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PERCHE' E' GIUSTA L'ESECUZIONE DI SADDAM HUSSEIN

 

Saddam Hussein è dunque morto impiccato.

Con l’immancabile codazzo di opinioni fra coloro che chiedevano la trasformazione della sentenza capitale in un carcere a vita e coloro che invece (nei quali mi riconosco) reclamavano senza indugio l’esecuzione della sentenza.

I primi hanno avuto un’impatto mediatico senz’altro incomparabile. Un semplice motivo: la trappola culturale.

Oramai assumere la difesa della vita di un uomo, anche se trattasi di un macellaio conclamato, è molto trendy.
La stessa Chiesa, dimentica che nel proprio catechismo contempla la pena di morte per chi è pericoloso per la moltitudine, invoca vita per il dittatore (e nega i conforti religiosi a Welby, San Francesco in Paradiso lo chiameranno trottola).

Chi reclama incondizionatamente la vita appartiene alla fascia culturale evoluta, che si contrappone al bieco oscurantismo reazionario di colui che reclama la forca. Non è bello urlare “a morte, a morte!”, non è culturalmente corretto, non è questa LA “cifra” della società democratica.

Ma poi democratica di che? La pena di morte viene applicata metodicamente negli Stati Uniti ed è osservata nella Costituzione francese.

Magari, poi, che Saddam Hussein debba essere impiccato in quanto stragista riconosciuto, degno di Hitler e Stalin, lo pensano nella congrua maggioranza. Ma non lo si dice. Ergo, alla fin fine, ecco emergere i soli peana dei favorevoli all’ergastolo piuttosto che alla morte.

Allora se in Irak tre quarti della popolazione (la parte sciita) esulta significa riconoscere che quella popolazione è oscurantista e reazionaria? Sanguinaria ed inappagata di giustizia?

Se il mondo sunnita palesa un malcelato disagio ed interpreta questa esecuzione come un colpo indiretto al cuore è forse perché è più evoluto di quello sciita?

O non è che siamo piuttosto noi ad essere un po’ fuori dalla storia?

Noi che abbiamo non solo liberato uno dopo l’altro terroristi che hanno seminato lutti e morte (senza peraltro mai dare un minimo segno di pentimento), ma abbiamo sovente fatto seguire alla libertà, il conferimento di un incarico istituzionale.

Siamo il paese dove per un omicidio satanico possiamo cavarcela con dieci anni (più le vacanze premio) e dove, se accoppi madre e fratellino, spunti anche uno sconto.

A signò, pè due omicidi fanno quindici anni. Che faccio, lascio?

E’ chiaro che, avendo totalmente perso la proporzione fra colpa e pena, ci risulta “poco democratico e civile” vedere un sanguinario (che ammazzò in un sol giorno 5.000 curdi con il gas nervino) pendere dalla forca.

Vorrei ribaltare i termini.

Secondo voi, cosa penseranno le famiglie di quelle persone che sono state massacrate dai nostri “umani” terroristi (mai ravveduti), quei parenti che in nome di un satana qualsiasi hanno visto i loro cari fatti a pezzi, e chi più ne ha più ne metta (tanto gli esempi non mancano), nel momento in cui la nostra “illuminata, democratica e culturalmente evoluta” giustizia ha liberato uno dopo l’altro i loro carnefici?

Pubblicato il 30/12/2006 alle 11.37 nella rubrica Politikitch.

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