre aggiungere il ruolo subdolo dell’Eritrea, che oramai anche ai più non appare certamente come un soggetto capace di assumere nella vicenda un’equidistanza d’alemiana, viste le reiterate e nemmeno troppo nascoste profferte di aiuto logistico (ed umano) fatto alle stesse Corti islamiche.

In verità le Corti islamiche già da tempo non si muovono sole, ma ricevono aiuti tecnologici ed umani. E non solo dall’Eritrea [4]. Il bombardamento degli aeroporti di Mogadiscio e Baledogle non è affatto casuale visto che, tanto il primo quanto il secondo, servivano al traffico di materiale e, soprattutto, di volontari islamisti.

Le forze in campo, d’altronde sono nettamente a favore dell’organizzato esercito etiope, ricco di armamenti di provenienza russa e bulgara (conseguenza del “colonialismo rosso” di Menghistu), israeliana (soprattutto tecnologia delle comunicazioni), britannica e statunitense. La forza aerea, basata su Mig 27 flogger e Mig 29 Fulcrum può fare la differenza nelle operazioni lampo ed ha sicuramente un notevole margine di mobilità, data l’assenza totale di aerei da parte somala.

Le Corti islamiche, invece, contano soprattutto sul controllo del territorio basato sull’organizzazione di cellule assistite da “consiglieri militari” eritrei e pakistani. Gli uomini addestrati alla guerra effettiva (e non solo al massacro di civili che si guardano la partita o sentono la musica) è di circa 15.000 unità. Di questi quelli veramente esperti sarebbero circa 2.000 [5]. Denominati Shabab, si supponeva che fossero costituiti da non più di un centinaio di stranieri, ma la conta dei cadaveri e dei feriti dopo la disfatta integralista di Baidoa ha svelato non poche sorprese [6].

Il problema vero, in questa faccenda, non è la guerra fra Etiopia e Somalia, dato che quest’ultima ha cessato dal 1991 di esistere come Stato di diritto [7], ma le possibili (e probabili) evoluzioni del conflitto in un nuovo scontro fra Eritrea ed Etiopia.

L’Eritrea, nata da una scissione traumatica dall’Etiopia, non è mai riuscita a diventare uno Stato compiuto. E’ oramai gestita da un dittatore Isayas Afeworki che ha da tempo viene corteggiato e minacciato dall’islamismo imperante [8].

Da molti anni il presidente Afeworki attraverso la polizia politica e il potentissimo partito unico, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, ha instaurato nel paese una vera e propria dittatura di stampo militare, costringendo tutti i ragazzi di 18 anni (alcune volte anche meno) all’arruolamento coatto, pena il carcere duro. Le università sono state chiuse in quanto alcuni studenti universitari si facevano bocciare volontariamente per scampare all’arruolamento. Molti ragazzi fuggono all’estero, ma la polizia politica arresta i loro genitori con l’accusa di complicità in diserzione e chiede come riscatto somme equivalenti a 700-2.500 euro per il loro rilascio. Arresta giovani, vecchi, bambini e donne incinte. Li rinchiude in 30-40 in celle anguste che potrebbero contenerne appena dieci, con scarsa possibilità di sopravvivenza se non pagando [9].

Quest’ultimo scenario, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non lascerebbe insensibili i soli sempiterni americani. Una destabilizzazione della regione, in mano alle effervescenze teosofiche dei fondamentalisti non sarebbe gradita né dalla Russia (che ha interessi notevoli in Etiopia), né alla Cina (impegnata in investimenti di non poco conto in Sudan assieme alle reginette di sempre, Gran Bretagna e Francia).

Ma questo nei circoli di soccorso rosso è vietato dirlo. La colpa dev’essere solo occidentale. Se poi magari ci mettessimo in mezzo qualche prete missionario, allora sarebbe tombola!

In tutto questo bailamme brilla l’esile figura di D’Alema (detto D’Ulema lo skipper) che, mentre tutti coloro che contano (davvero) sono già tesi pragmaticamente alla partizione delle zone di influenza di una regione che permette il controllo energetiche che dal Golfo persico, risalendo il Mar Rosso, si dirigono verso il Mediterraneo orientale, farnetica di un possibile ruolo di mediazione dell’Italia [10].

Nel transatlantico romano narrasi di solenni “grattatoni” che i componenti della maggioranza effettuano sottecchi, nella speranza che non si ripeta il “successo” diplomatico già ottenuto in Libano che ha dato all’Italia il raro privilegio di vantare, in quattro e quattr’otto, 2.500 ragazzi spediti nella macelleria Hitzbullah (carne Halal, per carità, secondo la Sacra Scrittura … ma comunque macelleria).


