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Cina: non basta un Bob qualsiasi a cancellare il cascame totalitario

 

Cina: oltre Bob Dylan 

giovedì 08 aprile 2010
di Maurizio De Santis




La Cina, indiscussa primatista della poco invidiabile classifica degli Stati vessatori delle libertà individuali, ha provveduto a consolidare la propria immagine deleteria, impedendo a Bob Dylan di eseguire i programmati concerti di Pechino e Shanghai.
La decisione dei boiardi pechinesi, di imbavagliare il mitico Dylan non è tuttavia imputabile alla sola reputazione pacifista del cantante statunitense.
Il vero problema risiede nel fatto che i tecnocrati di Pechino hanno memoria piuttosto elefantiaca. Ed il recente passato non è risultato del tutto tranquillizzante per il governo cinese.
Già nel corso del 2008, durante un concerto a Shanghai, la cantante Björk aveva avuto modo di inneggiare reiteratamente alla libertà per il popolo tibetano. 
Suscitando un vespaio che, lì per lì venne risolto con un’arzigogolato exploit diplomatico. Ma creando un precedente che, come si vede, Pechino non ha remore ad utilizzare per censurare il censurabile.
Più recentemente ancora, nel corso del 2009, era stato il turno del gruppo Oasis vedersi negare il visto di ingresso, perché un loro membro, Noel Gallagher, aveva partecipato nel vetusto 1997, ad un concerto in favore del Tibet libero.
Bob Dylan, ovviamente, non l’ha presa molto bene e, per contrappunto, ha deciso di annullare la tournée asiatica che avrebbe dovuto completare i due concerti cinesi: Taïwan ed Hong Kong.
Che in Cina le cose non vadano bene, per i diritti umani, non è certo un segreto.
Primato planetario nelle esecuzioni capitali (anche di minorenni), più che un sospetto sul traffico di organi con gli stessi detenuti soppressi, persecuzione delle minoranze religiose (in particolare i musulmani uiguri ed i cristiani cattolici), tronfia repressione della popolazione tibetana, intrecci politico-diplomatici piuttosto fraterni con Iran e Corea del Nord…. Insomma, un bel supermercato degli orrori spesso non dovutamente stigmatizzato per mere opportunità geostrategiche (chiamiamole così…).
Eppure, come già venne messo in evidenza dal ministro Tremonti, la Cina gode del silenzio dei governi occidentali in virtù di numeri e cifre che non meriterebbero tanta attenzione.
L’export italiano verso Pechino ammonta a poco più di quello effettuato ogni anno verso la Svizzera e, di converso, le aspettative di un incremento della crescita sono da decenni rimaste “al palo”. Con buona pace di “pacifinti”, industriali, commercianti, diplomatici ecc. ecc.
L’episodio del diniego di ogni permesso a Bob Dylan, dunque, non giunge isolato e sorprendente.
Per mezzo secolo i dirigenti cinesi non hanno mai nascosto che le libertà e i diritti umani fossero viste solo come garanzie per chi stava dalla parte dei "rivoluzionari". Diritti che, ovviamente, erano accuratamente negati ai "controrivoluzionari".
Mao non mancò di usare la mano pesante con chiunque uscisse fuori da questo elementare teorema. Chiedere a chi all’epoca avesse idee un tantino più liberali, come Peng Dehuai.
Da allora, malgrado reiterati cambi di costituzione (in tre diverse occasioni), la sostanza non è granchè cambiata.
Le recenti polemiche con Google si sono autoalimentate da successivi episodi di analoga gravità.
E così, anche un altro gigante americano di Internet (Go Daddy, compagnia che gestisce i domini ondine), ha deciso di abbandonare il mercato cinese.
Volendo, con il “no” a Bob Dylan, si è celebrata una mezza Caporetto. Per un miliardo e fischia di cinesi…

Pubblicato il 8/4/2010 alle 7.34 nella rubrica Diritti Umani.

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