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Minareti: chi guarda il dito e chi la luna

 
I “minareti svizzeri” facciano riflettere tutti

giovedì 03 dicembre 2009
di Maurizio De Santis



Il controverso risultato del referendum propositivo elvetico, chiuso con il divieto di edificare minareti, induce a riflessione.
Il 57,5% dei cittadini di uno dei paesi più civili ed accoglienti del pianeta (il 23% della popolazione è costituita da immigrati), non possono certo essere “bollati” come privi di cultura democratica.
La certezza che un referendum simile possa dare, in Italia, esito diverso da quello svizzero appare un lusso, fuori della portata di molti altri Stati europei.
Per nemesi, i Verdi svizzeri hanno presentato ricorso presso la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo (quella che ha intimato all’Italia di togliere i crocefissi). Fosse accolto, si aprirebbe un putiferio interconfessionale.

Fermo restando che il siluramento dei minareti non ha mai messo in discussione l’edificazione dei luoghi di culto (come si dice erroneamente un po’ ovunque), è meglio analizzare gli errori imperdonabili.
Dalil Boubakeur, che dirige la moschea di Parigi, ha denunciato a Le Figaro la mancanza di referenti autorevoli tra i musulmani svizzeri. Per poi ricordare che l'amalgama tra l'Islam ed alcune forme di fanatismo radicale, hanno fatto il resto.
Uno dei massimi specialisti dell’islam, il francese Olivier Roy, ha da tempo denunciato come i gruppi islamisti reclutino sempre più spesso i propri adepti nei vivai dell’estrema sinistra. Un circuito che ha formato una pletora di “convertiti” che, in un amen (consentitemi), ha costituito un terzo della rete terroristica islamica operante in Europa.
Kamel Kebtane, rettore della grande moschea di Lione, ha palesato una certa miopia, dichiarando che “il voto svizzero tradisce la libertà di religione nel mondo”.
Ma quale mondo?
Non certo quello dei paesi a maggioranza musulmana. Oggi l’Islam applica nei con­fronti delle altre religioni parametri di tolleranza ancorati al medioevo. Ma il mondo, appunto, s’è evoluto.
Le leggi algerine (per restare alla soglia di casa nostra), che reprimono qualsiasi culto non musulmano sono di tre anni fa, mica dell’anteguerra…
Nei matrimoni mi­sti è sempre il co­niuge non musulmano che deve convertirsi all’Islam ed accettare il rischio di vedere la propria prole strappata via con la legittimazione della Sharìa.
La perdita dall’asse ereditario, la marginalizzazione nella propria comunità, quando addirittura la morte, sono i rischi del musulmano che abiura.
Cosa avranno visto mai gli svizzeri contrari ai minareti?
Forse leaders musulmani più impegnati nel costruire barriere, piuttosto che ponti.
Proponendo niqab e burqa, divieti continui per gli studenti musulmani (dalle ore di educazione fisica a quelle di scienze), richiedendo assistenza medica con operatori dello stesso sesso, l’organizzazione di tribunali islamici per le cause civili (già operativi in Gran Bretagna), fino a reclamare cimiteri separati.
Dunque il dialogo si impone con urgenza.
Pretendendo, per controparte, autorevoli rappresentanti del frastagliato arcipelago islamico. Ed invitandoli a considerare seriamente che, con i 4/5 dell’umanità non musulmana occorre scendere a patti. Pronti a concedere, alle proprie minoranze, quei diritti che si pretende di ottenere altrove
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Pubblicato il 3/12/2009 alle 7.31 nella rubrica Diario.

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