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Da Hanif Kureishi un'interessante analisi sull'islam moderato

Tratto da: Repubblica

del 18 febbraio 2007

di Riccardo Staglianò

 

L’Islam è l’ideologia del XXI secolo. Come marxismo e fascismo lo sono state del XX. E la sua versione “soft” sarebbe quasi più pericolosa di quella radicale. “Nessuno solidarizza con i kamikaze mentre la versione moderata si infiltra progressivamente nella società che la ospita, cambiandone il volto” sostiene Hanif Kureishi. Da scrittore è stato tra i primi a raccontare la seduzione del fondamentalismo sulla “seconda generazione”, la più critica, di emigrati britannici. Aiutato dal fatto di essere figlio di un pakistano e un’inglese. A Como, ospite della Fondazione Antonio Ratti per anticipare i brani del suo prossimo libro che uscirà da Bompiani, ha accettato di parlarne con Repubblica.

 

“The Black album” è ambientato nell’89, l’anno della fatwa a Salman Rushdie. E descrive il giovane Shahid, diviso a metà tra edonismo occidentale e sottomissione islamica. Non è iniziato tutto con l’11 settembre, quindi…

“A voler andare indietro è iniziato tutto con il colonialismo e il risentimento che ciò ha provocato nei confronti dell’Impero britannico, tra gli altri. Poi c’è stato il ’79, l’annod ella rivoluzione Khomeinista che ha politicizzato l’islam. E quindi l’anno della fatwa. Me lo ricordo benissimo: per la prima volta, anche a Londra, si capì che per esprimere le proprie idee si poteva morire. Fu terribile”.

 

Da dove veniva fuori quel radicalismo?

“Gli anni ’80 erano stati quelli del trionfo del consumismo, della “morte di Dio”. E ogni eccesso crea la sua reazione. Nel consumismo tutti conoscevano il prezzo delle cose ma non il loro valore. E l’islam, con la sua moralità e le sue tante restrizioni, riempiva quel vuoto”.

 

Il protagonista del “Budda delle periferie” e altri suoi personaggi musulmani hanno però una gran voglia di vivere, di sperimentare il sesso e le droghe. Lo riscriverebbe con quella libertà dopo quel che è successo con le vignette danesi?

“Avrei più paura. E non per paranoia ma perché ora si rischia maggiormente che un matto ti aspetti davanti casa e ti spari. Perché? La delusione è cresciuta, molte vicende internazionali si sono cronicizzate: la questione palestinese, l’assurdità delle guerre in Irak e in Libano. E molti si sono stancati di guardare e basta. In più, prima anche l’Occidente sapeva esprimere valori alternativi. Oggi da una parte ci sono gli islamici, con la loro fede profonda, e dall’altra i liberali, devoti per lo più alla religione dello shopping. Noi sguazziamo nel dubbio, loro ne sono esenti”.

 

Il padre del protagonista di un suo romanzo dice che la sua “religione è farsi un culo così”, che non ha tempo per pregare. Le generazioni successive diventano più critiche perché hanno più tempo per pensare?

“La prima generazione è quella del sacrificio. C’è da portare il cibo in tavola, pochi discorsi. I figli ed i nipoti nascono in altre condizioni. E hanno visto i loro padri, com’è successo a me, umiliati per un nonnulla o picchiati per puro razzismo. Ciò provoca rabbia e senso di colpa per il sacrificio dei valori originari sull’altare dell’integrazione. Una colpa alla quale tentano di rimediare radicalizzandosi”.

 

Lei si identifica con i musulmani, come suo padre, ma è molto critico con l’islam. Cosa gli rimprovera?

“Sono un liberale e uno scrittore. E l’islam, come dimostra il caso di Nagib Manfouz accoltellato in Egitto, di Salman Rushdie e vari altri casi recenti, può non essere amico degli scrittori. Mio padre era un ottimo uomo e un cattivo musulmano: non mangiava maiale ma bevevo e non andava in moschea. Io sono un apostata: amo molti libri, non un Libro solo. La dimensione religiosa, in generale, mi è totalmente aliena. Coltivo dubbi e scetticismo. Ma rispetto i musulmani come gli altri fedeli”.

 

Sostiene però una laicità alla francese, soprattutto per quanto riguarda la scuola. Perché è così importante che sia non confessionale?

“Perché è lì che si formano le coscienze. Islam significa sottomissione mentre quello che ci si aspetta da una scuola è imparare a pensare con la propria testa, mettere tutto in discussione. E Blair, invece di introdurre scuole islamiche, dovrebbe togliere anche quelle cristiane ed ebraiche. Devono essere di Stato, uguali per tutti”.

 

Nel suo prossimo “Qualcosa che vorrei dirti” traccia l’evoluzione della comunità asiatico-britannica dagli anni ’70 agli attentati di due estati fa. Cos’è cambiato?

“Le diverse comunità sono oggi ancora più distanti. E l’islam stà assumendo caratteri ideologici più forti. Mi vien da dire che sarà, per il XXI secolo, ciò che comunismo e fascismo sono stati per il XX. Rischia di diventare un’idea molto pericolosa. E quella più insidiosa non è la sua versione radicale ma moderata. Nessuno simpatizza per quelli che mettono le bombe. Mentre i moderati, cooptati dai nostri governi, compiono quotidiane iniezioni di islam in posti dove non se ne sente il bisogno: scuole, fabbriche, società civile. Non si faranno convertire dalle società che li ospitano, cercheranno sempre di convertirle. Convinti che gli infedeli siano gli altri e fiduciosi nel loro paradiso. So di essere pessimista e politicamente scorretto, ma credereste inn un nazismo moderato? Esistono molti musulmani moderati, sono la stragrande maggioranza, li conosco e li rispetto. Ma non un islam, inteso come ideologia, di quel tipo”.

 

 

 

Pubblicato il 19/2/2007 alle 12.4 nella rubrica Religioni e critica esegetica.

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