[1] Le Temps.ch del 27/12/2006 – ore 14:43

 

[2] Gli etiopi vengono definiti dai somali “xabashi”, gli abissini. E sono considerati i nemici subdoli di sempre, i loro truci eversori che scipparono la regione dell’Ogaden, ceduta al re etiope Menelik II nel 1887 (che ambiva ad uno sbocco sul mare) dalle grandi potenze a titolo di gratificazione per l’Etiopia in riconoscimento della sua collaborazione alle concessioni coloniali.

 

[3] Le motivazioni dell’esodo sono varie ma comprensibili. Il cambiamento delle condizioni di vita conseguente all’insediamento delle Corti Islamiche non è gradito a un gran numero di persone, dalle coppie di fatto ai giovani che non vedono nulla di male nell’assistere ai mondiali di calcio o masticare il cat, uno stimolante molto blando. In generale si percepisce che l’imposizione di un modello di islam ‘asiatico’ non è bene accetta dopo che, dalla pulizia delle strade e dall’allontanamento delle milizie inizialmente applauditi dalla maggioranza, si è arrivati a una forte limitazione delle libertà personali. Inoltre, chi si occupa di commercio lamenta un prelievo fiscale che, anche se in linea con l'aritmetica tributaria dell’Islam, non è proprio quello a cui i suk somali erano abituati. Cfr. http://www.paginedidifesa.it/2006/.

 

[4] Da un sito internet usato solitamente dagli islamici il gruppo ha lanciato un appello a tutti i mujaheddin. "Chiediamo a tutti i musulmani di schierarsi al fianco dei loro fratelli in Somalia e aiutarli con denaro, armi e uomini", si legge. Il comunicato prosegue: "I vostri fratelli in Somalia stanno affrontando una battaglia campale contro i nemici crociati che sono in combutta con gli apostati del governo somalo di transizione appoggiato dai paesi dell'alleanza crociata, soprattutto dall'amministrazione americana". Cfr http://www.tgcom.mediaset.it del 27/12/2006. L’organizzazione ‘Stato islamico dell’Iraq’, legata ad al Qaeda, ha chiamato a raccolta i mujaheddin in sostegno delle Corti islamiche sotto assedio a Mogadiscio. Cfr repubblica.it del 27/12/2006

 

[5] Gli altri, armati di armi leggere, sono elementi raccogliticci che non offrono alcuna garanzia di poter portare a buon fine assalti e tanto meno sostenerne, soprattutto se effettuati da truppe etiopiche (www.paginedidifesa.it/2006). 

 

[6] Menes Zewari, il premier etiopico, parlando alla tv nel tardo pomeriggio di ieri ha detto: “L’offensiva in corso ha l’obiettivo di eliminare le forze del terrorismo internazionale; (…) La maggioranza delle milizie non è composta da somali. Ne abbiamo catturati oltre 200: avevano quasi tutti il passaporto britannico”.

Sorge spontaneo un ringraziamento agli utopisti che vogliono concedere la cittadinanza italiana in 5 anni!


[7] Nessuno può chiedere garanzie democratiche, nemmeno i due eroi nazionali Petros Solomon e Haile Woldetensae, finiti in carcere perché accusati di tradimento per aver richiesto una Costituzione.


[8]
Nel gennaio 1991, con la fuga di Siad Barre da Mogadiscio, si è assistito alla velocissima implosione della Somalia. La caduta del regime dittatoriale ha portato alla disgregazione della società somala, con una rapida conferma del carattere particolarmente litigioso delle varie tribù. Così, clamorosamente, al pansomalismo ha fatto seguito una miriade di dichiarazioni di seccessione, dal Somaliland (riconosciuto pure dall’Etiopia, non senza secondi fini) alla Repubblica del Puntland di Abdullahi Yussuf e Jamà Ali Jama (anch’esso, pare, aiutato dall’Etiopia), fino alla Repubblica del Sud-Ovest di Shatiguddud.

 

 

[9] la limitata libertà di movimento che si riscontra in alcune zone è senza dubbio legata alla presenza di gruppi ostili al governo, in prevalenza musulmani, come l’Ena (Eritrean National Alliance) finanziata dai Fratelli Musulmani, mentre la presenza di truppe al confine con il Sudan tenderebbe a impedire che i militanti del Eritrean Islamic Reform Movement entrino nel paese per compiere attentati. Anche la paranoica repressione contro gli intellettuali, gli studenti e i giornalisti sembra mirata a non concedere spazio alcuno all’opposizione.

 

[10] L’Italia intende continuare a fare “la propria parte per una composizione negoziata del confronto in atto” in Somalia che possa garantire “sia la sicurezza dell’Etiopia, sia un governo somalo rappresentativo che goda del sostegno democratico e del più ampio consenso delle varie componenti della società somala”.

Così il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, è intervenuto sulla grave situazione somala, dove l’intensificarsi degli scontri tra governo di transizione e milizie islamiche rischia di destabilizzare l’intero Corno d’Africa. 27 dicembre 2006 alle 07:10 — Fonte: repubblica.it

 

Pubblicato il 28/12/2006 alle 8.11 nella rubrica Dossier.

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